di Davide Pinna
La Nuova Sardegna, 18 ottobre 2026
Nella Casa di reclusione un torneo quadrangolare fra detenuti, polizia penitenziaria e dai calciatori di due squadre locali. Che sia Wembley, il Vanni Sanna o un campetto sperduto nelle campagne della Nurra, poco cambia: la palla rotola dappertutto alla stessa maniera. Certo, se quel campetto sperduto nella Nurra sta fra le celle del carcere di Bancali, bisogna stare attenti: se il pallone finisce oltre le mura, non si può mica uscire per recuperarlo. Ma tra una scivolata, un traversone, uno stop di petto e un tacco che fa impazzire il pubblico, anche quello che sbircia da dietro le sbarre, la sensazione di libertà che si vive appresso a quel pallone è la stessa: che tu sia Mbappè o che tu sia un carcerato.
di Teresa Cioffi
Corriere di Torino, 18 ottobre 2026
Silvano Girotto, entrato e poi fuggito dalla Legione straniera, finito in carcere per furto e convertitosi al cattolicesimo, raccontato dalla figlia Daniela. Si può essere tante cose. Anche apparentemente lontane e in contraddizione. Ad esempio, si può provare a passare clandestinamente il confine francese a 17 anni, per poi essere arrestato e finire nella Legione straniera in Algeria. Poi disertare, per ripugnanza verso torture e atrocità, tornare in Italia ma essere arrestato ancora per un furto in una tabaccheria. Entrare in carcere e diventare frate, poi partire per la Bolivia come missionario. Lasciare il saio per abbracciare le armi, appoggiare studenti, operai e contadini contro la dittatura boliviana e partecipare alla resistenza contro il golpe di Pinochet in Cile. Tornare in Italia, infiltrarsi nelle Br e portare all’arresto di Renato Curcio e Alberto Franceschini.
di Giuseppe Culicchia
La Stampa, 18 ottobre 2026
Proteste legittime finché non sfociano nella violenza. “Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio, per farsi coraggio, si ripete: “Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene.” Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio.” Quando nel 1995 uscì in Francia il film L’Odio, girato da Mathieu Kassovitz a Parigi poco dopo l’uccisione di un ragazzo delle banlieues da parte della polizia, la pellicola provocò feroci polemiche per la scena in cui i protagonisti venivano interrogati con modi brutali in un commissariato. Ma ce n’era un’altra assai significativa: quella in cui i tre giovani banlieusards, capitati per caso all’inaugurazione di una galleria d’arte, finivano per litigare con la jeunesse dorée intenta a sorseggiare bollicine e se ne andavano insultando i presenti, spaccando un paio di calici e sbattendo la porta. “Il malessere delle periferie”, constatava il gallerista.
di Luciano Tancredi
La Stampa, 18 ottobre 2026
Dopo la Francia, brucia l’Italia. C’è una foto, tra le tante degli scontri di ieri pomeriggio arrivate in redazione, che ricorda plasticamente gli elementi di un’altra, più tragica immagine di 25 anni fa: una camionetta dei carabinieri, un ragazzo con un estintore in mano e il volto coperto. Era il 20 luglio del 2001, in Piazza Alimonda a Genova, quel ragazzo era Carlo Giuliani e poco dopo morì. L’odore di bruciato nelle strade, il suono delle bottiglie rotte e della devastazione, l’odore acre dei fumogeni a Torino, Milano e Bologna, rimandano all’orrore di quel giorno, la lunga guerriglia del G8. Ora come allora, tanti ragazzi sono in piazza per ragioni giuste, condivisibili. Ora come allora, la legittima voglia di esprimere il dissenso verso chi governa viene usata, stuprata da chi ha altri interessi e ne cerca l’espressione nella battaglia, nella violenza cieca e fine a sé stessa, nella devastazione delle città e della vita di chi le abita.
di Marco Bascetta
Il Manifesto, 18 ottobre 2026
Dopo ogni mobilitazione in cui avvengono tafferugli, il più delle volte di modesta entità, siamo costretti ad assistere alla replica di uno stucchevole sceneggiato. La parte governativa, dopo aver doverosamente elogiato il diritto di manifestare in astratto, senza alcuna promessa di interlocuzione, ne condanna il concreto svolgersi per le forme violente che lo accompagnano, cui non farebbero seguito immediate prese di distanza da parte dei “manifestanti pacifici”. I partiti di opposizione replicano a orecchie basse che, certamente la violenza è sempre esecrabile, ma metterla al centro dell’attenzione distoglie dalle legittime ragioni della maggioranza dei manifestanti. Meno subalterno alle retoriche di legge e ordine sarebbe stato ricordare che i giovani sono arrabbiati e se un corso d’acqua viene trascurato e soffocato per decenni poi non si può pretendere che non straripi.
di Luca Miele
Avvenire, 18 ottobre 2026
I social frammentano lo spazio del confronto, mentre gli algoritmi premiano rabbia, polarizzazione e indignazione a scapito del ragionamento. Una trasformazione che interroga il futuro stesso della democrazia. C’è un soggetto che, nel nostro tempo, si è come volatilizzato, diventando sfuggente e proteiforme. È l’opinione pubblica. Esiste ancora un qualcosa capace di svolgere la triplice funzione a cui essa assolveva - elaborare i temi da incardinare nel dibattito pubblico, fare da filtro tra la società civile e la decisione politica, consentire l’elaborazione di un sentire comune perché la società si riconoscesse come un tutto unitario?
di Marika Ikonomu
Il Domani, 18 ottobre 2026
Le autorità hanno limitato le attività il sabato e la domenica “perché non possiamo disturbare gli aperitivi triestini”, denuncia Lara Cavalli, attivista della rete dei Fornelli resistenti: “Una decisione indegna”. L’escalation contro il presidio di cura per le persone che arrivano dalla rotta balcanica: odio sui social, restrizione delle attività, la promessa del sindaco di recintare la piazza. Trieste come laboratorio di repressione delle migrazioni. Così le realtà che si occupano di accoglienza, per chi arriva dalla rotta balcanica, descrivono le politiche dell’amministrazione e della questura in città. “È un’escalation”, dice Lara Cavalli, attivista della rete dei Fornelli resistenti, iniziata lo scorso settembre e che sta raggiungendo livelli sempre più alti in vista delle elezioni comunali e politiche.
di Marco Bardazzi
Il Foglio, 18 ottobre 2026
Dall’ultima impiccagione pubblica del 1936 al progetto di Hegseth di trasmettere in diretta l’esecuzione del terrorista di Fort Hood, poi fermato da Trump. Novant’anni di storia americana raccontano il tentativo di nascondere la pena capitale senza abolirla. E il ritorno della tentazione di trasformare la giustizia in uno spettacolo di vendetta. Alle 5.23 del 14 agosto 1936, a Owensboro, in Kentucky, Rainey Bethea si sedette ai piedi del patibolo e chiese di cambiarsi le calze. Aveva le mani ammanettate. Ci mise un po’. Ne tirò fuori un paio nuovo dalla tasca, lasciò scarpe e calzini vecchi sotto la scala e salì ventuno gradini guardando l’alba che sorgeva nei pressi del fiume Ohio.
di Maria Tornielli
Il Domani, 18 ottobre 2026
Dopo l’annuncio di Hegseth, Trump ha rinunciato alla fucilazione in streaming. A pesare la contrarietà dei cattolici e non solo. La direttrice dell’organizzazione Catholic Mobilizing Network: “Nel 2025 ci sono state 23 condanne capitali in tutti gli Usa, quarant’anni fa erano 300”. Ci sono voluti sette giorni perché Donald Trump accantonasse quella che è forse una delle idee più scioccanti e controverse della sua amministrazione. Era giovedì 8 ottobre quando il segretario alla Guerra Pete Hegseth ha detto che la fucilazione dell’ex soldato Nidal Malik Hasan, autore di una strage nella base militare di Fort Hood in Texas, sarebbe stata mandata in live streaming: “Faremo in modo che le persone possano vederla”.
di Daniele Zaccaria
Il Dubbio, 18 ottobre 2026
L’inchiesta choc del quotidiano israeliano sul regime di detenzione speciale. I proiettili di gomma esplosi all’interno di celle sovraffollate, la privazione deliberata di cure mediche, la diffusione di malattie infettive, la tortura del sonno, e poi ancora i pestaggi, le scariche elettriche, gli insulti, l’uso dei cani da guardia. Un’inchiesta del quotidiano Haaretz solleva l’ennesimo velo sulle condizioni dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, descrivendo un regime speciale in cui l’unica costante sembra essere la violazione del diritto, le torture fisiche e mentali, le umiliazioni e lo sfregio della dignità personale.
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