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di Rosanna Lampugnani

 

Corriere del Mezzogiorno, 27 maggio 2019

 

Il marchio creato da Luciana Delle Donne che ha lasciato l'alta finanza milanese per tornare al Sud e oggi lavora "dietro le sbarre", da Trani a Nisida. L'ultimo premio - per l'impegno civile - è arrivato qualche settimana fa, consegnato a Firenze nelle mani di Luciana Delle Donne. Il primo é del 2007, ma i più importanti sono due: quello di ambasciatrice delle imprenditrici pugliesi, assegnato a Bruxelles nel 2009 e quello di "ambassador" per Expo 2015.

Ciò nonostante Luciana, salentina di 57 anni, non dorme sugli allori, anzi: entra ed esce dalle carceri di Lecce, di Trani, di Matera e da qualche tempo anche dai minorili Nisida e Fornelli. Un andirivieni affatto sospetto perché Luciana ha scelto vent'anni fa di abbandonare i vertici dell'alta finanza milanese (è stata la prima in Italia a "inventare" la banca on line) per tornare a Sud e occuparsi degli ultimi, cioè dei carcerati.

Così si è inventata un marchio, "Made in carcere", perché è lì, dietro le sbarre che le donne - e a Matera anche gli uomini - confezionano borse e gadget, mentre ai ragazzi di Napoli e Bari è affidata la preparazione di "Scappatelle", biscotti quasi integralmente bio, di grande qualità e molto buoni per il palato, lo stomaco e l'anima. Tutto questo daffare ha uno scopo: "Aiutare chi vuol provare a ricostruirsi una vita,

offrire una seconda chance - e i numeri ci dicono che l'80% di chi lavora dietro le sbarre una volta in libertà non sgarra più. Inoltre siamo noi che comprando i prodotti "Made in carcere" ci contaminiamo con la consapevolezza di ciò che é il mondo carcerario e questo genera benessere, per questo le nostre cose sono belle e fanno bene".

Luciana lavora con un paio di società e insieme decidono le strategie aziendali della cooperativa sociale e assumano i lavoratori, che guadagnano tra i 600 e i 900 euro al mese: li scelgono grazie alla "domandina" che i detenuti presentano o alle indicazioni che arrivano dalle direzioni carcerarie, e a quel punto inizia il corso di formazione di 3 mesi.

"Insegniamo a utilizzare il materiale di scarto (per esempio abbiamo iniziato a collaborare con il carcere di Matera perché il divanificio Calia ci dà i suoi tessuti) e a cucire in modo semplice, non più ad alto livello".

Una scelta dovuta, perché il carcere é "un luogo di lavoro aleatorio": dopo sei mesi dall'inizio dell'attività, nel 2006, le 15 sarte di "Made in carcere" grazie ad un indulto uscirono di prigione portandosi via competenze, professionalità acquisite. Imparata la lezione "Made in carcere" nel frattempo è diventato un brand apprezzato innanzitutto dai marchi della grande distribuzione, dalle università, da Granarolo, Slow food, Action aid ed altre associazioni no profit.

Anche la Rai, che in occasione dell'inaugurazione di Matera capitale europea della cultura ha apprezzato le borse, i portafogli, i contenitori per materiale tecnologico e i porta passaporti di "Made in carcere", si è rivolta al negozio on-line delle "ragazze" salentine, acquistando oggetti belli, colorati e "che fanno bene alle persone anche se costano un po' di più", insiste Luciana.

Vendere, per la cooperativa, significa anche realizzare progetti sociali (come quello per la barca Mediterraneo che aiuta gli emigranti) e anche per questo da 6 anni la Luiss di Roma invia a Lecce un gruppo di studenti per comprendere cosa significa la vita dietro le sbarre. E l'hanno capito anche i dirigenti di Nisida e Fornelli: "I minori sono devastati dall'ambiente in cui crescono, ma fare i biscotti con prodotti di alto livello significa essere rispettati, perché nelle loro mani vengono affidate preziosità".