di Andrea Colombo
Il Manifesto, 2 gennaio 2025
Senza proclami, quasi sottovoce, Sergio Mattarella ha pronunciato nel messaggio di capodanno uno dei discorsi politicamente più forti da molti anni. Ha ricordato la Liberazione che abbiamo alle spalle, quella arrivata all’ottantesimo anniversario, con il suo frutto, la Costituzione. Ma ha soprattutto indicato quella che abbiamo invece di fronte, ancora in larga parte incompiuta: “Liberazione da tutto ciò che ostacola libertà, democrazia, dedizione all’Italia, dignità di ciascuno, lavoro, giustizia”. Non è impresa che possa essere delegata ai politici, sui quali il giudizio del presidente, espresso nel precedente discorso ai vertici istituzionali, non suonava lusinghiero. Spetta alla società civile, sola destinataria del messaggio: “La speranza siamo noi. Il nostro impegno. La nostra libertà. Le nostre scelte”.
In un momento che lui stesso definisce “difficile” e si tratta, stando allo spessore del Cahier des Doléances che snocciola, di un eufemismo, il presidente trova motivi di fiducia e di ottimismo. Di speranza, appunto. Li rintraccia in basso, non al vertice ma alla base della piramide sociale: nei medici che si sbattono in condizioni disperate, negli insegnanti che non se la vedono meglio, nel “coraggio di chi ha saputo trasformare il suo dolore in una missione per gli altri”, come Sammy Basso, nel “rumore delle ragazze e dei ragazzi” che si ribellano ai femminicidi, negli operatori che nel disastro delle carceri tentano di turare le falle con le dita, nel volontariato.
Il presidente stavolta non ha risparmiato sferzate a chi governa. Al viceministro Andrea Delmastro, quello che se la gode quando i detenuti “non li lasciamo respirare”, le orecchie devono aver fischiato fino ad assordarlo ascoltando il primo cittadino sottolineare una visione della pena diametralmente opposta: “I detenuti devono poter respirare un’aria diversa da quella che li ha condotti all’illegalità e al crimine”.
La premier Giorgia Meloni può solo far finta di non capire che il patriottismo esaltato dal presidente non ha vincoli di parentela con il suo, essendo anche quello di chi “con origini in altri Paesi ama l’Italia, ne fa propri i valori costituzionali e le leggi”. Per ognuno dei successi magnificati dai governanti, Sergio Mattarella ha citato la sua controparte oscura, come i salari da fame e il precariato che accompagnano i dati soddisfacenti sull’occupazione.
Ma il senso più profondo del messaggio augurale del presidente della repubblica agli italiani non va rintracciato nei pur acuminati colpi di stiletto. Il discorso di capodanno va letto a fianco di quello rivolto due settimane fa ai vertici istituzionali. Lì, parlando ai politici, il presidente aveva denunciato il circolo vizioso nel quale un intero ceto politico ha chiuso la democrazia, indebolendola sino a metterla a rischio. La deludente, distratta e disattenta reazione a quella sirena d’allarme non deve averlo reso più tranquillo. Qui, rivolto alla società civile, pur non nascondendosi la minaccia annidata nelle “contrapposizioni radicalizzate”, nelle “pubbliche opinioni lacerate”, nelle “faglie profonde che attraversano le nostre società” intravede anche un elemento di speranza e c’è da sospettare che lo consideri l’unico o almeno quello principale. Segnalando anche le due stelle polari che possono e devono orientare il percorso, il “rispetto per gli altri, per la vita, per la dignità della persona” e la capacità di operare per il bene comune, quello di Mattarella è stato a modo suo un appello. Una chiamata destinata ai soli che possono cambiare le cose e portare avanti la Liberazione rimasta a metà del guado: le persone, i cittadini. Il popolo.










