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di Suor Emma Zordan

Ristretti Orizzonti, 7 ottobre 2024

Dieci anni fa sono entrata nel carcere di Rebibbia Reclusione in punta di piedi con il cuore che mi batteva, la mente confusa Tutti gli ospiti mi sembravano tristi, appassiti, in disparte. Fui presa allora da tanta tristezza, non avevo il coraggio di incrociare il loro sguardo. Mi sembrava di offenderli. Quei volti tristi, così mi sembravano, mi chiedevano solo di essere ascoltati, considerati, compresi. Ho cominciato ad avvicinarli con un ascolto attento e silenzioso, ho cercato di entrare nelle ferite di ciascuno, di comprendere il dolore per il peso degli anni da scontare, la tristezza per la lontananza della famiglia. Andando avanti nell’esperienza mi è diventato sempre più chiaro che quei racconti, confidenze, emozioni cariche di sofferenza, dovessero essere raccolti e custoditi in un libro.

 Ho sentito l’esigenza di andare in soccorso di queste persone, private di tutto, in primis della dignità, proponendo loro uno strumento che in qualche modo provasse a restituirgliela: la forza della scrittura, che abilita la persona a prendersi cura di sé, con un effetto terapeutico, e oserei dire anche salvifico È nato così il Laboratorio di scrittura creativa. Al momento sono stati realizzati otto libri: “Oltre i muri verso l’orizzonte”, “Ultimi siamo tutti”, “l’amore dentro”, “Paura della libertà”, Non siamo soli, “Non tutti sanno”, “Ristretti nell’indifferenza”, “Noi fuori” e in cantiere “Oltre il reato la persona”.

Tengo a precisare che il mio primo obiettivo è stato quello di far uscire dal carcere le storie scritte da detenuti, aiutandoli a farle “evadere” dal luogo in cui sono nate per portare nel mondo la loro testimonianza. Quello che ho cercato di costruire in questi dieci anni è stato un collegamento tra il carcere e la società esterna, attraverso appunto la scrittura, favorendo legami attraverso le storie, e invitare la società civile a prendersi cura degli scritti, trasformandoli in percorsi educativi: attività per le scuole, parrocchie, istituzioni civili, rappresentazioni teatrali.

Insieme alla testimonianza di detenuti che godono della semi libertà rappresentano un significativo “ponte” tra il dentro e il fuori le mura.

Le tante presentazioni che abbiamo realizzato, come equipe, ci consentono di far conoscere la realtà del carcere, il pentimento, il dolore per la privazione della libertà e per la separazione dai propri cari, il senso di colpa per il dolore arrecato alle vittime e ai propri familiari, la ricchezza di umanità di chi ha sbagliato e ha deciso di cambiare vita. La speranza che li sostiene, la fede e l’amore della famiglia ma anche la paura del futuro a causa dei tanti pregiudizi che la cosiddetta società “civile” nutre nei confronti di chi ha commesso un reato.

Sono tanti gli spunti di riflessione che vengono stimolati dall’incontro con il mondo delle carceri. Sono i poveri e gli ultimi da ascoltare, sono fratelli da accogliere ed amare. Questo ci chiede papa Francesco quando invita la Chiesa a mettersi “in uscita”. Accendere i riflettori sul mondo della detenzione vuol dire sensibilizzare ai temi dell’accoglienza, dell’inclusione, del reinserimento, del perdono, del disagio fisico e psichico. Significa ridurre e superare lo stigma secondo il quale chi commette un reato è impossibile che cambi. E che il buttare le chiavi della cella diventi una necessità e un pericolo da sventare.

 Esportare oltre le mura del carcere le esperienze acquisite costituisce sicuramente uno strumento di riflessione su importanti tematiche sociali che molto spesso vengono affrontate superficialmente solo attraverso notizie fuorvianti dei mezzi di comunicazione attuali. Il carcere non riguarda solo le persone che vi vivono o che vi lavorano, ma riguarda tutti perché riguarda le fragilità umane e le sue conseguenze.

Ho riscontrato che chi entra in carcere cambia prospettiva e modo di vedere i detenuti, considerandoli persone e non più “matricole”. Entrare nel carcere è come entrare in un luogo, dove bisogna imparare a “togliersi i sandali”, perché è luogo sacro, perché luogo di sofferenza. Il carcere è il luogo di Dio, dove il mistero del bene e del male si confrontano e si chiamano.

Devo confessare che è molto più quello che ho ricevuto io dai ristretti che quello che ho dato: ho imparato la resilienza, la solidarietà, la condivisione, il senso dell’umorismo, la partecipazione, l’accoglienza. Oggi il carcere è casa mia, il solo entrarvi mi dona gioia e tanta pace. Questo lo sanno tutti. Queste persone, con cui passo il mio miglior tempo, sono fratelli, amici e compagni di viaggio. Forse, noi volontari, non salviamo nessuno, ma cerchiamo di tener viva dentro le persone la fiammella della libertà. Un’operazione che non solo favorisce il benessere psicofisico dei detenuti, ma permette loro di favorirne l’inclusione, facendo conoscere ai lettori una realtà spesso invisibile, fatta di gravi ingiustizie e soprusi, ma anche costellata di esempi di solidarietà straordinari.

Testimonianze

Ho avuto il piacere di assistere varie volte alla presentazione dei libri “testimonianze dentro e fuori il carcere” da parte dei detenuti del CR Rebibbia, curati da Sr Emma Zordan, volontaria da dieci anni in questo Istituto penitenziario. Sono state queste occasioni a permettermi di conoscere in maniera approfondita le situazioni delle carceri in Italia, realtà che spesso rimane sconosciuta ai più. Ascoltare e leggere il mondo delle carceri mi ha fatto comprendere quanto superficiale e spesso carica di pregiudizi sia la conoscenza sul carcere e i suoi abitanti. Grazie alle testimonianze di tanti operatori del settore, mi sono resa conto che il carcere è un microcosmo, in cui è necessario intervenire per rendere la vita dei detenuti migliore e per consentire che questa esperienza, se pur negativa, possa trasformarsi in opportunità per una vita futura al di là di quelle mura. Credo sia necessario e doveroso che queste conoscenze vengano diffuse anche in ambienti laici, quali scuole e centri culturali, poiché ignorare la vita dei carcerati significa ignorare una parte della nostra società e consentire che gli errori che spesso vengono perpetrati nei confronti dei detenuti siano una macchia, simbolo di inciviltà, che si allarga sempre di più.

Cristiana Zarra

Non è facile portare a conoscenza dell’opinione pubblica la realtà carceraria in una società indifferente e piena di pregiudizi nei confronti dei detenuti. Tuttavia, Sr. Emma, con la sua caparbietà e costanza da oltre dieci anni, porta avanti il progetto di scrittura creativa presso il carcere di Rebibbia che si traduce nella realizzazione di scritti da parte degli stessi detenuti su diversi temi che si trovano ad affrontare nella loro condizione di reclusi. Queste” testimonianze dirette” vengono raccolte e curate da Sr. Emma che ogni anno pubblica un libro i cui Autori, gli stessi detenuti, raccontano le loro storie. Ho partecipato a numerose presentazioni di questi libri ed ho constatato che la maggior parte delle persone non è a conoscenza di questo mondo “nascosto”, ma, dalla richiesta dei libri da parte di quasi tutti gli intervenuti, devo dire che questi incontri raggiungono il loro obiettivo di far conoscere la condizione carceraria dalla voce degli stessi reclusi e dalle testimonianze dei diversi relatori addetti ai lavori invitati. Anche in me questi eventi hanno creato una sensibilità verso la realtà carceraria che prima, francamente, mi era indifferente. Infatti, una per tutti, le notizie dei suicidi in carcere, purtroppo sempre in aumento, oggi mi sconvolgono in quanto, consapevole della condizione in cui vivono queste persone, penso che nella loro vita sia da liberi sia da reclusi siano state doppiamente sfortunati. Certo la missione di Sr. Emma è una goccia nell’oceano, come diceva Madre Teresa, ma è pur sempre una goccia che ha i suoi effetti in chi ha la fortuna di incontrarla.

Silverio Di Monaco