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di Giuliano Santoro

Il Manifesto, 24 febbraio 2026

C’è la campagna propagandistica battente, il fuoco di fila transmediale che quotidianamente tiene il punto sulla repressione e la sicurezza. E ci sono le misure concrete, quelle che la destra ha fatto passare per decreto, bypassando la discussione parlamentare, e forzando di fronte ai dubbi dei costituzionalisti e le preoccupazioni degli addetti ai lavori. Sono almeno due, tra le norme dei decreti sicurezza, quelle che riguardano da vicino l’omicidio di Rogoredo e che fanno cogliere il nesso tra le campagne politiche e la produzione normativa. Un paio di settimane fa, ad esempio, è stata diffusa la circolare del Viminale che rende immediatamente operativo quanto stabilito dal primo decreto: il porto d’armi per gli agenti di pubblica sicurezza è valido anche fuori servizio, senza bisogno di licenza prefettizia, per le armi comuni. La legge adesso consente l’uso di un’arma privata, spesso più occultabile, ufficialmente per autodifesa, anche per gli agenti della polizia municipale.

Dunque, la necessità di “dimostrare il bisogno” di portare fuori servizio armi stabilita dal Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, viene superata dalla presunzione legale dell’”esigenza di autotutela”: il legislatore concepisce questa possibilità sia in termini di ampliamento della “copertura” degli agenti che di rafforzamento della loro “capacità operativa”.

L’altra norma è contenuta nel secondo decreto, quello emanato lo scorso 5 febbraio che prevede, sulla scia emotiva delle immagini cucite e diffuse ad arte degli scontri del corteo di Torino per Askatasuna, la difesa rafforzata per gli agenti di polizia. O meglio: visto che la Costituzione prevede che la legge sia uguale per tutti, il testo viene ampliato a qualunque cittadino stia adempiendo il proprio dovere e rappresenta una specie di allargamento della legittima difesa, evitando l’iscrizione sul registro degli indagati, ma in specifiche situazioni. Più un segnale politico che un dispositivo cogente. Ieri Carlo Nordio ci ha tenuto a precisare che “lo scudo penale non esiste, è un’invenzione giornalistica, io avrei indagato l’agente a Rogoredo”. Per ora, di sicuro, non c’è quel decreto: non è ancora comparso in Gazzetta ufficiale. Formalmente per motivi di copertura finanziaria. Ma dall’opposizione insinuano: “Il governo è rimasto di nuovo impantanato nei suoi pasticci”.