di Stefano Stefanini
La Stampa, 1 gennaio 2024
Il massiccio attacco russo contro le città ucraine è preludio alle prove che ci attendono nel 2024. Fra una manciata di ore, in rapida successione, i cieli si accenderanno spettacolarmente da Sydney a Los Angeles. Gioiamone ma non dimentichiamo quelli di Kiev e di Odessa, tetramente illuminati dai bombardamenti di razzi e droni e dai tracciati della contraerea ucraina. Un’autocrazia bombarda una democrazia. Il 2024 sarà per le democrazie una corsa ad ostacoli sui quali le autocrazie sperano di vederle inciampare. Per i Paesi democratici, fra cui l’Italia che ha un ruolo importante con la presidenza del G7, un anno in cui il successo si misurerà dal superamento delle sfide di cui sono irti i prossimi 12 mesi.
Con due grosse guerre in corso, rischi di escalation e di nuove crisi, e una cinquantina di nazioni alle urne, abbraccianti circa la metà della popolazione mondiale, la lista di ostacoli è lunga. Israele e Ucraina non sono gli unici conflitti a insanguinare il pianeta, basti pensare al Sudan e a Myanmar, a tanti più o meno a bassa intensità in Africa, ma sono quelli che mettono a rischio gli equilibri mondiali. In Medio Oriente, dopo l’eccidio di Hamas del 7 ottobre, la guerra dentro Gaza sta provocando una catastrofe umanitaria che rischia di pesare a lungo sulle coscienze, pur senza mettere in discussione il diritto all’autodifesa di Israele. Gli equilibri regionali sono scossi a favore dell’Iran, ma non alterati irrevocabilmente a condizione che il conflitto non si allarghi, specie al Golfo e al Mar Rosso mettendo a repentaglio i traffici commerciali ed energetici mondiali. Più presto ha termine questo tipo di offensiva israeliana contro Hamas, meglio è. A quel punto il cosa fare con Gaza diventerà un nodo cruciale del 2024. Seguirà in tempi più lunghi quello dello Stato palestinese.
Più difficile immaginare che le armi tacciano in Ucraina in un prossimo futuro. I recentissimi bombardamenti sono il corollario del discorso di fine anno di Vladimir Putin. Di valenza strategica minima ma di scopo intimidatorio, confermano l’obiettivo di assoggettare Kiev ai voleri di Mosca, premessa allo scardinamento delle strutture portanti di tre quarti di secolo di pace in Europa, Ue e Nato. La tenuta, militare, politica ed economica, dell’Ucraina, oggi Paese candidato Ue, diventa per l’Europa la principale priorità dell’anno prossimo. La Russia accetterà un cessate il fuoco solo quando convinta che non ci sarà né resa ucraina né abbandono dell’Occidente. Dal canto suo Kiev ha bisogno di essere sicura che l’aggressione russa non si ripeterà. L’unica garanzia affidabile è la Nato. Il vertice di Washington dovrebbe prendere seriamente in considerazione l’invito a Kiev.
Con significative eccezioni - nessuno perderà ore di sonno in attesa delle urne russe il 15-17 marzo - le elezioni sono un esercizio di democrazia. Ben venga il fitto calendario del 2024, a cominciare dalla più grande democrazia del mondo, l’India che vota in aprile-maggio pur su una deriva pregiudizialmente favorevole a Narendra Modi. Tre appuntamenti saranno cruciali. Il 14 gennaio vota Taiwan. Lo spartiacque è fra indipendentisti e (relativamente) accomodanti verso Pechino. La Cina non vuole che il futuro di Taiwan sia determinato dai…taiwanesi. Come reagirà? Sono elezioni che possono avere ripercussioni sulla stabilità dell’Indo-Pacifico.
A giugno si vota nell’Ue. In genere le elezioni europee, pur avendo peso legislativo, non cambiano molto nelle politiche dei governi né in quelle della stessa Unione. Le prossime si profilano tuttavia come una sfida della galassia sovranista e populista, con non nascoste correnti antiatlantiche e filorusse, alla filosofia comunitaria dei partiti tradizionali. Il nuovo Parlamento europeo avrà poi voce in capitolo nella formazione della nuova Commissione in autunno.
Il test europeo, pur importante, impallidisce di fronte a quello americano del 5 novembre, ultimo e più alto ostacolo della corsa delle democrazie nel 2024. Se Donald Trump sarà il candidato repubblicano - rimane nettamente il favorito malgrado l’ascesa di Nikki Haley - gli Stati Uniti avranno un Presidente che governerebbe da autocrate con pochi freni. Sono americani di fede repubblicana, come Robert Kagan, a dirlo. A parte le conseguenze per la Nato, l’Europa e l’Ucraina, la grande sconfitta sarebbe proprio la democrazia americana. È l’inciampata in cui molti autocrati, da Vladimir Putin a Viktor Orban, sperano. Solo fra undici mesi sapremo se tirare un sospiro di sollievo.









