di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 30 giugno 2026
Sono 128 i detenuti sottoposti al regime del 41 bis spostati tra sabato 27 e domenica 28 giugno verso la casa di reclusione di Vigevano. Il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ha chiamato l’operazione Argus e l’ha raccontata con la lingua dei numeri: 165 agenti impiegati, una flotta di furgoni e radiomobili, ambulanze al seguito, vettori terrestri e aerei, cinque istituti coinvolti tra Novara, Cuneo, Tolmezzo e Milano, il tutto coordinato dal direttore reggente del Gruppo operativo mobile Silvio Gallo. Quello che il comunicato non dice pesa quanto i numeri. Argus è un tassello del piano Kairos, la riorganizzazione del circuito del carcere duro che il Dap porta avanti da mesi e che resta secretato per ragioni di sicurezza.
Per ricavare le celle del 41 bis a Vigevano è stata smontata una delle poche sezioni femminili di alta sicurezza rimaste nel Paese, dentro un carcere che già prima dei lavori contava più detenuti dei posti regolamentari e molti meno agenti di quelli previsti dalla pianta organica. Su quella scelta pende un’interrogazione parlamentare del Pd depositata oltre un anno fa e mai chiarita.
La destinazione è stata individuata con un decreto ministeriale del 18 giugno, dieci giorni prima del trasferimento. Con quell’atto Vigevano entra nella nuova geografia del 41 bis che il governo sta ridisegnando. Il regime detentivo speciale previsto dall’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario vale oggi per poco più di settecento persone in tutta Italia, di cui una decina di donne, con un’età media alta e molti reclusi che hanno superato i sessant’anni. Spostarne 128 in un fine settimana vuol dire muovere quasi un sesto dell’intera popolazione del carcere duro verso un solo istituto. A novembre 2025 i penitenziari con una sezione 41 bis erano dodici, il piano Kairos vuole ridurli a sette: la sezione di Novara, da dove sono partiti alcuni dei trasferiti, chiude, e Vigevano prende il posto di altri reparti destinati a sparire.
La sezione delle donne cancellata - Fino all’estate scorsa Vigevano ospitava una sezione femminile di alta sicurezza, il circuito AS3, una delle pochissime in Italia. Le donne recluse lì lavoravano in un call center interno che impiegava ventotto detenute con contratti esterni e in una sartoria, seguivano percorsi di studio, avevano costruito una quotidianità che gli operatori raccontavano come uno dei rari esempi riusciti di pena orientata al reinserimento. Durante una visita dell’estate 2025 una trentina di detenute aveva chiesto in lacrime cosa ne sarebbe stato di loro, temendo di finire in istituti dove quelle attività non esistono e di perdere, insieme al lavoro, anche i benefici penitenziari legati alla buona condotta. Le donne sono state dislocate in altre carceri di massima sicurezza. Con loro sono state trasferite circa 50 agenti donne in servizio ordinario, molte delle quali a Vigevano avevano messo radici da anni.
La trasformazione non è arrivata senza avvertimenti. Già nel giugno 2025 la deputata del Pd Silvia Roggiani, insieme a Gianni Cuperlo, Antonella Forattini, Gian Antonio Girelli, Lorenzo Guerini, Lia Quartapelle e Vinicio Peluffo, aveva depositato un’interrogazione rivolta al ministro Carlo Nordio. Chiedeva chiarezza sul progetto di riconversione, sul destino della sezione femminile e sulla tutela dei posti di lavoro, parlando di famiglie che avevano costruito a Vigevano la propria stabilità e che si trovavano davanti a una decisione calata dall’alto. La risposta puntuale non è mai arrivata e i lavori sono andati avanti. Sul territorio anche il Pd vigevanese aveva sollevato dubbi concreti: perché proprio Vigevano, città di poco più di sessantamila abitanti; come reggerà l’organico già scoperto delle forze dell’ordine locali, chiamate ad accompagnare ogni trasferimento esterno dei detenuti al 41-bis; come mai il milione speso per adeguare il padiglione non fosse stato trovato prima per ridurre il sovraffollamento. A questo si aggiunge un nuovo edificio da circa 80 posti, finanziato con fondi del Pnrr attraverso il ministero delle Infrastrutture, sulla cui reale destinazione le voci locali si dividono tra sezione detentiva e polo sanitario per il 41 bis. Alla vigilia dei lavori nell’istituto vivevano oltre 360 persone a fronte di 226 posti, con 200 agenti in servizio contro i 315 della pianta organica. Lo stesso edificio era stato segnalato per le infiltrazioni d’acqua nelle celle e per condizioni igieniche che chi lo aveva visitato aveva definito allarmanti.
Il modello che l’Europa continua a bocciare - Il comunicato del Dap definisce il 41 bis un modello “di ispirazione per molti Paesi europei ed extraeuropei”. Eppure la realtà dei fatti racconta una storia meno lineare. Il Comitato europeo per la prevenzione della tortura ha chiesto più volte all’Italia di rivedere il carcere duro, ha definito l’isolamento diurno una misura anacronistica e priva di giustificazione penologica, ha segnalato le cosiddette aree riservate, un regime ancora più chiuso che nessuna legge prevede. Nel concreto al detenuto al 41 bis viene assegnata una cella singola dove trascorre 21 o 22 ore al giorno, può vedere solo i tre compagni del suo gruppo di socialità, ha diritto a un solo colloquio al mese di un’ora e a una telefonata di 10 minuti. L’allora Garante nazionale dei detenuti Mauro Palma ha ricordato che le proroghe vengono concesse quasi in automatico, che molte persone restano al 41 bis per oltre vent’anni e a volte fino alla morte, e che tutto questo va misurato con l’articolo 27 della Costituzione, quello sulla funzione rieducativa della pena. Il 10 aprile 2025 anche la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia proprio sul meccanismo dei rinnovi. La Conferenza dei garanti territoriali ha chiesto alle commissioni giustizia di Camera e Senato di aprire un’indagine conoscitiva sull’applicazione concreta della misura. Così come Irene Testa, garante della Sardegna, ha denunciato che spostare i detenuti al 41 bis sull’isola è una violazione dei diritti umani.
Il piano Kairos punta a concentrare gli oltre 800 posti del carcere duro in sette istituti di massima sicurezza, scelti per restare il più possibile isolati anche dal punto di vista geografico. Tre dovrebbero sorgere in Sardegna, in nome di quella preferenza insulare introdotta da una norma del 2009. L’associazione Antigone, nel suo ultimo rapporto intitolato non a caso “Tutto chiuso”, legge questa logica come il ritorno di una vecchia idea, quella delle isole-carcere di Asinara e Pianosa che negli anni Novanta i movimenti per i diritti civili avevano denunciato come una deportazione istituzionalizzata. Dove il circuito speciale si è spostato, le attività trattamentali sono sparite: a Cuneo, da cui sono partiti alcuni dei detenuti arrivati a Vigevano, è stato sospeso perfino il centro Agorà, lo spazio costruito per le attività educative e culturali.
Resta la questione che attraversa l’intero progetto. Un piano che riscrive la mappa della pena più dura del nostro ordinamento è coperto dal segreto, e il segreto, come ha osservato l’avvocata Maria Brucale, non è un incidente ma la sostanza stessa del 41 bis: davanti a un giudice diventa quasi impossibile bilanciare il diritto alla trasparenza degli atti amministrativi con le esigenze di sicurezza invocate dal ministero. Argus si è chiusa con il plauso del sindacato Sappe e con la soddisfazione del Dap per l’efficienza dimostrata. Il conto di cosa quel trasloco abbia significato per chi è stato spostato, per le donne che a Vigevano lavoravano e per gli agenti che lì vivevano, in nessun comunicato è stato scritto.










