sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Gennaro Grimolizzi

Il Dubbio, 1 settembre 2026

La prima udienza ai presunti responsabili degli attentati alle Torri è prevista non prima del 2028. A venticinque anni dagli attacchi dell’11 settembre 2001, gli Stati Uniti si apprestano a commemorare il quarto di secolo delle stragi con una verità processuale che non si è ancora cristallizzata: quattro imputati, considerati gli ideatori degli attentati che costarono la vita a 2.976 persone, non sono stati ancora processati dal tribunale speciale creato all’indomani dell’11 settembre. La “palude” nella quale è finito il processo per i fatti del 2001 è a Guantánamo, la prigione di massima sicurezza sull’isola di Cuba voluta dall’amministrazione di George W. Bush per interrogare decine di persone sospettate di terrorismo e posta al di fuori della giurisdizione ordinaria e delle convenzioni internazionali. Oggi, alla vigilia di un anniversario dal grande valore simbolico, il sistema della giustizia militare statunitense si ritrova impantanato in questioni procedurali, scelte politiche contraddittorie e nodi costituzionali tutt’altro che sciolti.

È di questi giorni la notizia della brusca frenata del processo agli ideatori delle stragi del 2001 con un inizio previsto soltanto fra due anni. Se nell’estate del 2024, dopo oltre un decennio di complessi negoziati pre-dibattimentali, l’autorità giudiziaria presso le commissioni militari di Guantánamo aveva raggiunto un accordo di patteggiamento con Khalid Shaikh Mohammed, la presunta “mente” dell’11 settembre, Walid bin Attash, Ali Abdul Aziz Ali e Mustafa al-Hawsawi, ora i tempi per giungere ad una sentenza definitiva si allungano clamorosamente. L’accordo del 2024 si basava sull’ammissione di colpevolezza da parte degli imputati per tutti i capi di accusa - compresi il terrorismo e la strage -, in cambio della commutazione della pena di morte nell’ergastolo.

Per molti giuristi, l’accordo rappresentava l’unica via d’uscita per chiudere un contenzioso infinito, evitando anni di ricorsi e raggiungere una verità processuale. L’intesa però ha scatenato un’ondata di polemiche politiche a Washington e la reazione sdegnata di una parte delle associazioni dei familiari delle vittime dell’11 settembre, contrarie all’ipotesi di cancellare la pena capitale. A sole quarantotto ore dalla firma dell’accordo, il Segretario alla Difesa degli Stati Uniti dell’epoca, Lloyd Austin, con una mossa senza precedenti, annullò la decisione dell’autorità giudiziaria, avocando a sé il potere decisionale e cancellando il patteggiamento per reintrodurre la possibilità della condanna a morte. Tale revoca, confermata successivamente dalle Corti d’appello militari, ha riportato le lancette dell’orologio giudiziario indietro di anni, riaprendo una complessa partita procedurale proprio mentre ci si avvicina al 25° anniversario del più grave attentato della storia degli Stati Uniti.

Nello scorso fine settimana il colpo di scena. Il giudice militare, il colonnello Michael Schrama, ha fissato la data d’inizio del processo per il 5 giugno 2028. Respinta la richiesta dei procuratori che chiedevano l’apertura del processo nei primi mesi del 2027, il giudice ha rilevato che la mole di questioni preliminari ancora aperte rende impossibile anticipare i tempi. Schrama è il quinto giudice che si avvicenda nei processi che riguardano i terroristi dell’11 settembre.

Ma la data del 2028 sembra già traballare. L’ostacolo principale per una celebrazione rapida del processo è rappresentato dalla natura delle prove raccolte. Nei primi anni successivi al loro arresto (Khalid Shaikh Mohammed è stato catturato nel 2003 in Pakistan) gli imputati sono stati rinchiusi nei black sites della Cia, luoghi segreti di detenzione sparsi per il mondo, dove sono stati sottoposti alle cosiddette “tecniche di interrogatorio avanzate”, come il waterboarding e la privazione del sonno. Mohammed è stato interrogato con il waterboarding per ben 183 volte.

Le confessioni ottenute sotto tortura non sono ammissibili nei tribunali statunitensi. Oltre alla fissazione del processo nel 2028, le Corti militari continuano a emettere pronunce che eliminano dagli atti le dichiarazioni rese dagli imputati anche agli agenti dell’Fbi negli anni successivi, ritenendole comunque viziate dai maltrattamenti subiti. Il tentativo dell’accusa di salvare il materiale probatorio si scontra con una giurisprudenza consolidata: le violazioni dei diritti umani fondamentali, commesse dallo Stato, hanno irrimediabilmente inquinato la cornice processuale che deve essere caratterizzata da garanzie anche per chi è accusato di crimini efferati.

Mohammed, Attash, Ali e al-Hawsawi dovrebbero essere processati a distanza di vent’anni dalla loro prima apparizione davanti al tribunale di Guantánamo, avvenuta il 5 giugno 2008, e dopo più di cinque anni dalla loro cattura. L’amministrazione Obama decise di modificare la legge che istituiva i tribunali militari con l’intento di rendere i processi per terrorismo più celeri e meno costosi. L’obiettivo, a quanto pare, non è stato raggiunto e gli Stati Uniti continuano a fare i conti con la tragica eredità degli attentati di New York, del Pentagono e della Pennsylvania.