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di Antonio Nino Mancini


Il Fatto Quotidiano, 15 novembre 2020

 

Alla fine degli anni settanta, primi anni ottanta, gli anni delle Brigate Rosse, della guerriglia sulle strade, delle carceri speciali, i diritti dei detenuti erano stati rasi al suolo. Poi iniziò a circolare una voce: "A Potenza ce sta un giudice di sorveglianza dal nome strano che non permette abusi sui detenuti".

Una fiammella di speranza in un posto dove, citando Pino Daniele, "'A speranza è semp' sola". Henry John Woodcock era quel nome strano, un nome talmente "strano" che una volta rimasto nella memoria, non lo dimentichi più, e infatti io personalmente non l'ho mai dimenticato. Da criminale ieri e "pentito" oggi, sento il bisogno e il dovere dire la mia: il 41bis oggi, come l'articolo 90 ieri, è la tortura e stortura messa in atto da un Paese democratico per costringere i reclusi a pentirsi, molto somigliante al mantou ripieno di carne e fagioli con cui i carcerieri dei campi di rieducazione cinesi premiano i prigionieri che collaborano con il regime.

Un "pentimento" in cattività può nascondere delle insidie perché il fatto di non avere la forza di sopportare una detenzione dura, pur di non ritornarci, può spingere a una collaborazione ad libitum con annessi e connessi. Per quanto riguarda il mio, di "pentimento", esso è maturato fuori, dopo avere scontato undici anni tra carceri duri e soft, e con l'imminente nascita di mia figlia. Soltanto la lungimiranza e l'umanità possono sconfiggere il male, non certo una girata di chiave in più al blindato, le lenzuola grezze e ringhiate di paura. Grazie per l'ospitalità e lunga vita al Fatto Quotidiano.