di Valentina Errante


Il Messaggero, 16 gennaio 2022

 

Cresce l'ipotesi di un'investitura bis per Curzio e Cassano entro mercoledì. Si punta a rinnovare gli incarichi prima dell'inaugurazione dell'anno giudiziario.

Venerdì prossimo Pietro Curzio leggerà ugualmente la relazione sullo stato della giustizia in Italia. Il primo presidente della Cassazione, appena detronizzato dal Consiglio di Stato, indosserà l'ermellino e aprirà l'anno giudiziario 2022, alla presenza del Capo dello Stato, che è anche presidente del Csm. Come se nulla fosse accaduto.

O forse, per venerdì, la decisione dei giudici amministrativi, che hanno bocciato la decisione di Palazzo dei Marescialli, a una settimana dalla cerimonia ufficiale, sarà superata da una nuova delibera del Consiglio superiore della magistratura, che riproporrà, con altre motivazioni, le nomine di Curzio e della sua aggiunta, Margherita Cassano, bocciate venerdì dai giudici amministrativi. Sarebbe un unicum per i tempi record. È solo l'ultima e pesantissima tegola che si abbatte sul Consiglio superiore della magistratura e qualcuno, proprio a Palazzo dei Marescialli, nota il tempismo: "Potevano attendere qualche giorno, la decisione era pendente da tempo".

E così, per superare l'imbarazzo, e rispondere "a tamburo battente" a una sentenza che è suonata come uno schiaffo, il Consiglio prova a correre ai ripari. Con l'inusuale convocazione della quinta commissione, competente per gli incarichi direttivi, ieri, di sabato pomeriggio, e l'idea di portare già mercoledì le proposte al plenum, in modo da licenziare le delibere e tornare a designare Cuzio e Cassano, prima della cerimonia ufficiale prevista per venerdì.

In commissione, però, il dibattito è aperto e non tutti sarebbero d'accordo, soprattutto a fronte delle motivazioni del Consiglio di Stato, sono molto pesanti. Ma non solo, il braccio di ferro di Palazzo dei Marescialli e i tempi record solleverebbero sicuramente molte polemiche politiche. Se le nomine fossero rinnovate, il giudice Angelo Spirito, che aveva impugnato le delibere e si era visto dare torto dal Tar, per poi vincere il secondo grado, di certo tornerebbe a presentare i ricorsi contro le decisioni del Consiglio.

Ma, prima di una nuova sentenza di Palazzo Spada, trascorrerebbero almeno altri due anni. E intanto sulla faccenda verrebbe messa una toppa. Comunque si concluda la "partita", la sentenza di Palazzo Spada è solo l'ultima scossa per un Consiglio superiore della magistratura già indebolito. La decisione del Tribunale amministrativo di annullare le delibere, che all'indomani dello scandalo sul mercato delle toghe dovevano rappresentare un cambio di passo sulle nomine, mette in luce le crepe del "sistema", fornendo ulteriori argomenti politici a chi, da anni, invoca una riforma del Csm che non lasci margini alle correnti, con il progetto di sorteggio dei consiglieri, finora non è sembrato realmente praticabile. Il centrodestra è compatto. Ma lo stato di salute dell'amministrazione della giustizia preoccupa anche chi a destra non è mai stato.

"La giustizia perde pezzi, anche importanti" commenta Giovanni Maria Flick, ex ministro numero uno di via Arenula e presidente emerito della Consulta, che manifesta tutta la sua preoccupazione. La decisione del Consiglio di Stato che, alla vigilia dell'anno giudiziario, ha annullato le nomine dei vertici della Cassazione, è solo l'ultimo episodio: prima i giudici amministrativi avevano cassato un'altra importante delibera del Csm, quella che designava Michele Prestipino procuratore di Roma.

"O il problema riguarda il metodo delle scelte o le procedure di controllo, ma sono più propenso a ritenere che il nodo sia nel primo anello. Per cui la riforma del Csm, che urge, se e quando ci sarà, dovrà risolvere questi aspetti. Troppe nubi si sono addensate".