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di Venanzio Postiglione

Corriere della Sera, 25 aprile 2025

Il ricordo della Liberazione e il lutto per il Papa non sono incompatibili. Quella mattina. Qui. Al Corriere. Nella stessa sala dove Luigi Albertini aveva salutato la redazione e la libertà di stampa, novembre 1925, “con il cuore gonfio d’amarezza”. Ora ci sono i giornalisti, i tipografi, i partigiani, c’è una ferita di vent’anni da ricucire, Dino Buzzati si prepara a scrivere l’articolo di cronaca, si combatte ancora per le strade, è il 25 aprile del ‘45. Il titolo del “nuovo” Corriere è un pezzo di storia: “Milano insorge contro i nazifascisti”. L’editoriale di Mario Borsa urla “Riscossa”, esalta “il popolo che rialza la testa” e allo stesso tempo si appella alla ragione: “Non ci devono essere vendette individuali, ma ci deve essere giustizia”. Cuore e testa. Sobrietà vera, nelle ore più drammatiche.

Dopo tanto tempo è difficile fare un bilancio, ma alla fine è intuitivo. E la prima cosa che viene in mente è la più chiara: dopo 20 anni di dittatura, ne abbiamo avuti 80 di libertà e di democrazia. Grazie alle truppe alleate e grazie ai partigiani, di ogni colore, di varie opinioni, di svariati orientamenti, che hanno ridato valore, dignità, immagine all’Italia, sottraendola (in parte) alla voragine della disfatta. La realtà dei fatti e la riconciliazione nazionale: tutte e due indispensabili, come ogni 25 Aprile, la verità è sacra ma non è una clava.

Il partigiano Johnny, nel romanzo, strepitoso, di Beppe Fenoglio, finisce tra i combattenti comunisti e si sente a disagio, lo dice in inglese: “I’m in the wrong sector of the right side”, sono nel settore sbagliato della parte giusta. Cambia brigata, passa con i badogliani, i moderati, e continua la Resistenza. Nell’altro fronte, quello opposto, c’era Auschwitz. Come ricorda Liliana Segre alla nostra Alessia Rastelli: “In Italia le leggi razziali furono emanate dal regime mussoliniano e quando, a 13 anni, fui deportata da quell’antro oscuro della Stazione Centrale di Milano, dove oggi sorge il Memoriale della Shoah, a spingerci a calci e pugni sui treni non furono solo i nazisti ma anche zelanti militi fascisti della Repubblica sociale”. Superfluo ogni commento.

Siamo nei cinque giorni di lutto nazionale per la morte di papa Francesco. Oggi gli 80 anni della Liberazione, domani i funerali del Pontefice, con migliaia di fedeli e i leader del mondo. Lutto e Festa, insieme, come in un romanzo sudamericano dove tutto è reale e tutto è surreale. Il governo ha chiesto “sobrietà” per i cortei del 25 Aprile (non era necessario) e una fetta della sinistra si è subito indignata. Non sembrava il paladino della sobrietà, papa Francesco, non era proprio il primo aspetto del suo carattere. Come ha scritto Ferruccio de Bortoli, così non si rende onore a un Pontefice “che aveva voluto semplificare le sue esequie perché assomigliassero il più possibile a quelle di un cittadino cristiano e che mai avrebbe voluto intralciare il ricordo solenne dei tanti che diedero la vita per le nostre libertà”.

Bergoglio che scomunica una festa, in effetti, è un cortocircuito logico. Poi, certo, oggi i cortei dovranno essere colorati e però sereni, anche vivaci ma in nessun caso aggressivi e violenti: oppure diventeranno un boomerang ideale e politico. E questo vale in generale, al di là dei funerali del Papa già alle porte. Il termine “lotta” forse è sbagliato, sicuramente è abusato. Se qualcuno pensa di bruciare le bandiere e spaccare le vetrine o insultare il prossimo, non sfida il lutto ma la civiltà stessa, e vale sempre la massima di Joseph Pulitzer: “Tutti possono aspirare a tutto, l’unica qualifica di cui un uomo può ritrovarsi in possesso già alla nascita è quella di idiota”. Gli scontri degli anni Settanta sono lontani e nessuno li rimpiange: più passa il tempo e più appaiono la caricatura (tragica) della Resistenza, anche perché Forlani ha sempre avuto poco di Mussolini.

I giorni del dolore e i giorni della memoria, uniti per caso, non sono incompatibili. Solo la fantasia della politica, ancora una volta, come in un eterno ritorno, ci racconta che da queste parti la situazione è grave ma non è seria. Sono passati 80 anni esatti, quell’editoriale di Mario Borsa sembra scritto adesso: “Il domani ci serba un grave compito, ma l’opera di ricostruzione delle nostre case sarà nulla al confronto dell’opera di ricostruzione delle nostre coscienze. Ci riusciremo? Certo, se ci proveremo con fede e senza paura”. Con fede e senza paura. Diciamo che c’è ancora molto da lavorare.