di Michele Passione*


Il Dubbio, 28 gennaio 2022

 

Con la sentenza n. 20 del 2022, relatore Zanon, la Corte costituzionale ha respinto (dichiarandola inammissibile in riferimento all'art. 27/ 3 Cost., e non fondata con riguardo all'art. 3) la questione di legittimità costituzionale sollevata dal Magistrato di Sorveglianza di Padova, sostanzialmente volta ad estendere il verso della pronuncia n. 253/ 2019 (che ha trasformato da assoluta a relativa la presunzione di pericolosità sottesa alla mancata collaborazione per l'accesso degli ergastolani ostativi al permesso premio) anche per quel che concerne l'odierna disciplina prevista dal comma 1 bis dell'art. 4 bis o.p.

Nello spazio limitato concesso, vale la pena focalizzare questa prima analisi su poche questioni. La prima: la Corte ha ritenuto che la richiesta avanzata dal giudice a quo, pur certamente deteriore rispetto al sistema vigente (nei casi di accertata collaborazione impossibile, inesigibile o irrilevante non è richiesto onere di allegazione rispetto all'assenza del pericolo di ripristino di collegamenti con la criminalità organizzata), non comportasse la declaratoria di inammissibilità del petitum.

Pur non essendovi "dubbio che l'intervento richiesto renderebbe più gravosa la posizione del condannato che richieda (o abbia addirittura già ottenuto) l'accertamento dell'impossibilità o inesigibilità della collaborazione", dovendosi per l'effetto estendere "lo standard probatorio introdotto dalla sentenza n. 253 del 2019, più rigoroso in punto di oneri di allegazione nonché riguardo ai temi di prova da approfondire per superare il meccanismo ostativo", la Corte ritiene che la richiesta non fosse impedita dai suoi precedenti (da ultimo, sent. 17 del 2012, che ha dichiarato inammissibile una quaestio volta ad estendere i casi di revoca della liberazione anticipata).

A tal proposito, la Corte richiama la sua sentenza n. 32 del 2020, operante sul presupposto della "natura sostanziale della disciplina interessata, con applicazione delle garanzie apprestate dall'art. 25 Cost." dalla quale resterebbero fuori "i meri benefici penitenziari, quali appunto i permessi premio, sicché non sarebbe in principio inibito provvedere nel senso auspicato dal rimettente, ove fossero fondate le questioni sollevate".

Abbiamo già avuto modo di dirlo, lo ripetiamo qui. Così argomentando, la Corte trascura l'immane concretezza del percorso penitenziario che, pur non potendosi esigere ex lege una progressione trattamentale, presuppone di norma l'accesso ai permessi premio nella prospettiva di più ampie aperture. Difficile dunque ritenere che anche questo istituto non implichi (e del resto, con il permesso il detenuto esce dal carcere, sebbene non per sempre - ma neanche il semilibero, così determinandosi una "concreta incidenza sulla libertà personale del condannato") una "differenza radicale, tra il dentro e il fuori", per citare le stesse parole della Corte (sent. n. 32/ 2020).

La seconda: la Corte indica il verso al Parlamento nella prospettiva del suo futuro intervento all'udienza di maggio. La commissione Giustizia, che ha di recente adottato un testo unificato in materia, volto ad estendere tout court la disciplina additiva appena censurata dalla Corte a tutte le misure alternative alla detenzione in caso di accertata collaborazione impossibile, non potrà non tenerne conto, ché altrimenti l'esito è scontato. Facile prevedere che questo non accada; fare la faccia feroce non costa niente, ripaga elettoralmente nell'immediato, e poi si può sempre dare la colpa a qualcuno, agli amici dei mafiosi, agli avvocati che si prestano all'invio di lettere omicidiarie, etc., ma non credo sia davvero possibile pensare a una Corte che smentisca se stessa e che accetti una surrettizia impugnazione dei suoi precedenti.

Infine, un'ultima annotazione. Ha fatto rumore la recente presa di posizione del Procuratore Generale, secondo cui l'ergastolo ostativo e il 41 bis non sono carcere duro. Qualcuno ha provato a scorgere tra le pieghe del discorso pronunciato all'inaugurazione dell'anno giudiziario una interpretazione costituzionalmente orientata, e non un afflato per le tricoteuse col tocco sulla testa, ma siccome verba volant, scripta manent, il Dott. Salvi ha messo per iscritto nelle sue linee di intervento del 21 gennaio scorso che non bisogna "dimenticare, peraltro, che l'esperienza giudiziaria ha dimostrato il frequente ricorso all'uso strumentale della collaborazione impossibile e/ o inesigibile esclusivamente finalizzata ai benefici altrimenti non consentiti".

Strumentale; c'è scritto così. Eppure è stata la Corte con le sue sentenze a ispirare la normativa contestata, e che oggi si vorrebbe eliminare. Eppure anche con la sentenza n. 20 la Corte ha evidenziato la differenza "ontologica" tra chi "oggettivamente può, ma soggettivamente non vuole (silente per sua scelta), da quella di chi oggettivamente vuole, ma soggettivamente non può (silente suo malgrado)". Siccome è rara avis, mi piace qui ricordare che la citazione è di un Avvocato, che come pochi conosce la materia (si chiama Alessandro Ricci) e siccome fa il suo mestiere cerca di ottenere i benefici previsti dalla legge.

 

*Avvocato