di Paolo Martini
adnkronos.com, 13 ottobre 2026
Nel libro di Marco Erba, “Quello che non hai sentito”, edito da Ares, detenuti e operatori raccontano la vita in carcere. La prefazione di Marta Cartabia richiama il valore della rieducazione. Entrare in carcere per ascoltare, senza nascondere la gravità dei reati e senza ridurre le persone agli errori commessi. È il percorso proposto da Marco Erba in “Quello che non hai sentito. 18 voci dal carcere” (Edizioni Ares, pagine 304, euro 20), con una prefazione di Marta Cartabia, ex ministra della Giustizia e già presidente della Corte costituzionale. Attraverso diciotto storie vere, il libro attraversa le mura di un mondo spesso raccontato attraverso stereotipi e pregiudizi, dando spazio alle esperienze di chi è detenuto e di chi, ogni giorno, lavora negli istituti penitenziari.
di Rossella Verga
Corriere della Sera, 13 ottobre 2026
La rivista da 30 anni è anche un progetto sociale, nato per raccontare le esperienze e dare nome e volto (e dignità con il lavoro) a storie di invisibili. Ora anche Opera Cardinal Ferrari la distribuirà e diventerà uno strumento attraverso cui condividere e raccontare le persone che ogni giorno la animano. Ci sono amicizie che crescono col tempo e a volte si trasformano in matrimoni. Succede quando un legame diventa indissolubile, cementato da esperienze, condivisione, comunione d’intenti. Ma soprattutto accade quando un rapporto è intrecciato alle persone e alle loro vite. È un po’ quello che si è verificato tra Opera Cardinal Ferrari Ets e Scarp de’ tenis, realtà da sempre vicine e nei fatti quasi complementari. Da un lato l’esperienza sul campo e la mission di essere casa per chi non ha casa. Dall’altro il racconto dell’esperienza attraverso una rivista (edita da Cooperativa Oltre e promossa da Caritas).
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 13 ottobre 2026
Chi viene ricoverato a forza in un reparto psichiatrico con un trattamento sanitario obbligatorio, d’ora in avanti, non può più restare solo davanti al giudice che decide se quel ricovero forzato è legittimo. Accanto a lui ci dovrà essere un avvocato. Di fiducia, se riesce a nominarlo. D’ufficio, se non ci riesce. Lo ha stabilito la Corte costituzionale con la sentenza n. 157, decisa il 6 luglio scorso e da poco depositata. Il redattore è il giudice Stefano Petitti, il presidente Giovanni Amoroso. La Consulta ha dichiarato illegittimo l’articolo 35 della legge 833 del 1978, quella che ha istituito il servizio sanitario nazionale, nella parte in cui non prevede che la convalida del Tso in degenza ospedaliera, e della sua eventuale proroga, si svolga con le garanzie della difesa tecnica.
di Vittorio Pelligra
Avvenire, 13 ottobre 2026
Una strategia di disinformazione funziona anche senza imporre una versione dei fatti. Basta che renda difficile capire quali fonti siano affidabili e a cosa credere. Scrive Hannah Arendt in “Truth and Politics” (1967) che il fine ultimo della menzogna politica non è quello di convincere i cittadini a credere il falso, ma di renderli incapaci di distinguere il vero dal falso. La propaganda totalitaria, osserva, non punta all’assenso ma al disorientamento: il suo effetto più profondo non è una credenza sbagliata ma la dissoluzione stessa della capacità di credere. Sessant’anni dopo, quella diagnosi descrive con precisione geometrica il cuore della guerra cognitiva contemporanea. Si tratta di una forma di conflitto basata su operazioni di influenza condotte attraverso reti digitali, intelligenza artificiale e piattaforme social. Viene spesso presentata come una guerra alla verità. È una definizione parziale e, in qualche modo, fuorviante. Il suo obiettivo primario, infatti, non è sostituire un dato di realtà con una menzogna. E’ distruggere la fiducia che rende i fatti condivisibili. In questo senso la prima vittima della guerra cognitiva non è la verità, è la fiducia.
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 12 ottobre 2026
Intercettazioni utilizzate in modo strumentale, gogna mediatica e un improbabile vaffa al giustizialismo. Dopo Ranucci, Scarpinato: il senatore del M5s con un passato da magistrato scopre sulla sua pelle i danni generati dal circo mediatico-giudiziario. Per l’internazionale dei moralisti chiodati in servizio permanente effettivo, non è una stagione semplice da gestire e per questo vorremmo esprimere loro la nostra più sincera solidarietà. Non è una stagione facile per il moralismo modello Ranucci, costretto a difendersi ora dal metodo Report applicato alla sua vita, e non lo è neppure per i suoi follower chiodati, come Travaglio, che oggi si ritrovano a demonizzare le scelte fatte dai giudici che hanno negato il reintegro di Ranucci in Rai dopo aver demonizzato per anni ogni soggetto desideroso di criticare l’azione della magistratura.
di Paolo Festuccia
La Stampa, 12 ottobre 2026
Boss di mafia, capi clan e killer: per loro le porte dei penitenziari diventano girevoli. Per gli ergastolani ma anche per chi sconta il carcere duro. Passano gli anni, cambia la giurisprudenza, gli echi per i morti ammazzati dalla mafia si affievoliscono e la regola del “fine pena mai” si trasforma lentamente in un “quasi mai”. Si parte per i detenuti nel regime di massima sicurezza (che possono ottenere permessi secondo i benefici di legge) e si arriva a quelli sottoposti al regime del 41 bis. Insomma, la nuova letteratura giuridica si evolve e i super boss ne fanno tesoro: dalla strategia delle bombe il passo è sempre più breve verso la prassi della buona condotta carceraria. Scattano così i “salvacondotti” e le licenze per necessità. Sia nel primo caso, che nel secondo in tanti ne hanno usufruito.
di Paolo Festuccia
La Stampa, 12 ottobre 2026
Maurizio De Lucia è il capo della procura di Palermo. E proprio nel capoluogo siciliano ha iniziato la sua carriera in magistratura. “Negli istituti penitenziari ci sono circa 750 persone al 41 bis. Il sistema rischia di non tenere, perché per fare funzionare davvero il carcere duro bisogna da un lato assicurare condizioni di detenzione dignitose ma dall’altro impedire a questi reclusi che sono i capi delle organizzazioni mafiose e terroristiche di continuare a comandare dall’interno delle carceri come facevano prima”.
La Stampa, 12 ottobre 2026
Il Partito democratico chiede al ministro della Giustizia Carlo Nordio di riferire in Parlamento sui permessi e sui benefici penitenziari concessi a boss mafiosi, anche detenuti in regime di carcere duro. La richiesta arriva dopo l’inchiesta di Paolo Festuccia pubblicata su La Stampa, che ricostruisce diversi casi di detenuti condannati per reati di mafia che hanno ottenuto la possibilità di uscire dal carcere, in alcuni casi tornando nei territori di origine.
di Teresa Olivieri
Italia Oggi, 12 ottobre 2026
Parla il presidente della CRI, Rosario Maria Gianluca Valastro: quasi 2 mila persone hanno potuto svolgere lavori di pubblica utilità, 400 punti per accedere al programma. Che piace agli avvocati. Quasi il 70% dei comitati di Croce Rossa sul territorio nazionale è coinvolto nella messa alla prova dei detenuti. Partendo dal 2018, con la prima convenzione, rinnovata poi cinque anni dopo per strutturare ulteriormente il progetto, si arriva oggi a sfiorare i 400 avamposti in cui è possibile accedere al programma e circa 500 sedi di servizio totali.
sardiniapost.it, 12 ottobre 2026
Lettera di Irene Testa: “La politica approvi la proposta di legge che porta il nome di Beniamino Zuncheddu, per garantire risarcimenti giusti e tempestivi a chi ha subito un errore giudiziario, senza costringerlo ad aspettare altri dieci anni”. “Giustizia” è il principio morale e giuridico che consiste nel riconoscere e rispettare i diritti di ciascuno, attribuendo a ogni individuo ciò che gli spetta secondo la legge, l’equità e la ragione. Se questo è vero, considerato che Beniamino Zuncheddu è stato in carcere per 33 anni da innocente ed è stato scarcerato quasi due anni fa, il 25 novembre del 2023 (poi assolto definitivamente nel gennaio successivo), la giustizia rischia di sbagliare due volte non avendogli ancora riconosciuto un risarcimento per l’ingiusta detenzione.
- Calabria. Droghe nelle carceri, la Garante Russo fa appello alle istituzioni
- Barcellona Pozzo di Gotto (Me). Giovane omicida si è suicidato in carcere
- Perugia. Morta in carcere a 41 anni: indagata compagna di cella
- Bologna. Padre Mattè, cappellano alla Dozza: “In carcere degrado e disumanizzazione”
- Catanzaro. Giovani detenuti, l’inclusione passa dalle famiglie: l’iniziativa della Camera Penale









