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di Valeria Di Corrado

Il Messaggero, 16 luglio 2025

Solo il nome fa paura. Il 41-bis, detto anche “carcere duro” è un regime detentivo speciale applicato agli appartenenti ad organizzazioni criminali, terroristiche o eversive, “in presenza di gravi motivazioni di ordine e sicurezza pubblica”. Comporta una drastica riduzione dei contatti con il mondo esterno, rispetto al regime carcerario ordinario, per “spezzare il vincolo associativo”. Secondo l’ultimo report del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, aggiornato al 29 maggio 2025, ci sono 733 persone dislocate nelle 12 sezioni 41-bis presenti in Italia. Si è assistita a una lenta e progressiva crescita negli anni, considerato che nel 1993 erano 473. Questo perché il numero delle revoche del “carcere duro” è significativamente inferiore rispetto ai nuovi ingressi.

Così come elevato è il numero di rinnovi automatici del provvedimento. Secondo il Garante nazionale, non sono poche le persone che si trovano al 41-bis da più di vent’anni. Altrettante quelle che scontano l’intera condanna al “carcere duro”, mentre gli ergastolani sottoposti al regime speciale sono meno del 30%. Il 10 aprile scorso, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per trattamento inumano e degradante per aver prorogato il 41-bis a un novantenne, mafioso e a lungo latitante, affetto da una degenerazione cognitiva progressiva.

Per quanto riguarda l’affiliazione dei detenuti al 41-bis, in base ai dati pubblicati dal Ministero della Giustizia e aggiornati all’11 dicembre 2023, 203 reclusi appartengono alla Camorra, 209 alla Ndrangheta, 205 a Cosa nostra, 25 alla mafia pugliese, 22 alla mafia siciliana, 19 alla Sacra corona unita, 5 alla Stidda, 4 alla mafia lucana, 3 ad altre mafie e 4 al terrorismo (interno e internazionale). Per mesi è stato sulle prime pagine dei giornali lo sciopero della fame di Alfredo Cospito - durato 182 giorni, dal 20 ottobre 2022 al 19 aprile 2023 - per protestare contro il regime detentivo.

L’anarchico, condannato per l’attentato alla ex caserma allievi carabinieri di Fossano del 2006 a 23 anni, si trova nel carcere di Sassari al 41-bis. “Regime che prevede che per 21 ore al giorno sei recluso in una cella di tre metri per tre, con un cubicolo dove svolgere la socialità con un gruppo di tre persone scelte dall’amministrazione penitenziaria e che cambia continuamente - spiega il suo legale, l’avvocato Flavio Rossi Albertini - Cubicolo che si incendia d’estate, visto che la struttura è sotto il livello del mare, e da dove il cielo si vede a scacchi perché è sovrastato da una rete. Non può ricevere visite se non da parte della sorella che una volta al mese deve recarsi da Viterbo alla Sardegna”.

Nello stesso carcere, recluso con lo stesso regime, c’è Leoluca Bagarella, il boss dei Corleonesi, cognato di Salvatore Riina, stragista, autore di svariati omicidi, donne e bambini compresi. Trascorre l’ora d’aria da solo (ne fa tre ore al giorno), in una stanza in cui ha a disposizione una cyclette, un vogatore e un tavolo. Al 41 bis anche l’ex esponente delle nuove Brigate rosse, Nadia Desdemona Lioce, che sta scontando tre ergastoli nel carcere dell’Aquila per aver partecipato agli omicidi dei giuslavoristi Massimo D’Antona e Marco Biagi, e per quello del poliziotto Emanuele Petri. Recentemente le è stato impedito di avere una corrispondenza con gli altri brigatisti. Mentre lo scorso marzo è stato respinto il ricorso del boss dei Casalesi Michele Zagaria contro la proroga del 41-bis. Secondo la Cassazione, “Capastorta” è ancora il “capo assoluto della cosca omonima, ancora operativa”.