di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 30 luglio 2026
Nel 1992 i reclusi al carcere duro erano 498, oggi quasi il doppio. E la mafia non è potentissima e stragista come prima. Nel 1992-93, quando Cosa nostra faceva saltare in aria diversi luoghi sensibili e ammazzava in pieno giorno, i detenuti sottoposti al regime speciale del 41 bis erano meno di quelli di oggi. A fine 1992 erano 498. Al 7 aprile 2026 sono 741. In mezzo ci sono trentaquattro anni nei quali le stragi sono finite, i capi storici sono morti in cella e Cosa nostra fatica a ricostruire la propria commissione provinciale. Il numero dei ristretti nel regime nato per fermare quella stagione, invece, non è mai tornato indietro.
Il procuratore di Palermo Maurizio de Lucia ha toccato il punto nell’audizione del 28 luglio davanti alla commissione parlamentare Antimafia. Ha definito il 41 bis “uno strumento efficiente”, ma ha aggiunto che “possiamo discutere del numero dei soggetti sottoposti alla misura” e che “se l’alta e la media sicurezza funzionassero si potrebbe ridurre anche il numero dei ristretti al 41 bis”, indicando il lavoro da fare “soprattutto sul regime delle proroghe”. Detto da chi guida la procura che ha catturato Matteo Messina Denaro, è un’osservazione che nessun garantista avrebbe potuto formulare con la stessa autorevolezza.
La serie storica, ricostruita sui dati dell’amministrazione penitenziaria e della Direzione nazionale antimafia, racconta una parabola precisa. Nel 1993 i sottoposti al comma 2 dell’articolo 41 bis salgono a 543. Nel novembre di quell’anno il ministro della Giustizia Giovanni Conso non rinnova 334 decreti, scelta finita poi nel tritacarne mediatico giudiziario sulla presunta trattativa, mentre la verità è che rispettò il dettame della sentenza costituzionale numero 349, depositata il 28 luglio di quell’anno, che imponeva la valutazione caso per caso. Il regime, fino al 2002, era temporaneo. Nel 2000 si oscilla tra 564 e 600, nel 2002 tra 650 e 678. Poi la curva si irrigidisce: 699 nel 2012, 729 nel 2015, 748 nel gennaio 2019, 760 nel 2021, che resta il picco storico assoluto, 728 al 31 ottobre 2022, 721 al 4 aprile 2024, 742 al 29 aprile 2025. La media del decennio 2012-2022, calcolata dal Garante nazionale su dati del Dap, è di 731 detenuti.
Il picco non è negli anni delle bombe. È adesso. E la spiegazione non sta nella pericolosità delle mafie, che hanno cambiato strategia e non sparano più contro lo Stato, ma nella meccanica giuridica del regime e nella scelta di rinnovare a prescindere. Due leggi hanno fatto il lavoro. La 279 del 2002 ha trasformato una misura emergenziale a scadenza in un istituto stabile dell’ordinamento penitenziario. La 94 del 2009 ha portato la prima applicazione a quattro anni e ogni proroga a due. Chi entra, da quel momento, tende a restare. Nei primi dieci mesi del 2025 sono state emesse 232 proroghe e soltanto cinque declassificazioni al circuito di alta sicurezza AS1.
Il regime che invecchia - La fotografia più dettagliata è del 9 novembre 2025: 726 ristretti in 12 istituti. L’Aquila ne ospitava 148, comprese le dieci donne dell’unica sezione femminile. Poi Milano Opera con 99, Sassari Bancali con 88, Spoleto con 79, Novara con 69, Parma con 61, Cuneo con 45, Viterbo con 43, Rebibbia con 42, e sotto i trenta Terni, Tolmezzo e Nuoro. A vigilare c’è il Gruppo operativo mobile della polizia penitenziaria, che a fine 2025 contava 653 unità: quasi un agente per detenuto.
Il dato che smonta la retorica corrente riguarda l’appartenenza. Alla stessa data i detenuti riconducibili alla camorra erano 229, quelli della ‘ndrangheta 206, quelli di Cosa nostra 197. Seguivano la mafia pugliese con 32 e la Sacra corona unita con 18. I detenuti per terrorismo erano cinque, fra cui l’anarchico Alfredo Cospito. L’organizzazione per cui il 41 bis fu concepito occupa oggi il terzo posto. C’è poi l’anagrafe. Il rapporto del Garante nazionale sul 2023, su 740 detenuti, contava un solo under trenta, 234 sessantenni e 87 ultrasettantenni. L’età media indicata dalla relazione ministeriale per il 2022 era di 58 anni, con 340 detenuti, il 46,7 per cento, dai sessant’anni in su. Gli ergastolani erano 204, meno del trenta per cento del totale: significa che non pochi scontano l’intera pena temporanea dentro il regime, dal primo all’ultimo giorno.
Il Garante nazionale, negli anni della presidenza di Mauro Palma, ha lasciato pagine che nessuno ha smentito. Il rapporto tematico sul 41 bis invita a non chiamarlo mai carcere duro, perché quella formula implica l’aggiunta di qualcosa “a fini maggiormente punitivi o di deterrenza o di implicito incoraggiamento alla collaborazione”, il che porterebbe l’istituto “certamente al di fuori del perimetro costituzionale”. Sulle proroghe l’analisi è chirurgica: per il rinnovo basta “l’assenza di ogni elemento in senso contrario”, e le motivazioni richiamano di frequente il reato iniziale e la persistenza dell’organizzazione sul territorio, due elementi che disattendono l’obbligo di attualizzare le esigenze di sicurezza fissato dalla Corte costituzionale.
Nella relazione al Parlamento Palma scrive che è “tempo di aprire un chiaro confronto sul regime speciale: sulle sue regole, sulla sua attuale estensione numerica, sulla durata troppo spesso illimitata”. Ha chiesto anche la fine delle aree riservate, undici sezioni dentro le sezioni che ospitavano 35 persone. Il Comitato europeo per la prevenzione della tortura, dopo le visite del 2019 e del 2022, ha chiesto all’Italia di “riflettere seriamente sull’attuale configurazione del regime di 41 bis”.
Chi vuole il regime più duro lo sta smontando - Qui c’è il punto che interessa a chi difende davvero il regime. Ogni volta che il legislatore o l’amministrazione hanno aggiunto una restrizione che non serviva a recidere i collegamenti con l’esterno, quella restrizione è stata cancellata da un giudice. Nel 2013 la Consulta ha eliminato il tetto ai colloqui con il difensore. Nel 2018, con la sentenza 186 sollevata dal magistrato di sorveglianza di Spoleto Fabio Gianfilippi, è caduto il divieto di cuocere i cibi, prescrizione dalla “portata puramente afflittiva non riconducibile alla funzione attribuita dalla legge al provvedimento ministeriale”. Nel 2020 è caduto il divieto di scambiare oggetti fra detenuti dello stesso gruppo di socialità. Nel 2022 il visto di censura sulla corrispondenza con l’avvocato. Nel marzo 2025, con la sentenza 30 sollevata dal tribunale di sorveglianza di Sassari, è caduto il limite delle due ore d’aria, perché comprime la possibilità di fruire di luce naturale e “nulla fa guadagnare alla collettività in termini di sicurezza”.
Strasburgo ha lavorato sull’altro lato, quello delle proroghe. Il 25 ottobre 2018 ha condannato l’Italia per violazione dell’articolo 3 sul caso di Bernardo Provenzano, prorogato nel marzo 2016 quando le sue condizioni cognitive erano compromesse: sarebbe morto pochi mesi dopo. Il 10 aprile 2025 la condanna si è ripetuta, con sei voti contro uno, per Giuseppe Morabito, novantenne affetto da Alzheimer: la Corte europea ha scritto di non vedere come una persona con un indiscusso declino cognitivo, incapace di comprendere la propria condotta o di seguire un’udienza, possa conservare la capacità di riprendere contatti con un’organizzazione criminale. A luglio è arrivata la condanna nel caso Gullotti per la corrispondenza con i familiari limitata senza motivazione adeguata. Il meccanismo è lo stesso.
Più il regime si allarga, più le motivazioni delle proroghe diventano seriali, più aumenta la probabilità di finire davanti a un giudice con un caso che non regge: un anziano, un malato, un uomo che non capisce dove si trova. Ogni pronuncia toglie un pezzo. Chi risponde alle criticità del carcere chiedendo di rendere il 41 bis ancora più severo, come è avvenuto con il decreto legge 92 del 2024, che ha escluso i ristretti dai programmi di giustizia riparativa, sta accumulando materiale per le sentenze che verranno. La selettività non è una concessione ai detenuti: è la condizione perché il regime resti in piedi. Lo dicono il Garante nazionale, il Comitato europeo antitortura e ora, almeno in parte, anche il procuratore di Palermo.










