Ansa, 25 maggio 2010

Per dieci mesi i minori saranno accolti con le madri in un’area gioco all’interno del penitenziario, prima di affrontare i colloqui con i familiari detenuti, monitorati da alcuni psicologi. L’Università di Urbino ha elaborato un progetto sperimentale con l’obiettivo di aiutare i detenuti a mantenere i legami con le loro famiglie, anche in vista del reinserimento nella società, e sostenere i figli piccoli e le mogli dei reclusi, nell’affrontare l’allontanamento forzoso e i problemi quotidiani. L’esperimento sarà effettuato alla casa di reclusione di Fossombrone, che attualmente ospita 150 detenuti.
Per dieci mesi, due giorni al mese, i minori saranno accolti con le madri in un’area gioco all’interno del penitenziario, prima di affrontare i colloqui con i familiari detenuti, monitorati da alcuni psicologi. Secondo le statistiche, il 30% dei figli di detenuti è destinato a ripetere, da adulto, l’esperienza detentiva del genitore, se non cresce con un sostegno adeguato. Tra gli obiettivi del progetto c’è poi quello di aiutare il familiare non detenuto a gestire la separazione tra il bambino e il padre dietro le sbarre, a spiegare al minore cosa sta accadendo, e ad aiutarlo a rappresentarsi la figura del genitore al di là del reato commesso, e della permanenza in cella.
Il progetto del Centro ricerca e formazione psicologica ha l’appoggio dell’Assemblea legislativa regionale, della Commissione pari opportunità, dell’Ufficio esecuzione penale esterna di Ancona, dell’Ombudsman regionale, e si avvale della collaborazione del direttore del carcere Maurizio Pennelli. Sostenere le relazioni familiari dentro e fuori il carcere, ha detto il presidente dell’Assemblea Vittoriano Solazzi, non è solo “spirito umanitario”, ma un modo per rendere concreto il principio della “pena come momento di rieducazione, che non cancella la vita di una persona e i rapporti con l’esterno”.
Oltre a un valore di prevenzione per i detenuti, l’iniziativa è pensata per sostenere le relazioni fra coniugi, e come forma di responsabilizzazione genitoriale. Dopo i colloqui in carcere, gli psicologi segnaleranno all’Ufficio esecuzione se ritengono necessario un percorso di collaborazione a livello territoriale con altri enti (ad esempio i consultori familiari) nei luoghi di residenza delle famiglie.
“Il carcere - ha osservato Elena Paradiso, dirigente dell’Ufficio esecuzione penale - non è una realtà isolata da allontanare, è importante mantenere i collegamenti con l’esterno”. A fine pena i reclusi “rientrano nel loro ambiente di vita. Aiutarli a mantenere o riprendere le relazioni familiari previene le recidive, e aiuta i figli a non ripetere gli stessi errori”. Il progetto di Fossombrone, illustrato da Danilo Musso, costerà 6.800 euro. Gli incontri, tra giugno prossimo e marzo 2011, saranno in totale 20 per cinque ore giornaliere. A condurli saranno psicologi con un’esperienza specifica, coordinati dalla prof. Daniela Pajardi dell’Università di Urbino.
Centrale sarà l’accoglienza del minore al suo arrivo in carcere, in un’area verde o una sala attrezzata con giochi e strumenti per il disegno in attesa dell’incontro con il genitore detenuto. Questo gli permetterà di sciogliere tensioni emotive e di socializzare con altri bimbi. I colloqui con i congiunti si svolgeranno dopo in stanze attigue: gli psicologi osserveranno in maniera discreta le interazioni familiari, per elaborare una relazione finale.
La situazione delle mogli dei detenuti, ha sottolineato la presidente della Commissione pari opportunità Adriana Celestini, “viene spesso sottaciuta. Sulle mogli grava un doppio ruolo, educativo dei figli e di mantenimento dell’unità della famiglia, e hanno bisogno di aiuto”.
L’Ombudsman regionale e garante per i detenuti Samuele Animali ha citato i problemi di sovraffollamento, l’aumento di suicidi e la scarsa vivibilità che affliggono le carceri italiane. La collaborazione tra Regione, ministero della Giustizia e università può dare “buoni frutti” per migliorare le condizioni di vita dei detenuti.
Per il direttore del carcere Pennelli “le relazioni familiari sono fondamentali per realizzare il mandato del reinserimento dei detenuti nella società. Soprattutto attraverso il sostegno delle mogli dei detenuti e dei figli, che pagano di più questa condizione senza avere colpe”.