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di Ornella Favero*

Corriere della Sera, 24 febbraio 2026

I 40 anni di storia della Cooperativa Giotto impongono a tutti noi, che da anni siamo impegnati per rendere le carceri luoghi meno disumani, una riflessione sul passato che ci dia stimoli nuovi e coraggio per affrontare un difficile futuro. “La vita in carcere deve essere il più vicino possibile agli aspetti positivi della vita nella società libera”: questa, che è la numero 5 delle regole penitenziarie europee, mi aveva sempre un po’ irritato perché sembrava far parte del libro dei sogni. Oggi invece a Padova abbiamo dimostrato che rovesciare i luoghi comuni è possibile.

E il luogo comune più clamorosamente ribaltato è stato che il carcere sia per sua natura un luogo senza qualità, e che sia quindi destinato a ospitare progetti di poco spessore, ma non è così, e Ristretti Orizzonti e la Coop Giotto, assieme a tutto il coordinamento, ne sono la prova, due esperienze complesse, ricche, che hanno molto da insegnare anche al “mondo libero”.

Il secondo luogo comune a cui abbiamo detto addio è quello sulla litigiosità del Terzo settore e del Volontariato, intesi come realtà spietatamente “concorrenti sul mercato del bene”: a Padova abbiamo imparato che la nostra forza è metterci insieme, riuscire a confrontarci, capire il valore della diversità, sempre così difficile da accettare perché ognuno di noi si culla spesso nella convinzione della sua unicità e superiorità.

E così è nato, anzi no “abbiamo creato” perché è stato un lavoro complicato, il Coordinamento carcere Due Palazzi, che mette insieme tutte le realtà che a Padova si occupano di carcere e area penale esterna. Insieme ci presentiamo “al mondo”: al mondo esterno, così diffidente verso il carcere, a cui noi diciamo invece che il carcere può diventare una risorsa, là dove le persone detenute sono impegnate in percorsi di crescita e cambiamento, e al mondo delle Istituzioni penitenziarie, che faticano ad accettare che Volontariato e Terzo Settore devono esserci e dialogare su un piano di parità nella diversità, e non in un ruolo subalterno, come “ruote di scorta” che contano solo nel momento in cui devi correre ai ripari.

Ma c’è un altro aspetto che ci accomuna, e dà forza al nostro lavoro: noi non pensiamo che tra gli esseri umani ci siano “vuoti a perdere”, tanto nel carcere che nella disabilità, e non rinunciamo all’idea che ogni persona meriti attenzione e possa cambiare, dare una svolta alla sua vita se si sente accolta. Ecco, credo che il Terzo settore non abbia paura di apparire esageratamente buono, proprio perché non lo è, ma riesce a occuparsi con attenzione di tutti, dei “cattivi” in carcere ma anche di chi il reato l’ha subito, di quelle vittime che non vogliono distruggersi nell’odio ma scelgono con noi di “non rispondere al male con altro male”.

*Presidente Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia, Direttrice Ristretti Orizzonti