di Alberto Morsiani


Gazzetta di Modena, 27 gennaio 2022

 

Interessante incontro ieri alla Sala Truffaut con il regista Leonardo Di Costanzo "Mi sono divertito a mettere fuori ruolo sia Toni Servillo che Silvio Orlando". Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia e benissimo accolto dalla critica, "Ariaferma" è il terzo lungo di finzione di Leonardo Di Costanzo e la prima volta insieme sullo schermo di Toni Servillo e Silvio Orlando: la storia di un carcere in via di dismissione, in cui il tempo dell'attesa scioglie lentamente le regole e i confini tra agenti di custodia e detenuti. Il regista ieri era ospite alla sala Truffaut per presentare la pellicola.

 

Il carcere è un luogo di violenza, ma nel suo film non c'è violenza...

Sì, faccio fatica a mostrare la violenza, non saprei neppure farlo. Mi interessa di più far vedere il prima e il dopo della violenza. C'è un certo immaginario convenzionale del carcere, non volevo mettere cose che lo spettatore già sa e si aspetta. Io lavoro in un dialogo costante con le aspettative dello spettatore. Non volevo un film sulla violenza, ma in cui ci fosse un'eco della violenza, le sue motivazioni. Nel film non c'è una distinzione chiara tra guardie e carcerati, non c'è bianco e nero ma una sorta di grigio Nei miei film i personaggi abitano una zona grigia della società, stanno ai limiti del dentro e del fuori, del bene e del male. È questa la zona che mi interessa, sono questi i personaggi più interessanti da analizzare. Faccio vedere l'individuo all'interno di una realtà sempre più confusa, complicata, complessa. Non mi interessano i buoni e i giusti, la realtà è troppo sfumata per tentare divisioni manichee".

 

Ancora un luogo chiuso, come nei tuoi film precedenti. C'è una ragione?

"Quando scrivo un film mi capita di restringere l'azione in un luogo singolo, separato. C'è sempre un luogo in cui tutto appare più chiaro, potrebbe essere una scuola, un ufficio. Forse ciò mi deriva dalla mia esperienza nel documentario. Un luogo, in questo caso un carcere, simile a un teatro, in cui le cose accadono e si vedono più chiaramente. Se vuoi rappresentare il potere, vai nell'ufficio del sindaco e ci trovi tutto. Io sono un tipo un po' sparagnino, pigro, faccio tesoro di questo mio vizio".

 

Il cinema è fatto di rapporti economici con le cose, la creazione è anche un fatto di economia, di risparmio. Oggi si filma troppo, ci sono troppe immagini in giro. Per la prima volta lavori con un cast di professionisti e non professionisti...

"Ho accettato una situazione di rischio, di conflitto. Ho messo assieme due forme di collaborazione artistiche molto diverse. I detenuti veri del film conoscono benissimo il carcere, ci hanno passato 20 anni. L'attore deve invece immaginare, interpretare. Volevo una certa distanza, un livello più alto rispetto al semplice realismo. Nel film non volevo solo verismo, ma un naturalismo più staccato. Una situazione astratta, non realistica. Dissemino il film di tanti piccoli segnali per far capire allo spettatore questo. Non potevo chiedere ai veri detenuti di recitare come Servillo, ma potevo chiedere a lui e agli altri professionisti di asciugare la loro recitazione, di avvicinarsi col corpo. Li ho anche messi fuori ruolo, Servillo fa il buono e Orlando il cattivo, Toni è il tipo compassionevole mentre Silvio è quello minaccioso. Nati nello stesso quartiere, è lo stesso personaggio scisso in due".

 

Il film è stato realizzato durante il lockdown. Doppia segregazione, dunque...

"Il lockdown è stato funzionale a creare un'atmosfera calda e comunitaria sul set. Il cast era sempre riunito assieme a fare le prove. Si mangiava assieme, c'era passaggio di informazioni, chiacchiere, scambio di esperienze. Una situazione bellissima per tutti. Quando sei in una comunità per cause di forza maggiore, o ti scanni o diventi amico. È stato questo il caso".