di Giuliano Foschini


La Repubblica, 16 gennaio 2022

 

Lo scontro sulla Cassazione, con la decisione del Consiglio di Stato di annullare la nomina del primo presidente e del suo aggiunto, attiene alla funzione che la Costituzione assegna agli organi dello Stato. La decisione del Consiglio di Stato di annullare la nomina del primo presidente della Corte di Cassazione e del suo aggiunto, in sostanza i due magistrati più importanti d'Italia, non può e non deve cadere, nel dibattito pubblico, come un banale passaggio dialettico della giustizia.

Non può perché è una decisione senza precedenti: mai nessuno aveva richiesto nemmeno l'intervento di un giudice terzo per discutere e ribaltare due nomine così importanti.

Non deve perché non è una questione tecnica ma qualcosa che, al contrario, attiene alla funzione che la Costituzione assegna agli organi dello Stato. In questo caso, il Consiglio superiore della Magistratura. È una questione, dunque, che riguarda direttamente tutti quanti noi. La Costituzione dice chiaramente che spettano al Csm "assegnazioni, trasferimenti, promozioni" dei magistrati, sulla base di valutazioni che i consiglieri sono tenuti volta per volta a esprimere. Sempre più spesso i giudici amministrativi vengono però chiamati in causa - da chi non viene scelto dal Consiglio - per valutare quelle decisioni.

L'intervento dovrebbe essere di natura tecnica, procedurale. Ma invece capita con frequenza che i giudici amministrativi entrino nel merito, cassando e ribaltando le scelte del Consiglio. Il 30 per cento dei ricorsi presentati da magistrati contro le decisioni del Csm viene accolto dai giudici amministrativi: uno su tre. È evidente, quindi, che c'è qualcosa che non funziona.

Proprio perché la questione non è soltanto tecnica, le sedi in cui aprire un dibattito in tema di diritto sono altre. È però fondamentale segnalare un passaggio - che sta creando un dibattito tra giuristi in queste ore, perché vedono un chiaro travalicamento delle funzioni dei giudici amministrativi - proprio della sentenza del Consiglio di Stato con il quale si annulla la nomina del primo presidente di Cassazione, Pietro Curzio. "Ferma l'esclusiva attribuzione al Csm del merito delle valutazioni - scrivono - su cui non è ammesso alcun sindacato giurisdizionale, la motivazione posta a fondamento della valutazione si manifesta gravemente lacunosa e irragionevole". Come a dire: la decisione spetta a voi, noi non possiamo dire nulla ma guardate che è sbagliata, quindi dovete rifarla.

Si diceva, la lente da cui guardare la vicenda non può però essere soltanto quella del diritto. Ma deve essere quella del cittadino. Che in un momento così difficile, in un pezzo della nostra storia dove la fiducia nei confronti della magistratura ha bisogno di essere ricostruita, rinforzata, rinsaldata, si trova a vedere due pezzi dello stesso Stato che litigano per la nomina dei loro, anzi dei nostri, più importanti rappresentanti. In sintesi: il Csm sceglie, tra l'altro praticamente all'unanimità.

Un giudice amministrativo approva, un altro annulla. E ora in tutta fretta il Csm è pronto a rinominare, seppur con un'altra motivazione. Perché questo accadrà verosimilmente: Pietro Curzio e Margherita Cassano - due magistrati che godono di stima enorme e trasversale, al di là delle correnti, come tra l'altro anche i loro "avversari" - saranno nuovamente scelti dal Csm come primo presidente della Cassazione e aggiunto. Nella speranza che giudici amministrativi non annullino di nuovo tutto tra un anno.

Ma davvero dobbiamo assistere a tutto questo? La risposta è, evidentemente, no. Serve che la politica, e la magistratura stessa, prendano atto della situazione. E intervengano subito. Con una riforma del Csm che assicuri trasparenza, certo, ma che restituisca al Consiglio anche il ruolo che gli affida la Costituzione: credibilità e autorevolezza nell'autogoverno della magistratura. Per farlo serve una presa di coscienza, e di autocritica, della categoria.

È necessaria una maturità che la politica non ha quasi mai fatto vedere. E, soprattutto - come ha dimostrato il presidente Mattarella in questi sette anni difficilissimi, in cui la sua presenza è stata fondamentale per la tenuta del sistema - la garanzia del presidente della Repubblica, come capo del Csm.

Ecco perché questa storia è l'esempio dell'inagibilità della candidatura di Silvio Berlusconi per il Quirinale. Con quale credibilità nei confronti della magistratura e dell'opinione pubblica, infatti, l'imputato (e condannato) Berlusconi, il leader politico con una storia così divisiva sui temi della giustizia, potrebbe affrontare e dirimere una questione così delicata? Non è più il tempo degli alibi. È quello, invece, delle riforme. E delle decisioni.