di Errico Novi
Il Dubbio, 16 febbraio 2022
Andrà riconosciuta, agli uffici di via Arenula e alla guardasigilli Marta Cartabia, una notevole resistenza ai sovraccarichi di stress. Negli stessi giorni in cui completava l'ultima faticosa revisione sulla riforma del Csm, il ministero della Giustizia ha trovato il tempo per risistemare anche il testo sull'ergastolo ostativo.
Così oggi, nella commissione Giustizia di Montecitorio (dove ieri Cartabia è pure apparsa per un'audizione sul Recovery), i deputati e il governo, rappresentato dal sottosegretario Francesco Paolo Sisto, definiranno un nuovo testo, decisamente meno in conflitto con l'ordinanza 97/ 2021 emessa dalla Consulta sul "fine pena mai".
Basta un dettaglio, in apparenza lessicale, in realtà decisivo: è stata espunta dal nuovo articolo 4 bis (il passaggio dell'ordinamento penitenziario che tuttora subordina alla collaborazione la liberazione condizionale dei reclusi di mafia e terrorismo) l'espressione "con assoluta certezza". Un'iperbole inserita nel primo testo base, voluto innanzitutto dai 5 Stelle, con cui si vincolava la magistratura di sorveglianza ad accogliere le istanze degli "ostativi non collaboranti" solo qualora gli stessi detenuti avessero fornito elementi in grado di escludere con assoluta certezza, appunto, residui collegamenti col crimine e rischi che potessero ripristinarsi. Ora, almeno quel cappio giuridico è sciolto. Restano altri vincoli, certo. Il testo che deriverà dalla riformulazione degli emendamenti concordata fra deputati e ministero non sarà un inno al "diritto alla speranza", affermato dalla Corte costituzionale e spesso evocato da Cartabia.
Ma è un po' meno hard. Non solo per il dettaglio sulla "certezza". Va segnalato innanzitutto l'accantonamento di un'ipotesi molto pericolosa per l'autonomia dei singoli magistrati di sorveglianza: quella di assegnare al solo Tribunale di sorveglianza di Roma la competenza sulle istanze di liberazione condizionale presentate dai detenuti ostativi. Non si andrà in quella direzione, pure sollecitata dal togato Csm Nino Di Matteo. Piuttosto si sostituirà con un collegio l'attuale previsione del giudice monocratico. Spiega uno dei deputati che fanno parte del "comitato ristretto" sull'ergastolo, il dem Carmelo Miceli: "Partiamo da un dato: tutti i gruppi rappresentati in commissione, nessuno escluso, convengono sulla necessità di sottrarre il singolo giudice a un'esposizione che diventerebbe eccessiva. Con l'ordinanza della Consulta, e la nostra legge che deve recepirla, viene meno l'irrinunciabilità della collaborazione per l'accesso al beneficio. Crescono dunque la discrezionalità del giudice ma anche i rischi di ritorsione. È un aspetto", fa notare Miceli, "su cui non siamo ancora a una riformulazione degli emendamenti concordata fra commissione e ministero. Ma ci siamo vicini: domani (oggi per chi legge, ndr) ne discuteremo, e credo si opterà per un procedimento in cui a valutare le istanze sarà d'ora in poi un collegio dello stesso Tribunale di sorveglianza competente per territorio", appunto. Così, d'altra parte, ricorda il parlamentare dem, "verrebbe a mancare l'organo giurisdizionale a cui proporre reclamo, che attualmente consiste proprio in un collegio di magistrati. Alcuni, ad esempio la Lega, propongono di attribuire la competenza sui reclami al Tribunale di sorveglianza di Roma. Noi del Pd riteniamo si possa invece ricorrere alle associazioni previste all'articolo 11 del codice di procedura penale, per cui ciascun Tribunale è abbinato a un altro per la competenza sui processi riguardanti magistrati. Sui reclami delle ordinanze in materia di ergastolo, Brescia giudicherebbe i reclami provenienti da Milano, per intenderci".
Sono aspetti complessi, ma ormai sottratti al rischio di restrizioni irragionevoli. "Non possiamo permetterci di arrivare senza una legge a maggio, quando la Consulta potrebbe definitivamente dichiarare incostituzionale il presupposto assoluto della mancata collaborazione: vorrebbe dire", per Miceli, "esporsi al rischio di scarcerazioni scriteriate. A Falcone, Borsellino e a tutte le vittime della mafia si deve un atto di responsabilità del Parlamento". Atto che si traduce, come detto, in una legge ancora fitta di ostacoli, per il detenuto "non collaborante". Ma almeno, rispetto al testo di partenza, grazie all'intervento di via Arenula e di partiti come FI, Italia viva e Leu, si è lasciato il giudice, o il Tribunale di sorveglianza, più libero di dissociarsi dai caveat delle direzioni Antimafia. Considerato il contesto, di più non si poteva.









