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di Tiziana Maiolo

Il Riformista, 4 agosto 2022

Una strage. Una strage voluta. Quattro suicidi in quattro giorni, e siamo a quarantaquattro dall’inizio dell’anno. Il cappio al collo non è solo quello che ti stringe e ti soffoca fino all’ultimo goccio di respiro.

È anche il simbolo di quella vita che ti sta stretta, della giustizia che rinchiude il tuo corpo perché non sa in quale altro modo sanzionare le tue trasgressioni. Un cappio al collo nella sezione femminile di Rebibbia. Darsi la morte ad Ascoli Piceno o a Verona a soli 27 anni. O ancora la pena dell’impiccagione data a se stesso a Brescia, a Canton Mombello. E così, giorno dopo giorno, a Sassari, a Pavia, a Viterbo, e persino a Bollate, il carcere di minima sorveglianza.

Eppure era stato chiaro il Presidente Mattarella nel giorno del suo secondo insediamento. Quando si era impegnato, e aveva impegnato il Parlamento a fare qualcosa perché questa strage avesse termine. Viene rabbia a pensare che basterebbe così poco. Non c’è bisogno di pensare in grande, per cominciare a salvare qualche vita.

Cominciamo a svuotare. Se lo si è potuto fare nei giorni del Covid e con un ministro non certo garantista come Bonafede, che cosa si aspetta, per esempio, a trasformare la detenzione in carcere in domiciliare per tutti coloro che stanno scontando l’ultimo anno di pena? E poi, i magistrati, soprattutto quelli che si definiscono “democratici”, potrebbero dare una bella regolata alla custodia cautelare. Chissà se la notizia di queste 44 persone che non ci sono più scuoterà qualche coscienza. Se qualche leader politico alzerà un dito. Se nessuno se ne vuole occupare, allora ciò significa una cosa sola, che siamo davanti a una strage voluta. E andatevene al diavolo, voi e i vostri piccoli mercanteggiamenti. Non siete degni dei nostri voti.

Ieri mattina il leader dell’Associazione Luca Coscioni Marco Cappato si è andato a denunciare in una caserma dei carabinieri milanesi per aver accompagnato qualche giorno fa in Svizzera una signora veneta che si era rivolta all’associazione per poter accedere legalmente al suicidio assistito. Elena aveva 69 anni, era una paziente oncologica, non dipendente da trattamenti di sostegno vitale.

Per Marco Cappato si tratta di una nuova disobbedienza civile, dal momento che la persona accompagnata non è “tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale”, quindi non rientra nei casi previsti dalla sentenza 242\2019 della Corte costituzionale sul caso Cappato\Dj Fabo per l’accesso al suicidio assistito in Italia. Uscito dalla caserma ha riferito: “Alle forze dell’ordine ho raccontato le mie azioni concrete che mi hanno permesso di aiutare Elena. Lunedì mattina alle ore sette con la mia auto sono andato nel paese in Veneto di Elena, le ho citofonato, l’ho fatta accomodare in macchina e siamo partiti per Basilea”.

Cappato ha concluso sottolineando che la sua presenza è stata utile e necessaria “per interpretare i documenti e le conversazioni col medico e il personale della clinica. Ho cercato di fare sentire Elena meno in esilio”. “Nella dichiarazione resa ai carabinieri ho sottolineato che se mi sarà chiesto continuerò a dare aiuto a persone come Elena”. L’Associazione Coscioni mette a disposizione un numero bianco (06 9931 3409), una vera e propria “infoline gratuita per far luce sui diritti nel fine vita e per avere maggiori informazioni”.

Cappato rischia fino a 12 anni di carcere per l’accusa di aiuto al suicidio. La sua autodenuncia è stata trasmessa alla Procura di Milano e sarà valutata dall’aggiunto Tiziana Siciliano, che si è già occupata del caso di Dj Fabo. A questo punto ci si chiede: non dovrebbero essere previste le misure cautelari per pericolo di reiterazione del reato?