di Adriano Sofri

La Repubblica, 12 ottobre 2010

Cagliari, 11 ottobre, ore 14.30. Un centinaio di immigrati in rivolta si impadronisce del Centro di prima accoglienza, ubicato nell’area militare dell’aeroporto. Ore 14.45, una decina di ribelli fugge scavalcando le reti di cinta di 4 metri. Alcuni si feriscono. Ore 14.50, quattro fuggiaschi vengono avvistati sulla pista dell’aeroporto. Ore 14.55, l’Enac avverte della chiusura dello scalo fino alle 22.
Ore 17.15, la rivolta appena cominciata è già finita, tutti i ribelli sono stati ricatturati. Lo scalo è riaperto. Si registrano ritardi fra le due e le tre ore. Era la terza ribellione nel giro di undici giorni, si è saputo. Però questa volta bisogna dirne qualcosa, perché è stato toccato l’aeroporto, già profanato dalla lotta dei pastori. I voli, da un’isola, sono sacri come i ponti altrove. D’altra parte non ci si stupirà che un Cpa collocato strategicamente a una manciata di metri dalla torre di controllo, nella ex caserma degli avieri, diffonda i suoi spaesati evasi dentro l’aeroporto. A leggere con più attenzione le cronache, i quattro ripresi dentro lo scalo, piuttosto che irrompere sugli aerei, hanno rischiato di finirci sotto.
Dunque bisogna decidere come commentare. Deplorare i rivoltosi che, approdati indebitamente alle nostre coste (possono però essere candidati meritevoli all’asilo), hanno anche danneggiato suppellettili e passato le linee, non mancherà certo chi lo faccia. E i passeggeri danneggiati senza colpa vanno certo capiti, benché la ventina fra loro che ha aggredito quattro cittadini italiani innalzatori di striscione (“Libertà ai migranti liberi tutti”) si sia mostrata troppo nervosa.
Però proviamo a vedere le cose, se non dall’infimo punto di vista degli stranieri ribelli, dannatissimi della terra, almeno da quello del cronista futuro, ammesso che ci sia un futuro e un cronista di microstorie simili. Chissà che giudizio si farà il futuro di ideali che già infiammarono gli animi di altre generazioni, e poi andarono fuori corso, come quello che ribellarsi è giusto. Si chiederà, il cronista a venire, che cosa abbia spinto un manipolo di disgraziati a ribellarsi in una così enorme sproporzione di forze. Se non si accontenterà di spiegazioni temerarie (“Sono bestie. È puro vandalismo”), dovrà misurarsi di nuovo con il rovello che da sempre il carro trionfale della storia si trascina dietro nella polvere, legato a una fune: che cosa spinge gli umani alla rivolta senza speranza?
Molte risposte si sono tentate. La più celebre, e anche la più comune, dice che non hanno niente da perdere. Solo le loro catene, dunque ribellarsi conviene. Ma abbiamo imparato che non è vero. Che c’è sempre qualcosa da perdere, che costa sempre caro ribellarsi. Un’altra risposta chiama in causa l’amore per la libertà. Dev’essere vera. Se no non si spiegherebbe come mai degli esseri umani trovino la forza di ribellarsi anche nella più schiacciata delle condizioni. Anche sulla rampa di un lager. Gli schiavi di Spartaco, extracomunitari rastrellati un pò dappertutto per venire a fare i lavori che i romani non volevano più fare e i giochi da stadio che i romani non sapevano più fare, ne diedero un esempio splendente. I posteri poi spiegarono che non avrebbero comunque potuto vincere, che i rapporti di produzione non erano abbastanza maturi da autorizzare il passaggio a un mercato libero o, chissà, al socialismo: ma per fortuna donne e uomini non si ribellano solo quando i rapporti di produzione lo autorizzino, e quando i rapporti di forza mostrino plausibile la vittoria. Su! I 102 “ospiti” del Cpa di Cagliari non sono certo gli schiavi di Spartaco, riderete voi: naturalmente. Cioè, sì e no. Non proverò a sviluppare il confronto, per non renderlo ridicolo. Mi basta averne insinuato l’eventualità, e ora ciascuno lo segua fra sé e sé.
Comunque sia, anche se si voglia ferreamente tenere la rivolta di Cagliari alla sua misura minuscola e aneddotica, si pensi almeno al rapporto che lega qualunque creatura reclusa, umani o altri animali, al cielo. Quando ogni altra dimensione è sbarrata, lo sguardo cerca il cielo e lo invidia e lo prega. Affida la propria nostalgia a un volo di uccelli o a una nuvola di passo o una scia di reattore. È per questo che i prigionieri si arrampicano sui tetti, e ora anche tanti che non sono prigionieri. Il cielo e la libertà fanno tutt’uno. Consigli agli imprenditori edili e alle autorità competenti che assegnano loro l’appalto per la costruzione dei Cpa, dei Cia e delle altre galere novissime: non li collocate dentro un aeroporto. È come mettere un gorilla ai piedi dell’Empire State Building. Comunque, non c’è problema. Questa volta è andata. Materassi bruciati, dieci arrestati. La rivolta appena cominciata è già finita. Il cielo non è più con noi.