di Donatella Galante*
Ristretti Orizzonti, 24 febbraio 2026
E se dicessi che non aspetto più? / Se sfondassi il cancello di carne / O lo scavalcassi, verso la libertà?(Emily Dickinson). Non conoscevo Pietro M., il detenuto della sezione di Alta Sicurezza che si è suicidato alla vigilia del suo trasferimento; mi hanno riferito che era un uomo schivo e molto riservato, ma di lui non posso dire nulla. Qualcosa posso dire di altri detenuti dell’Alta Sicurezza, ergastolani che ho avuto modo di incontrare nella mia attività di volontaria alla redazione di Ristretti Orizzonti.
Ho potuto conoscerli, e capire come il tempo lungo della detenzione li aveva trasformati, li aveva resi pacati, e saggi, o forse solo rassegnati; ho condiviso con loro qualche momento di vita (sguardi e strette di mano, riflessioni e parole attorno al tavolo della redazione, l’offerta reciproca di un caffè, gli incontri e i confronti con le scuole, l’emozione di uno spettacolo teatrale…) e poi ho assistito alla loro progressiva e inesorabile esclusione dalle situazioni comuni, dalla redazione, dai convegni, dai progetti con gli studenti, dal teatro, e infine da tutte le attività. Qualcuno ha ancora potuto usufruire di qualche permesso. Poi, la decisione di trasferirli tutti, da un giorno all’altro, velocemente e brutalmente, verso mete non identificate. Non persone ma corpi da smistare.
Non conoscevo Pietro M., la sua storia, ma posso dire qualcosa dell’atto finale, del modo in cui ha deciso di uscire definitivamente dalla sua cella, e del tempo preciso in cui ha scelto di farlo: l’alba di un nuovo giorno, subito prima che gli agenti della polizia penitenziaria venissero a prenderlo per trasferirlo altrove. Quell’altrove evidentemente per lui non era concepibile.
Si può dire: un suicidio annunciato. Certo, così esatta la sequenza, così strettamente legate le due azioni, così connessi i tempi, da non lasciare dubbi. Ma i dubbi restano: non solo per il mistero che accompagna le ragioni profonde di chi decide di togliersi la vita, non solo per il pensiero colpevole che forse si poteva fare qualcosa per evitarlo, questo suicidio, ma anche per una domanda che rimane per il momento senza risposta: qual è il senso (il senso politico e morale) di queste decisioni inesorabili che partono dall’alto e che calpestano gli individui, nei modi e nei tempi, riducendo le persone a corpi da smistare?
Per un sociologo come Durkheim la “pena precisa” corrisponde alla privazione della libertà senza alcuna altra sofferenza aggiuntiva, e questo perché la società, ogni società evoluta, dovrebbe aver fatto proprio il concetto che dignità e rispetto sono valori di tutti, delle vittime e dei colpevoli. C’è un sovraccarico in più nel cancellare in modo così brutale i percorsi fatti, le esperienze formative e il lavoro, i rapporti che si sono instaurati, le abitudini quotidiane, il senso di comunità che è vitale per chi ha perso tutto il resto, cancellare infine la dignità delle persone stesse. C’è un sovraccarico in più che nulla ha a che fare con la “certezza della pena”, e le modalità concrete di espiazione.
Non conoscevo Pietro M., i suoi 73 anni, il male dato e avuto. Però vorrei pensare, anche se magari è solo un pensiero consolatorio, che il suo gesto ultimo e disperato sia stato anche un atto di libertà.
*Volontaria di Ristretti Orizzonti










