di Giuseppe Maria Toscano
Il Riformista, 25 giugno 2026
Una nota frase, erroneamente attribuita a Dostoevskij, recita: “Il grado di civiltà di una società si misura dalle sue prigioni”. Potremmo dire infatti che, tanto più una società è avanzata e civile, tanto più essa ha cura del rispetto di chi, in un certo momento, si trova in una situazione di totale vulnerabilità. Tanto più una società, e chi la rappresenta, civile non è, tanto inferiore è il grado di cura rivolto a chi si trova nella situazione di cui sopra. La situazione del carcerato è, a ben vedere, la condizione del vulnerabile per antonomasia: da quando viene portato nel luogo di reclusione, infatti, egli vive da uomo (che pur ha sbagliato) privato dei suoi averi, del suo gruppo d’appartenenza, della sua casa (ammesso che ne abbia una) e, in fin dei conti, della sua stessa individualità.
di Angela Stella
L’Unità, 25 giugno 2026
Per il sottosegretario Mantovano, i numeri delle dipendenze ci parlano di una pandemia. Insomma: la relazione del governo conferma quanto denunciato nel Libro bianco sulle droghe delle associazioni: il proibizionismo non funziona. “I numeri delle dipendenze ci parlano di una pandemia che ha la particolarità di non essere percepita come tale”. È l’accostamento utilizzato dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano che in una conferenza stampa ieri ha presentato la relazione al Parlamento sul fenomeno delle dipendenze in Italia. Secondo la premier Giorgia Meloni occorrono, dunque, “un approccio a 360 gradi e risposte lungimiranti”. Insomma il proibizionismo non funziona. E la conferma è arrivata sempre ieri quando è stata presentata alla Camera dei Deputati, su iniziativa del deputato di +Europa Riccardo Magi, la diciassettesima edizione del Libro Bianco sulle droghe, dal titolo “E non sono pazzi”.
di Lorenzo Attianese
ansa.it, 25 giugno 2026
Ridurre la carcerazione preventiva, aumentare la possibilità di misure alternative per alcune categorie di soggetti, proseguire l’ampliamento delle strutture penitenziarie nonostante le difficoltà. Sono le principali direttive su cui il governo si sta muovendo per far fronte all’emergenza sul sovraffollamento delle carceri, tornata al centro del dibattito politico dopo l’uscita dal carcere di Gianni Alemanno, il quale durante i suoi mesi di detenzione si è fatto portavoce delle istanze per i diritti delle persone ristrette, fino a portare in queste ore - ormai da uomo libero - le sue riflessioni appena uscito fuori dall’istituto di Rebibbia: “Ho visto e conosciuto una realtà terribile, il carcere è una vergogna per la Repubblica, una offesa per come tratta la gente e che non dà, a chi se la merita, una possibilità di cambiamento”, dice l’ex sindaco sottolineando che “la battaglia per il sovraffollamento non ha colore politico. Non è di destra o di sinistra.
di Franco Insardà
Il Dubbio, 25 giugno 2026
Ripubblichiamo l’intervista a Elvio Fassone, un modo per ricordare una grande personaggio che ci ha lasciati lo scorso 21 giugno. Poteva essere l’ultima lettera. L’ultima di una fitta corrispondenza durata 26 anni, quella tra Salvatore, giovane ventisettenne condannato all’ergastolo 28 anni prima, ed Elvio Fassone il giudice che emise quella sentenza nel 1978. Poteva essere l’ultima lettera, ma per fortuna le cose sono andate diversamente. Salvatore, infatti, aveva deciso di cambiare il corso della sua vita da ergastolano con un “fine pena ora”. Aveva deciso, cioè, in un momento di sconforto, di suicidarsi. Voleva farlo con una cinghia da stringere intorno al collo. Voleva usarla per riprendersi quella libertà che la condanna a “fine pena mai” non gli avrebbe mai potuto garantire.
di Federica Olivo
huffingtonpost.it, 25 giugno 2026
A Rebibbia dal 2022, è stato condannato a 12 anni perché ha ucciso il figliastro dopo l’ennesima aggressione. Mattarella gli ha concesso clemenza parziale, che sarebbe un viatico per assegnargli i domiciliari. Ma ancora non si è mosso nulla. Ancora in cella, a 88 anni. Nonostante la grazia. È la storia di Antonio Russo, anziano detenuto a Rebibbia dal 2022. L’uomo è entrato in carcere quando aveva già più di 80 anni, con una pena pesante. Russo è stato condannato a 12 anni per omicidio volontario: ha ucciso uno dei figli della compagna nel 2018. L’omicidio era maturato in un contesto di violenze e vessazioni: l’anziano aveva accoltellato il giovane dopo essere stato aggredito e picchiato per l’ennesima volta. Era stato lo stesso Russo a consegnarsi alle forze dell’ordine. Gli altri figli della compagna non si erano costituiti parte civile contro di lui, perché a loro volta vittime di aggressioni da parte del giovane ucciso.
di Nello Trocchia
Il Domani, 25 giugno 2026
L’ex sindaco esce da Rebibbia e annuncia una cena con il generale. Come si concilia quello che ha visto dentro, la battaglia contro il sovraffollamento con le parole d’ordine di Vannacci? Alemanno non risponde, ma assicura: “Non mi candido. Dentro c’è una marea di gente innocente, ho visto cose incredibili”. Gianni Alemanno è uscito dal carcere confermando la sua adesione al partito del generale Roberto Vannacci, l’ex sindaco di Roma ha chiesto ai dirigenti del suo movimento Indipendenza, riottosi all’accordo, di non presentarsi. Smottamenti a destra, cambi di casacca, voti in uscita dal perimetro della destra di governo. Questioni politiche che appassionano sondaggisti e analisti, ma dietro il capannello affollato di curiosi, giornalisti e fedelissimi c’è altro. C’è il carcere e chi lo abita. L’universo dimenticato della Repubblica di cui Alemanno è diventato testimone, universo rimosso dalla narrazione del generale.
di Francesca Spasiano
Il Dubbio, 25 giugno 2026
“Oggi le vittime della criminalità sono abbandonate a loro stesse, senza tutela, senza supporto, senza giustizia. Io non ho dubbi: tra Abele e Caino - dice Vannacci - sono sempre dalla parte di Abele e Caino deve marcire in carcere”. L’ultima notte in cella l’ha passata come tutti gli altri, a patire il caldo nell’afa delle carceri che esplodono di corpi. Poi il detenuto Gianni Alemanno può ritrovare la libertà e mandarla giù con un bicchiere di vino, di quelli agognati per un anno, cinque mesi e 24 giorni passati dietro le sbarre. “Non dovevo stare qua. Sono innocente rispetto ai fatti che mi sono stati contestati e il reato per cui sono qua è stato abolito”, dice subito l’ex sindaco di Roma. Che si rituffa nella folla di giornalisti e militanti poco prima delle dieci, lasciandosi alle spalle i cancelli di Rebibbia.
di Sergio D’Elia*
L’Unità, 25 giugno 2026
Fagli sentire il fetore di urina e di feci e del cibo mai consumato che avvolge tutto e tutti, detenuti e “detenenti”, colpevoli e innocenti, condannati e in attesa di giudizio. Digli che se vuole conoscere la vera feccia deve andare lì, in carcere, a Rebibbia. Però, digli anche che lì, dove hanno scaricato il letame della società, la feccia della feccia, tu hai conosciuto Fabio Falbo, lo “scrivano di Rebibbia”, avvocato legale e difensore civico, ancora di salvezza di tanti disperati. Parlagli di te, del “legislatore di Rebibbia” che sei stato, raccontagli come nel luogo dei fuorilegge e della pena hai concepito riforme della legge penale.
di Marcello Pesarini
transform-italia.it, 25 giugno 2026
Dalla lettura dell’articolo “Quando la giustizia esclude e uccide” di Claudio Novaro, ho ricevuto un segnale di tenuta della solidarietà e della libera informazione. L’esistenza di questi luoghi che ospitano opinioni, lettere, appelli, sta a significare che non è stata ancora cancellata la nostra ragione d’essere compagni nel garantismo e nella solidarietà. Provai una sensazione d’impotenza quando come attivista avrei voluto contro-informare una città di provincia sulle vicende avvenute in un suo penitenziario, vicende che portarono a un suicidio “annunciato” fra le sbarre. Mi trovai di fronte a un mondo politico e dell’informazione che reagì con tanto clamore iniziale ma non permise, per più volontà politiche convergenti, di dare anche la sepoltura politica al detenuto.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 25 giugno 2026
C’è un uomo gravemente malato, riconosciuto portatore di handicap in situazione di gravità, che ha scontato per intero la sua pena ed è tornato a essere un cittadino libero. L’Inps gli ha negato l’assegno sociale. Prima ha bloccato la sua posizione richiamando una norma che la Corte costituzionale aveva già cancellato. Poi, davanti al giudice, ha cambiato le carte in tavola e ha tirato fuori l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Il Tribunale di Reggio Calabria, sezione lavoro e previdenza, ha respinto questa linea e ha condannato l’istituto a pagare. La vicenda nasce dal ricorso dell’avvocata Francesca Araniti. Il suo assistito era stato condannato in passato per reati cosiddetti ostativi, ma ha finito di espiare la pena ed è in stato di libertà da anni. Già malato, aveva ottenuto dallo stesso tribunale, con un decreto di omologa, il riconoscimento dell’indennità di accompagnamento. A gennaio 2025 il patronato aveva poi inoltrato all’Inps la domanda di assegno sociale.
- Brescia. Palpeggiamenti in piscina: dall’arresto al suicidio, le 48 ore del 23enne
- Catanzaro. Omicidio nel carcere, cinque arresti. Detenuto ucciso dopo un pestaggio in cella
- Milano. Il carcere, misura della nostra umanità
- Firenze. Anche le carceri possono essere chiuse. Il caso di Sollicciano rompe un tabù
- Foggia. Garante comunale dei detenuti: aperte le candidature, a sceglierlo sarà il Consiglio










