di Gruppo Carcere Magistratura democratica
magistraturademocratica.it, 22 aprile 2026
Il peggioramento costante e drammatico delle condizioni di vita nelle carceri italiane induce a concentrarsi sulla logica dell’emergenza, ma occorre prestare attenzione anche a scelte amministrative e organizzative che rischiano di sterilizzare i principi della fondamentale riforma del 1975 e di allontanare definitivamente l’esecuzione penale dal suo orizzonte costituzionale. In questo contesto si inserisce il recente riassetto delle Direzioni generali del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, avviato con il dPR n. 189 del 2025. Con questo provvedimento sono state istituite due nuove Direzioni generali: quella delle specialità del Corpo di polizia penitenziaria e quella dei servizi logistici e tecnici del Corpo. Già questa scelta avrebbe richiesto un confronto pubblico e trasparente, ma il vero nodo affiora in uno schema di decreto ministeriale attuativo, in corso di approvazione, che ridefinisce in modo sostanziale gli equilibri interni all’amministrazione.
di Massimo Lensi
Left, 22 aprile 2026
Il nuovo decreto sicurezza introduce dietro le sbarre agenti sotto copertura con esenzione dalla responsabilità penale. La previsione di operazioni sotto copertura all’interno degli istituti penitenziari, prevista dal nuovo decreto sicurezza, segna un ulteriore slittamento della funzione penale verso un modello emergenziale, in cui l’eccezione diventa regola. L’idea che appartenenti alla polizia penitenziaria possano agire sotto mentite spoglie, con esenzione dalla responsabilità per reati commessi durante tali operazioni, incide su principi cardine dell’ordinamento: legalità, proporzionalità, controllo giurisdizionale effettivo. Non si tratta di strumenti ignoti al diritto penale, già utilizzati in contesti delimitati come il contrasto alla criminalità organizzata. Qui, però, vengono trasposti in un ambiente strutturalmente fragile, privo di reali contrappesi e segnato da una compressione quotidiana dei diritti fondamentali.
di Gabriele Arosio
glistatigenerali.com, 22 aprile 2026
“Scuola di perfezionamento del crimine” diceva Filippo Turati nel 1904. Un secolo dopo siamo ancora allo stesso punto, poco o nulla è cambiato. La crisi del sistema penitenziario italiano sta tutta in una semplice illustrazione di dati: alla fine di novembre 2025 nelle carceri italiane erano detenute 63.868 persone, quasi 2.000 in più rispetto a un anno fa, a fronte di una capienza effettiva di soli 46.124 posti (700 in meno di quelli che vi erano all’inizio dell’anno). Il tasso di sovraffollamento nazionale ha raggiunto il 138,5%, con 72 istituti oltre il 150% e punte superiori al 200%. È talmente drammatica la crisi che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella in un discorso agli agenti penitenziari lo scorso marzo ha parlato di “sconfitta dello stato” per le condizioni odierne e la terribile piaga dei suicidi in aumento. Non mancano le proposte e le discussioni.
di Simona Lorenzetti
Corriere di Torino, 22 aprile 2026
L’allarme degli avvocati Cosimo Palumbo e Francesco Crimi. Alcuni Tribunali stranieri hanno bloccato le estradizioni in Italia per le condizioni degradanti degli istituti di pena. “Il tasso di sovraffollamento nelle carceri ungheresi, secondo un rapporto del Comitato europeo per la prevenzione della tortura e dei trattamenti inumani o degradanti pubblicato nel dicembre 2025, è del 116%. Mentre in Italia, secondo Antigone, attualmente è del 138%. Un dato allarmante destinato a crescere a causa dei nuovi reati e inasprimenti di pene contenuti nei decreti sicurezza emanati in questi anni”. A tracciare il parallelismo tra le carceri dei due Paesi europei sono gli avvocati Cosimo Palumbo e Francesco Crimi.
di Simona Lorenzetti
Corriere di Torino, 22 aprile 2026
I giudici ordinano la scarcerazione di un 56enne accusato di aver falsificato monete e su cui pende un mandato di cattura europeo emesso dalle autorità ungheresi. I suoi avvocati: “Potrebbe essere sottoposto a trattamenti inumani”. È il 24 ottobre 2025 quando un 56enne viene arrestato dalla polizia di Torino su mandato di cattura europeo emesso dalle autorità ungheresi. L’uomo, stando alle accuse, sarebbe un falsario di monete e ad attenderlo in Ungheria c’è un processo in cui rischia una condanna fino a 15 anni. Ed è per questo che ne viene chiesta l’estradizione. Ma il trasferimento viene negato: per la Corte d’appello di Torino “sussistono criticità che non consentono di escludere il rischio” che l’indagato “venga sottoposto a trattamenti inumani e degradanti” nel penitenziario nel quale sarebbe stato rinchiuso.
di Flavia Perina
La Stampa, 22 aprile 2026
L’insistenza normativa avvalora l’idea di una maggioranza poco efficace proprio sul suo perno politico: la sicurezza. Ma l’idea di una eterna emergenza sicurezza da affrontare pugnale tra i denti può pagare ancora a destra? È la domanda che la maggioranza dovrebbe porsi dopo l’esito surreale del quinto decreto sicurezza, che oggi vedrà il governo impegnato a cancellare con una mano ciò che aveva scritto pochi giorni fa con l’altra. Si può dire (e la destra lo dice): solo un incidente di percorso. Ma il provvedimento arrivato in queste ore al capolinea ha annaspato troppo tempo nelle difficoltà per chiudere la questione così.
di Danilo Paolini
Avvenire, 22 aprile 2026
Sembra l’insicurezza, per paradosso, l’elemento caratterizzante di molte iniziative legislative del Governo, che della sicurezza fa invece uno dei suoi temi fondativi. È già capitato, infatti, che norme varate per accrescere la sicurezza del Paese (secondo la visione della maggioranza politica pro-tempore) si siano rivelate malferme giuridicamente e bisognose di aggiustamenti in corsa. Stavolta è accaduto con il “premio rimpatri”, infilato nel testo originario del nuovo decreto sicurezza con un emendamento evidentemente poco meditato, che si è infranto sul primo vaglio di costituzionalità del Quirinale. Secondo la presidente del Consiglio Giorgia Meloni non si è trattato di un pasticcio. Di certo, però, è un esempio di legislazione quanto meno creativa, perché avrebbe gratificato economicamente gli avvocati che avessero accettato di perseguire interessi diversi da quelli dei loro assistiti. Ora il contributo si estenderà anche ai mediatori e alle associazioni, grazie a un altro decreto che correggerà la norma precedente e sarà pubblicato “contestualmente” in Gazzetta Ufficiale.
di Andrea Colombo
Il Manifesto, 22 aprile 2026
La premier tira dritto sul tema sicurezza. Ci vuole coraggio per negare che il dl sicurezza non sia un pasticcio. Giorgia Meloni si è sempre vantata della sua audacia e ne dà prova: “Per me il decreto non è un pasticcio. Trasformeremo i rilievi tecnici del Quirinale in un provvedimento ad hoc perché non c’era tempo per correggere la norma, che però rimane perché è di assoluto buon senso”. I rilievi per la verità non erano tecnici ma costituzionali e la formula proposta dal governo aggira la forma senza modificare la sostanza.
di Monica Guerzoni e Virginia Piccolillo
Corriere della Sera, 22 aprile 2026
Comunque vada a finire, il braccio di ferro lascerà strascichi nei rapporti, già non privi di spine, tra Palazzo Chigi e il Quirinale. Non un fiato è uscito dal Colle più alto sulle parole con cui, a Milano, Giorgia Meloni ha difeso il “buon senso” di quella contestatissima norma del decreto Sicurezza, stoppata da Sergio Mattarella. Eppure ieri è stata un’altra giornata di tensione istituzionale, di scontro in Parlamento e di arrovellamento dei giuristi del governo, che a sera però non avevano ancora trovato la soluzione del rebus. Un clima che sta tutto nell’insofferenza sfogata da Matteo Salvini: “I rilievi del Quirinale? Ormai non mi stupisco più”.
di Giansandro Merli, Eleonora Martini
Il Manifesto, 22 aprile 2026
Restano i provvedimenti già finiti sotto la lente del Csm. Fermo preventivo e limitazione del gratuito patrocinio potrebbero finire alla Consulta. Grazie al trucchetto di un nuovo decreto che rimedia al pasticcio della mancia agli avvocati pro-rimpatri, la legge di conversione del dl sicurezza otterrà, dopo il voto della Camera, la firma del capo dello Stato. Il quale effettua un controllo preventivo per evitare incostituzionalità palesi, ma non è l’organo deputato a verificare che le leggi ordinarie rispettino il dettato della carta fondamentale. Questo ruolo appartiene alla Consulta. E qui sono almeno due i punti del dl che potrebbero scricchiolare nel caso, non semplice né immediato, siano sollevati davanti alla Corte.
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