Il Gazzettino, 24 novembre 2010

 

La legge e il codice penale prevedono che, in alcuni casi, lo svolgimento di un lavoro socialmente utile possa sostituire il carcere: un modo per favorire il reinserimento del reo ed evitare un eccessivo sovraffollamento dei penitenziari. Ma, in tutta la provincia di Venezia, nessuna amministrazione ha offerto la sua disponibilità a rendere operativo un solo posto per lo svolgimento di tali lavori di pubblica utilità.
Dal Palazzo di giustizia di Venezia è partita una lettera di richiesta a tutti i Comuni, alla Regione, alla Provincia, ma non è pervenuta alcuna risposta positiva. Anzi, gli unici due Comuni che in passato avevano siglato una convenzione con il Tribunale per accogliere persone “condannate” a lavori socialmente utili - Quarto d’Altino e Ceggia - hanno fatto un passo indietro, rendendosi indisponibili a proseguire. “È un problema da affrontare al più presto - ha spiegato il presidente del Tribunale di Venezia, Arturo Toppan - Cercheremo di coinvolgere anche la Prefettura alla ricerca di una soluzione che non può tardare”.
Alla luce della scarsa adesione degli enti locali, la situazione è da sempre problematica, come sanno bene i giudici di pace (che nei reati lievi di loro competenza possono applicare, su richiesta dell’imputato, la pena del lavoro di pubblica utilità) e anche i giudici ordinari che, in alcuni casi, devono subordinare la concessione della sospensione condizionale della pena alla “condanna” dell’imputato allo svolgimento di una prestazione non retribuita in favore della collettività.
La situazione si è aggravata, diventando ancora più urgente da quando, la scorsa estate, sono state approvate le nuove norme sulla guida in stato di ebbrezza: il legislatore, infatti, ha inserito una disposizione in base alla quale l’automobilista fermato con un tasso alcolico superiore a 1,5 grammi per litro può evitare la confisca della vettura chiedendo di essere “condannato” a svolgere un lavoro di pubblica utilità. Tale norma è stata approvata, evidentemente, sull’onda di migliaia di confische effettuate grazie alla legge in vigore in precedenza.
Il risultato non si è fatto attendere: le prime istanze di “conversione” della confisca in lavoro socialmente utile sono già state presentate dai legali di alcuni automobilisti, e i giudici veneziani, dopo aver invano cercato un ente pubblico (o un’associazione di volontariato) disponibile ad accogliere gli imputati, sono stati costretti a rigettare la richiesta. Nessuna decisione in merito alla confisca di quelle vetture è stata ancora assunta: c’é chi dubita sia legittimo eseguirla, in quanto l’impossibilità di accedere al lavoro socialmente utile non dipende dall’imputato, ma dallo Stato. Per il quale questa paradossale situazione rischia di essere una doppia beffa: chi guida ubriaco non potrà essere privato della vettura e neppure obbligato a lavorare a favore della collettività.