di Giulia Merlo


Il Domani, 22 gennaio 2022

 

Il momento più solenne per la giurisdizione che nel 2022 si apre di nuovo all'insegna della crisi della magistratura - con lo scontro tra Csm e Consiglio di Stato per la nomina del primo presidente di Cassazione, Pietro Curzio - e dello stallo nella politica - con l'assenza ancora della riforma dell'ordinamento giudiziario.

Si è svolta oggi la cerimonia di inaugurazione dell'anno giudiziario in Cassazione, il momento più solenne per la giurisdizione che nel 2022 si apre di nuovo all'insegna della crisi della magistratura - con lo scontro tra Csm e Consiglio di Stato per la nomina del primo presidente di Cassazione, Pietro Curzio - e dello stallo nella politica - con l'assenza ancora della riforma dell'ordinamento giudiziario.

Curzio, che ha aperto i lavori, ha potuto farlo con piena legittimità grazie alla riconferma della sua nomina, annullata da una sentenza amministrativa, nel plenum di un Csm non senza polemiche. Su tutto, poi, c'è l'ombra dell'incertezza sul Quirinale. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha partecipato per l'ultima volta alla cerimonia e il giorno prima, al plenum del Consiglio, ha ribadito il suo no ad una rielezione. Tutti gli interventi hanno fatto riferimento e lo hanno ringraziato per la vicinanza al mondo giudiziario.

Tra i temi principali, la crisi della magistratura e la necessità di un rinnovamento, le aspettative per l'ufficio del processo previsto dalla riforma penale e gli auspici per la riforma dell'ordinamento giudiziario.

Il primo presidente Pietro Curzio ha presentato i dati dell'attività del 2021. Nel settore civile nell'ultimo anno vi è stato un incremento delle definizioni dei processi rispetto all'anno precedente, con una crescita del 9,8 per cento. Le nuove iscrizioni sono anch'esse cresciute, ma in modo meno intenso, pari all'1,9 per cento.

Le pendenze sono diminuite del 6,5 per cento in confronto all'anno precedente: si è passati da 3.321.149 a 3.106.623 procedimenti pendenti. "È un dato sicuramente positivo soprattutto se si considera che dieci anni fa le cause civili pendenti superavano i 5 milioni. Ma i tempi di definizione dei processi rimangono troppo elevati", ha detto Curzio.

Nella giustizia penale la durata dei processi è generalmente in crescita anche se in misura non univoca tra i diversi uffici giudiziari. La pendenza complessiva è di 2.540.674 processi (con una variazione del 3,8 per cento in meno rispetto all'anno precedente). Quanto ai reati, nel 2021 sono leggermente cresciuti rispetto al 2020, anno di forte calo a causa della pandemia, ma si sono ridotti del 12,6% rispetto ad un anno "normale" quale il 2019.

Curzio ha fatto riferimento al preoccupante aumento dei femminicidi (118 donne, di cui 102 assassinate in ambito familiare/affettivo ed in particolare 70 per mano del partner o ex partner). "Questo tipo di suddivisione è costante negli ultimi anni, si inquadra in un preoccupante incremento dei reati all'interno della famiglia ed è sintomo evidente di una tensione irrisolta nei rapporti di genere, di un'uguaglianza non metabolizzata".

Curzio ha poi fatto riferimento alle riforme, confermando l'attenzione del ministero. In particolare, ha sottolineato le potenzialità dell'ufficio del processo, che però sarà utile solo in funzione della capacità dei magistrati di "applicare le nuove norme ed impiegare al meglio le risorse disponibili". Ha poi ricordato la costante carenza dei numeri dei magistrati, che non si colma nemmeno con i concorsi che continuano a lasciare posti vacanti.

In conclusione ha parlato di quello che è stato definito un "assedio alla Corte di Cassazione", ovvero alla grande quantità di cause in grado di legittimità e che ora si trova in affanno. Questa mole di contenzioso "non consente di svolgere il suo compito prioritario, che è quello di portare ad unità e coerenza l'interpretazione delle norme (nomofilachia), così garantendo l'uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge". Impossibile da adempiere decidendo circa 80mila cause ogni anno. "Sino a che questo nodo non verrà sciolto, la via da seguire è quella di razionalizzare nei limiti del possibile il sistema, rafforzando il più importante dei filtri, che è costituito da un giudizio di appello fatto bene".

Il vicepresidente del Csm, David Ermini, ha esordito non nascondendo che la sua è stata "una consiliatura ferita da dolorosissime vicende disvelatrici di degenerazioni e condotte inaccettabili risalenti nel tempo, che hanno incrinato in profondità il rapporto fiduciario tra la magistratura ordinaria e il suo organo di governo autonomo e, cosa assai più grave, tra la magistratura e i cittadini, che è alla base e legittima l'agire giurisdizionale".

Ma, ha sottolineato, "abbiamo reagito, la magistratura ha reagito. Grazie alla guida salda, ai fermi richiami", del presidente della Repubblica. Nel ribadire che "abbiamo traghettato l'attività consiliare oltre le secche di scandali ed emergenze organizzative", Ermini ha ribadito la necessità della riforma dell'ordinamento giudiziario. Una riforma che dovrà rafforzare "l'immagine di indipendenza e imparzialità del magistrato e rilancino il prestigio del Consiglio", "da un lato non degradando a livello di discrezionalità meramente tecnica la discrezionalità amministrativa, il cui pieno esercizio è imprescindibile per assicurare la fedele attuazione del disegno costituzionale", e dall'altro "preservando il valore irrinunciabile del pluralismo nella rappresentanza consiliare e la presenza senza preconcette preclusioni dei componenti laici quale contrappeso a tentazioni corporative e autoreferenziali".

Il riferimento, seppur velato è al contrasto tra Consiglio di Stato e Csm, con l'annullamento della nomina proprio del presidente Curzio e della aggiunta Margherita Cassano. Ermini ha difeso implicitamente le prerogative del Csm: "Voglio ribadirlo con forza: nella marcata natura discrezionale delle scelte rientranti nelle competenze che la Costituzione gli assegna riposa la stessa ragion d'essere del Consiglio e della sua articolata composizione".

L'intervento di Cartabia, stringato come richiede la situazione pandemica per mantenere l'evento entro un'ora di durata, si è aperto con un dato positivo: "È stato un anno complesso e difficile, segnato da sfide e imprevisti ma anche ricco di opportunità e spinte al rinnovamento".

Cartabia ha ricordato le riforme varate, "riforme di sistema per far fronte ai cronici problemi della giustizia, legati soprattutto ad arretrato e tempi del processo, che sono causa di erosione di fiducia" e a sottolineato che "tutte le riforme previste sono state tutte approvate entro il 2021: crisi d'impresa, processo penale e processo civile ora sono parte dell'ordinamento e stiamo elaborando i decreti attuativi che sono un passaggio delicato".

Ha poi fatto riferimento alle difficoltà di approvarle, una sottolineatura che rimarca anche alcune difficoltà anche politiche che continuano a presentarsi. "Quella del ministero della Giustizia è una funzione di servizio ed è con questo intendimento che si è attuato un complesso di riforme e progetti tutt'altro che agevoli, anzi a tratti molto scomodo e impopolari. Ci siamo mossi con lo sguardo sempre rivolto agli alti principi costituzionali e de europei e al contesto storico dato, per poter imboccare le strade concretamente e realisticamente percorribili".

Solo alla fine ha elencato le due riforme necessarie per il 2022, ma non ha speso parole ulteriori: "Occorre intervenire sul sistema penitenziario, il Pnrr prevede riforma della giustizia tributaria e prima ancora quella dell'ordinamento giudiziario e del csm, ineludibile davvero". Su questa nota quasi sospesa si è chiuso il suo intervento. Lo stop alla riforma dell'ordinamento giudiziario, infatti, è causato dal limbo in cui palazzo Chigi ha lasciato gli emendamenti già presentati da Cartabia al governo. Tutto rimandato, quindi, a dopo le elezioni al Quirinale.

Il procuratore generale di Cassazione, Giovanni Salvi, ha parlato di riforme, plaudendo all'intervento della ministra: "Per la prima volta, riforme ordinamentali, processuali e sostanziali sono accompagnate da importanti interventi strutturali e dall'impegno finanziario che questi richiedono. Sembra finito, dunque, il tempo delle riforme a costo zero".

Tuttavia, ha parlato anche dell'ufficio del processo e si è augurato "che presto anche le Procure generali possano utilizzare questo potente strumento di organizzazione, senza il quale sarà difficile che esse possano contribuire allo sforzo richiesto al giudice, rendendolo ancora più gravoso".

Ha poi sottolineato i rischi di illegalità connaturati nell'arrivo dei fondi del Pnrr: "Preoccupazione che viene innanzitutto dal Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo e dal circuito delle Direzioni distrettuali antimafia, a causa dei rischi che derivano dalle opportunità che il Piano offre alla criminalità organizzata".

Deciso è stato il suo riferimento al 41bis e il 4bis, il cosiddetto carcere duro per i mafiosi che il parlamento dovrà riformare dopo una pronuncia della Corte costituzionale. "L'ergastolo ostativo e il 41-bis non sono carcere duro ma strumenti per impedire che i mafiosi continuino a comandare dal carcere, come avveniva prima del 1992", "la collaborazione resta la strada principale di prova della cesura dei rapporti con l'organizzazione mafiosa e tale prova non può essere limitata alla buona condotta nel carcere, ma estesa alla insussistenza effettiva di quei rapporti e alla impossibilità che possano essere ripristinati".

Infine, è intervenuto anche sulla crisi della magistratura: "Un peso notevole ha però avuto anche il discredito caduto sul governo autonomo a causa di degenerazioni del sistema delle correnti, maturate quando la dialettica fra posizioni diverse non è stata più espressiva del pluralismo culturale, ma è sconfinata in contrapposizioni corporative. Il Consiglio ha cercato di reagire anche con una sin troppo dettagliata limitazione regolamentare della propria discrezionalità, ben oltre ciò che prevede la legge, ma ciò, con eterogenesi dei fini, ha aperto la strada a incertezze e a un contenzioso infinito, a sua volta causa di delegittimazione", ha detto. Il riferimento, anche in questo caso, è chiaro al caso della sentenza del Consiglio di Stato e allo scontro con il Csm.

La neopresidente del Consiglio nazionale forense, Maria Masi, è intervenuta all'indomani della sua nomina ufficiale (nell'ultimo anno aveva ricoperto la carica come facente funzioni) insieme a quella dei due neo vicepresidenti Patrizia Corona e Francesco Greco. Masi ha ricordato il periodo di difficoltà causato alla pandemia e ha chiesto un intervento: "Urge, e oggi più che mai, che le norme siano almeno chiare, perché, soprattutto se dettate da condizioni emergenziali, l'interpretazione errata può valere più della lettera delle stesse e condizionarne l'attuazione".

L'intervento ha toccato tre punti. Si è rivolta al governo, chiedendo "perché protrarre di un ulteriore anno lo stato di emergenza solo per la Giustizia, perché non consentire ai Tribunali e ai suoi operatori di riappropriarsi della funzione e dell'attività che gli è propria senza rinnovati limiti o condizionamenti che alimentano problemi e non individuano le soluzioni". Rivolta alla magistratura, invece ha sottolineato come "le note vicende e i fatti accaduti in questi mesi, in questi giorni, che pure in questa importante occasione echeggiano e che non possono lasciarci indifferenti rendono, forse non solo necessaria ma prioritaria, un'inversione di rotta e di valutazione, anche da parte dell'avvocatura".

Ha infine sottolineato che la crisi è anche dell'avvocatura "che oggi è anche e soprattutto una crisi identitaria, imputabile sicuramente alla sua endemica resistenza al cambiamento, ma soprattutto a riforme inique e confuse che puntualmente mirano a mettere in discussione la sua funzione di carattere pubblico".