di Luigi Mastrodonato
lucysullacultura.com, 19 febbraio 2026
Retaggio del regime fascista, le case lavoro sono numerate strutture del nostro Paese in teoria dedicate a chi ha commesso particolari reati. Nella realtà dei fatti, chi entra in questi luoghi, spesso per ragioni di condotta, non sa quando ne esce e le condizioni in cui versano i detenuti sono durissime e inumane. Per qualche giorno, lo scorso novembre, in Italia si è parlato di case lavoro. È successo dopo che Elia Del Grande, 50 anni, è scappato dalla struttura di Castelfranco Emilia in cui si trovava internato. Del Grande nel 1998 aveva ucciso a colpi di pistola i genitori e il fratello a Cadrezzate, in provincia di Varese. Fu condannato a 30 anni di carcere e nel 2023, dopo averne scontati oltre ventisei, è tornato in libertà vigilata. Si è trasferito in Sardegna, ha trovato una compagna, ha ottenuto un lavoro. Ha iniziato quel faticoso percorso di reinserimento sociale dopo avere espiato la sua lunga pena, proprio come vorrebbe la Costituzione. Fino a settembre 2025, quando un magistrato di sorveglianza ha ordinato il suo internamento in una casa lavoro.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 19 febbraio 2026
Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha finalmente rotto il silenzio sul caso di Luca Finocchiaro e sulla polveriera di Rebibbia, un caso reso pubblico per la prima volta grazie alle pagine del “diario di cella” di Gianni Alemanno. Ma lo ha fatto con la freddezza di chi guarda le carte e non le persone. La sua risposta all'interrogazione del deputato di Italia Viva, Roberto Giachetti, è un esercizio di equilibrismo burocratico: da una parte riconosce che il detenuto stava portando avanti un percorso eccezionale, dall'altra giustifica il suo allontanamento forzato come un atto dovuto per la “sicurezza”. In tutto questo lungo elenco di commi e procedure, però, manca il dato più importante: il ministro non dice una parola sul collasso di Regina Coeli che ha trasformato Rebibbia in un imbuto impraticabile.
di Giovanni Bianconi e Monica Guerzoni
Corriere della Sera, 19 febbraio 2026
L'appello al “rispetto vicendevole” su giustizia e referendum. Il riferimento, senza fare nomi, alle parole del Guardasigilli Nordio. La moral suasion era nell’aria da giorni, ma pochi nel mondo politico e giudiziario si aspettavano il “blitz” a una riunione del Consiglio superiore della magistratura, e i toni severi usati dal capo dello Stato. Quanto grave sia per Sergio Mattarella lo scontro istituzionale che infiamma la campagna referendaria - arrivando a coinvolgere l’organo di autogoverno delle toghe che presiede - lo ha sottolineato lui stesso, ricordando che in undici anni di Quirinale mai aveva presenziato ai “lavori ordinari” del Csm. Se lo ha fatto, è perché ha avvertito la necessità e l’urgenza di porre un argine per ripristinare, prima che sia tardi, gli equilibri democratici e costituzionali.
di Simona Musco
Il Dubbio, 19 febbraio 2026
Il Capo dello Stato interviene in plenum per difendere il Consiglio ma anche per chiedere a tutti toni più civili. In undici anni di permanenza al Quirinale, non era mai accaduto. Sergio Mattarella, per indole e stile, ha sempre preferito il silenzio operoso delle stanze del Colle o i discorsi ufficiali, evitando di occupare fisicamente gli scranni di Palazzo Bachelet se non per cerimonie solenni e straordinarie. Eppure, di fronte a una tensione istituzionale che ha rischiato di trasformarsi in una collisione senza ritorno, il Capo dello Stato ha deciso di varcare la soglia del Consiglio superiore della magistratura per presiedere l’avvio del plenum ordinario.
di Antonio Polito
Corriere della Sera, 19 febbraio 2026
Il pericolo di una deriva faziosa. Mattarella al Csm. Riforma della giustizia, confronto ma con il senso del limite. “Rigore è quando arbitro fischia”. Questo motto, reso molto popolare nel mondo del calcio dall’elementare italiano di un simpatico allenatore straniero, è perfetto per spiegare il senso dell’inusuale intervento di Sergio Mattarella alla riunione del Csm. È un modo per dire: basta litigare, mettiamo fine alle polemiche, e rispettiamo ciascuno i propri ruoli. Ce n’era bisogno. Si era superato il limite. È molto chiaro il primo destinatario del rimprovero: il governo, alias il ministro di Giustizia Nordio, il quale qualche giorno fa aveva parlato di un “sistema para-mafioso” imposto dalle correnti nel Csm.
di Danilo Paolini
Avvenire, 19 febbraio 2026
Con la richiesta di “rispetto” per il Consiglio superiore della magistratura, espressa in prima persona dal capo dello Stato, il presidente della Repubblica ha fatto un vero e proprio compendio dell'alfabeto istituzionale. A Sergio Mattarella non difettano certo la fermezza e la chiarezza. E il messaggio che ha voluto mandare ieri è arrivato forte e chiaro a tutti i destinatari, che non sono pochi. Forte e chiaro sia per le modalità, sia per i contenuti scelti per esprimerlo. Il capo dello Stato lo ha infatti inviato non dal Quirinale, ma dal plenum del Consiglio superiore della magistratura (di cui la Costituzione gli affida la presidenza) convocato in seduta “ordinaria”. Non era mai accaduto nei suoi undici anni al Colle, durante i quali Mattarella ha presieduto a Palazzo Bachelet solo le assemblee plenarie straordinarie. Egli stesso lo ha rimarcato, confermando così la gravità e l’importanza del gesto. E poi la sostanza del richiamo, breve e incisivo: al rispetto dovuto a un organo di rilievo costituzionale come il Csm; al rispetto che tutte le istituzioni si devono vicendevolmente.
di Alessandro De Angelis
La Stampa, 19 febbraio 2026
Secondo la grammatica di una volta, Carlo Nordio non se la sarebbe cavata con un comunicato di circostanza sul discorso di Sergio Mattarella, come se riguardasse altri e non ne fosse il destinatario principale. Si sarebbe posto, nell’ambito di un imbarazzo condiviso nel governo, il tema del suo passo indietro. L’uscita del capo dello Stato a difesa del Csm è davvero senza precedenti. Ed è stata determinata dall’accusa di “metodi mafiosi” da parte - anche qui senza precedenti - di un guardasigilli in carica. Che, per i successivi tre giorni, non ha trovato occasione per correggersi, né è stato spinto a correggersi o redarguito.
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 19 febbraio 2026
Saranno attivati nei prossimi giorni, su tutto il territorio nazionale, i 36 Centri per la giustizia riparativa, nuova rete di servizi prevista dalla riforma introdotta con il decreto legislativo 150 del 2022. La giustizia riparativa si configura come una forma di giustizia complementare, basata su un incontro libero, volontario e consensuale tra vittima e autore del reato, facilitato da un mediatore esperto, figura terza, imparziale e qualificata. Il dialogo, che può avvenire in modo diretto o indiretto, si svolge in un contesto riservato e mira a far emergere bisogni, conseguenze e possibilità di riparazione.
di Raffaella Tallarico
gnewsonline.it, 19 febbraio 2026
“Perdono è la parola che apre il capitolo, non quella che chiude il libro”. A dirlo è Pumla Gobodo-Midikizela; psicoterapeuta e professoressa all’università di Stellenbosch, è tra le protagoniste del primo esempio di giustizia riparativa nel panorama giuridico internazionale: il processo di pacificazione in Sud Africa dopo l’apartheid. In un Paese ferito dalla persecuzione razziale della componente bianca verso quella nera, l’attività della Truth and Reconciliation Commission traccia una nuova, possibile via di convivenza nel Paese basata, appunto, sul perdono.
di Fiorenza E. Aini
gnewsonline.it, 19 febbraio 2026
“Una conferenza stampa si fa per annunciare quello che si ha intenzione di fare, noi la facciamo per dimostrare che abbiamo realizzato qualche cosa”. È così che questa mattina il Viceministro della giustizia Francesco Paolo Sisto ha avviato la conferenza stampa che si è tenuta presso il Ministero per presentare i risultati raggiunti in tema di Giustizia Riparativa. La giustizia riparativa è un approccio al reato che si concentra sulla riparazione del danno arrecato alla vittima e alla comunità, promuovendo il dialogo e la responsabilizzazione attiva dell’autore del reato, anziché la sola punizione. Complementare al sistema penale, facilita incontri tra le parti con l’aiuto di un mediatore per guarire le relazioni e superare il conflitto. Si parla dunque di percorsi alternativi di giustizia, paralleli e non sostitutivi di quelli tradizionali e possibili solo con il libero consenso di tutte le parti.
- Sardegna. Detenuti in 41-bis, i sindacati: “Servono organici e reparti ospedalieri dedicati”
- Venezia. Dopo il suicidio di Consuelo, alla Giudecca per dire: “Qualcuno fuori vi pensa”
- Ancona. Oltre cento iscritti da tutta Italia al percorso di formazione per volontari
- Napoli. L’agricoltura e la cucina nelle mani dei detenuti di Poggioreale
- Bolzano. ''Grazie a magistrati e polizia che mi hanno fermato in tempo''











