di Francesco Strazzari
Il Manifesto, 12 luglio 2025
Oggi il governo israeliano dichiara che gli abitanti di Gaza dovrebbero poter partire se lo desiderano, e che collabora con gli Stati Uniti per trovare paesi disposti a offrire ai palestinesi un futuro, garantendo libertà di scelta. Che piaccia o no, queste dichiarazioni riecheggiano in modo inquietante le parole di Mladić, quando affermava che gli abitanti di Srebrenica potevano restare o andarsene. Non lo permetteremo mai più, ma continua ad accadere. Le fosse comuni hanno restituito 8.372 corpi, di centinaia manca ancora la ricomposizione. Questo fu Srebrenica: una sacca ingestibile, gonfiata all’inverosimile da disperazione e resistenza, nelle complesse vicende della pulizia etnica lungo il fronte bosniaco.
Un’enclave musulmana sacrificata perché fuori dalla logica territoriale degli accordi di pace. Troppo lontana per essere congiunta da una lingua di terra da tracciare a Dayton, Ohio, come invece accadde - a notte tarda e grazie al whisky - per il corridoio di Gorazde. Srebrenica fu abbandonata da tutti, inclusa l’ONU, che l’aveva dichiarata area protetta.
La guerra in Bosnia si giocò sugli aiuti umanitari: chi faceva passare cosa e per quale progetto politico. I serbo-bosniaci partirono con il favore delle armi, portando i musulmani sull’orlo della fame e manipolando gli aiuti così da spostare la popolazione. Gran parte degli assedi, Sarajevo compresa, prendeva di mira l’acqua, il pane e il mercato nero, protagonisti i cecchini e i mortai. Affamare e terrorizzare per trasferire altrove. Di Srebrenica ci resta l’immagine di Ratko Mladić che porge cioccolata ai bambini, dicendo che non hanno nulla da temere. O quella del padre smagrito e spossato, costretto a chiamare a gran voce il figlio, esortandolo a uscire dal bosco in cui si nascondeva. Nessuno dei due sopravvisse.
L’Assemblea Generale dell’ONU ha decretato l’11 luglio “Giornata internazionale di riflessione sul genocidio di Srebrenica”. Fra i Paesi che hanno sempre sostenuto che non si debba parlare di singolo atto di genocidio c’è Israele. La linea è ridurre l’accaduto alla nozione di crimini di guerra; l’attenuante è la separazione di donne e bambini prima delle esecuzioni di massa.
I rapporti tra Israele e Serbia sono più che amichevoli, come testimoniato dalla recente visita della portavoce del Parlamento di Belgrado a Tel Aviv. Le forniture di armi alla Serbia sono definite da Tel Aviv come episodi occasionali. Un’inchiesta di BIRN e Haaretz ha appurato che, nel pieno dell’offensiva su Gaza, le vendite di armi serbe a Israele sono cresciute di 30 volte (da 1,6 a 42,3 milioni di dollari) anche grazie a uno spin doctor israeliano, incaricato dell’immagine del contestatissimo presidente Vučić.
Evidentemente l’unicità dell’Olocausto non ammette eccezioni: il timore è che la gravità del crimine ne risulti sminuita. Altrettanto evidente, però, è il timore che il riverbero della violenza sui civili possa dar vita a precedenti, e non solo perché Gaza viene invocata dagli stessi sopravvissuti di Srebrenica. La Corte Internazionale di Giustizia e il Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia, hanno infatti chiamato genocidio un massacro che è stato perpetrato mentre la comunità internazionale era impegnata a intervenire nel più ampio contesto della guerra in Bosnia; per quest’ultima non è stato riconosciuto il carattere di genocidio. Insomma, può esservi genocidio in un luogo, all’ombra di un più ampio contesto bellico.
Occorre molto impegno per non vedere questo riverbero. Oggi il governo israeliano dichiara che gli abitanti di Gaza dovrebbero poter partire se lo desiderano, e che collabora con gli Stati Uniti per trovare paesi disposti a offrire ai palestinesi un futuro, garantendo libertà di scelta. Che piaccia o no, queste dichiarazioni riecheggiano in modo inquietante le parole di Mladić, quando affermava che gli abitanti di Srebrenica potevano restare o andarsene.
Andarsene o morire di stenti in un grande campo di concentramento fra le macerie. A distanza di 30 anni, la retorica, l’inerzia e la capziosità del dibattito suonano stranamente familiari, sebbene su altra scala. In Italia, abbiamo visto Paolo Mieli sporgersi dallo schermo per dirci che la “città umanitaria” sulle macerie di Rafah - dove, secondo il ministro della Difesa israeliano andrebbero rinchiusi 600 mila palestinesi - è un’idea da cogliere, perché “va fatta un’isola di ricostruzione dove tutto è ordinato”. Abbiamo letto Paolo Pombeni chiederci, con riferimento ai dati di non meglio identificati osservatori internazionali, “perché i bambini uccisi a Kiev valgono meno di quelli di Gaza?”. Come se numeri e natura della violenza bellica fossero paragonabili, un tanto al chilo. Come se l’Occidente non avesse sanzionato Putin e non stesse armando Netanyahu. Dall’altro lato, abbiamo sentito le invettive dei sostenitori del revisionismo più squallido sui crimini di Assad o Putin - per non parlare degli uiguri in Cina - tutti diventati dotti difensori del diritto internazionale.
Enzo Traverso ha sostenuto che non possiamo guardare al XX secolo senza collocare l’Olocausto al centro dell’immagine: memoria pulsante, che ha illuminato i diritti fondamentali nelle nostre democrazie. Al tempo stesso, dobbiamo vedere la paradossale metamorfosi che tale memoria ha attraversato, diventando arma per sostenere - in modo incondizionato, o comunque fuori proporzione - l’azione di Israele, quasi fosse un test per essere accolti fra le forze politiche rispettabili. Non c’entra la spesso evocata banalizzazione del ‘senso di colpa’ per l’Olocausto, quanto piuttosto rapporti di forza e di dipendenza tecnologica e militare, in un mondo che ripropone contrapposizioni per blocchi geopolitici.
Resta che, a livello retorico, anche il ‘mai più’ radicato nella memoria finisce piegato alla giustificazione di un’azione militare in cui droni lanciano granate per spostare i palestinesi, mentre gli stessi soldati raccontano di mirare ai civili affinché gli altri imparino a non tornare. Giorno dopo giorno, Gaza rivela sempre più caratteristiche genocidarie. Gli effetti perversi di questa metamorfosi, a lungo termine, sono devastanti: essi rafforzano l’idea che la memoria del genocidio, mitizzata a fini oppressivi, contenga essa stessa il male, e che l’antisemitismo vada relativizzato.
L’attacco in corso contro la relatrice dell’ONU, Francesca Albanese, può essere letto come il preannuncio di un mondo sfacciatamente senza regole, in cui alcuni Stati rivendicando il diritto di commettere crimini senza doverne rispondere, non si sentono in alcun modo limitati. Sarà ancora più difficile prendere sul serio i nostri impegni per lo stato di diritto, la democrazia e i diritti umani. Gran parte del mondo vi leggerà il perdurare di gerarchie coloniali in cui si riflette il razzismo, l’Occidente dei genocidi coloniali nel nome della missione civilizzatrice, contro l’intolleranza dei barbari.
Il crimine di Srebrenica non è rimasto impunito. Rimane oggetto di indagini, mandati di arresto e incriminazioni ‘per genocidio’ da parte della giustizia bosniaca. Colpisce vedere soldati dell’IDF scattare le proprie foto identificative di schiena, nascondendo il viso, forse provocatoriamente, forse per mettersi al riparo da eventuali accuse future. Da trent’anni l’Europa convive con questa ferita che non smette di sanguinare, alimentata dai suoi riverberi in un dibattito pubblico strumentale.











