di Gian Domenico Caiazza
Il Foglio, 5 ottobre 2026
L’errore giudiziario e il suo brodo di coltura. L’indagine e il sospetto, indicato alla pubblica opinione come la soluzione dell’enigma delittuoso. Il caso Tortora e, oggi, il caso Garlasco. Garlasco è la parabola in grado di raccontarci fedelmente cosa accade nella quotidiana amministrazione della giustizia nel nostro paese, ancor più quando su una vicenda giudiziaria, per le più varie ragioni, si accendono i riflettori e la vorace attenzione della pubblica opinione. Nella quotidianità silenziosa e anonima della vita giudiziaria italiana, molte delle dinamiche che in queste vicende a forte esposizione mediatica appassionano, stupiscono e indignano la pubblica opinione, si ripetono in realtà molto spesso, solo che nessuno lo sa.
di Massimiliano Nerozzi
Corriere della Sera, 5 ottobre 2026
Arata, candidato per Areadg: a volte gli ispettori si mandano per intimidire i magistrati. Il prossimo Csm rappresenta, per le aspettative di tanti giovani colleghi “giustamente diffidenti”, un “banco di prova decisivo” dice il giudice Roberto Arata, 63 anni, presidente di sezione al tribunale di Milano dopo una vita a Torino, e candidato al consiglio per Areadg. “È una scelta legata proprio alla vicenda referendaria: sono in magistratura dal 1993, iniziai da pm in Sicilia, come fecero 240 di noi appena usciti dal concorso, tra Calabria e Sicilia, appunto. Tutti straordinariamente orgogliosi di entrare in una magistratura orizzontale e paritaria, senza “capi” e senza carriera, come previsto dalla Costituzione”.
di Giada Schiavino
La Repubblica, 5 ottobre 2026
La Cassazione dà torto al Tribunale di sorveglianza torinese che aveva rifiutato la detenzione domiciliare a un recluso. “Devo occuparmi dei miei quattro figli, tutti minorenni. Mia moglie è affetta da una grave patologia psichiatrica e non può occuparsene”. Era stata rigettata dichiarandola “inammissibile” lo scorso aprile, dal tribunale di sorveglianza di Torino, la richiesta di detenzione domiciliare avanzata da un detenuto condannato - con fine pena al primo gennaio 2030 - per violenza sessuale e lesioni aggravate. Ora però la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della difesa, annullando l’ordinanza impugnata e disponendo il rinvio per un nuovo giudizio al tribunale torinese.
di Barbara Cottavoz
La Stampa, 5 ottobre 2026
Il portavoce Riccardo Noury sabato da Novara rilancerà l’appello per il ricercatore dell’Upo condannato in Iran. Diritti umani, tortura ed esecuzioni di Stato sono i temi del percorso di incontri del portavoce nazionale di Amnesty Italia Riccardo Noury in Piemonte. Sarà a Nizza Monferrato giovedì, a Vercelli venerdì e poi a Novara, sabato in occasione della Giornata internazionale per l’abolizione della pena di morte. Una scelta non casuale: da anni Amnesty si batte al fianco della città per il rilascio del medico e ricercatore di Medicina dei disastri dell’Università del Piemonte Orientale, Amhadreza Djalali, condannato all’impiccagione in Iran per spionaggio.
di Giovanna Francesca Russo*
ilreggino.it, 5 ottobre 2026
Nel giorno in cui l’Italia celebra San Francesco d’Assisi, Patrono della Nazione e simbolo universale di fraternità, siamo chiamati a interrogarci sul significato più autentico della giustizia. Una democrazia non si misura soltanto dalla forza delle proprie leggi, ma dalla capacità di rendere effettivi i diritti, soprattutto per chi rischia di rimanere indietro. Uno Stato è davvero giusto quando nessuna fragilità diventa una condanna e nessuna persona viene relegata ai margini della comunità. Oggi troppe famiglie non si chiedono quale futuro costruire, ma a cosa rinunciare: a una cura, allo studio dei figli, alla serenità quotidiana. Quando questo accade, la povertà non è più soltanto una questione economica: diventa una questione di dignità, libertà e qualità della democrazia. Il principio che dovrebbe guidarci è semplice e radicale: non possiamo accettare per gli altri ciò che non accetteremmo per noi stessi o per i nostri figli.
di Gabriele Burini
Corriere dell’Umbria, 5 ottobre 2026
Un detenuto di 60 anni è stato trovato morto ieri mattina nella sua cella all’interno del carcere di Capanne. A denunciarlo è stato Fabrizio Bonino, segretario nazionale del Sappe per l’Umbria, con il Sindacato autonomo polizia penitenziaria che esprime “il più sentito cordoglio e la propria vicinanza alla famiglia del detenuto italiano, con fine pena prevista nel 2030. Il decesso, avvenuto nella notte tra il 3 e il 4 ottobre, sarebbe riconducibile a cause naturali. Alla famiglia del ristretto giunga la nostra umana solidarietà”.
di Margherita Grassi
reggionline.com, 5 ottobre 2026
Il 26enne, autore dell’aggressione di una settimana fa al distributore, si è tolto la vita in cella venerdì sera. Soffriva di disturbi mentali. Il corpo di Mena Istafanous si trova all’Istituto di Medicina legale di Modena. In settimana verrà eseguita l’autopsia disposta subito dal sostituto procuratore Giulia Galfano, che indaga per istigazione al suicidio. È probabile che i funerali del 26enne si terranno a Reggio, la città che i genitori di origine egiziana avevano scelto per vivere, la città in cui lui era nato.
di Luigi Mastrodonato
Il Domani, 5 ottobre 2026
“Mio figlio mi ha detto che è stato menato dagli agenti dopo una piccola rivolta. Mi ha videochiamato e aveva un occhio nero e lividi su tutto il corpo”, dice Francesca a Domani. Quando Francesca ha ricevuto la videochiamata del figlio dal carcere Mammagialla di Viterbo ha notato subito le condizioni in cui era ridotto. Un occhio nero, lividi e segni lungo le braccia e le gambe. Il collegamento è durato pochi istanti, giusto il tempo di mostrare le ferite e dirle che non poteva parlare perché intorno a lui c’erano numerosi agenti di polizia penitenziaria ad ascoltarlo. In una telefonata precedente le aveva detto di essere stato massacrato di botte da una “squadretta” a seguito di una protesta messa in atto il 19 settembre.
di Carlo Baroni
La Nazione, 5 ottobre 2026
Quattro uomini, quattro carceri diverse. Ma il problema, quello vero, per Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria, resta tutto intero e per gran parte da risolvere. La rivolta esplosa al Don Bosco di Pisa, tra barricate, minacce, oggetti lanciati e suppellettili incendiate, si è conclusa con gli arresti e con il trasferimento dei detenuti ritenuti dagli inquirenti i promotori dell’insurrezione, e con l’identificazione di altri 16. Leo Beneduci, segretario generale dell’Osapp, dopo l’accaduto, solleva una questione più ampia: quella della gestione dei detenuti considerati ad alto rischio.
di Lorenzo Carducci
Il Tirreno, 5 ottobre 2026
Custodia cautelare per i quattro promotori arrestati e allontanati. Dal gip l’udienza di convalida: in due si dichiarano estranei. La sezione resta inagibile, probabili trasferimenti. “Ho fatto la diretta per denunciare gli abusi che stavamo subendo. Volevamo protestare per le microspie che abbiamo trovato in cella e per gli altri problemi”. Sono le parole che avrebbe pronunciato ieri di fronte al giudice per le indagini preliminari del tribunale di Pisa Daniel Myrtaj, 24enne albanese ritenuto tra i capi o promotori della rivolta scoppiata mercoledì sera nella sezione 2° piano giudiziario del carcere Don Bosco - tra barricate, olio bollente sul pavimento, suppellettili incendiate e lanciate - e sedata dopo un’intera notte di mediazione.
- Assisi (Pg). I detenuti sul cammino di Francesco: “Risentiamo gli odori della natura”
- Reggio Calabria. L’arte richiama le coscienze e unisce carcere e comunità
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- Sinistre europee e questione sociale
- La paura di affondare ci sta spingendo verso il “si salvi chi può”









