di Furio Colombo
Il Fatto Quotidiano, 6 dicembre 2020
Due episodi mi inducono alla riflessione su un tipo estremo di reato detto "mafia" e sulla punizione imposta e automaticamente eseguita dallo Stato italiano.
Il primo episodio è la definizione di "Roma mafiosa", dopo certi arresti e reati, creando uno stato di emergenza morale ma anche giudiziario (il riferimento alla mafia cambia immediatamente il tipo di carcerazione). Ma dopo poco tempo è seguita, insieme con la conferma di tutti i reati contestati e delle ragioni di arresto, la cancellazione dal fascicolo della parola "mafia".
La città di Roma, luogo dei reati, e i suoi autori restavano colpevoli di tutto, ma uscivano da un pesantissimo tipo di carcerazione (il "41bis") ed entravano in uno stato di detenzione "normale" cui poi seguiva una serie di liberazioni condizionali. Con la memoria di questa vicenda, ho letto l'articolo del magistrato Henry John Woodcock sul Fatto del 6 novembre: "Troppi al 41bis. È ancora una misura eccezionale?".
L'argomento è scottante e quasi intrattabile. Da una parte si schiera un Paese democratico e costituzionale che però esige pene adeguate agli orrendi delitti di mafia. Dall'altra, accampati su uno scoglio da cui si sente poco la voce, alcuni giuristi e politici che si interessano ancora di diritti civili: il partito radicale, piccoli gruppi di intellettuali e scrittori che continuano a vedere come una grave anomalia una pena speciale che non è in proporzione al reato ma è fondata sulla persuasione di efficacia punitiva contro tutta l'organizzazione mafiosa.
Ma il 6 novembre abbiamo trovato sul Fatto l'intervento solitario e sorprendente di un magistrato tra i più laboriosi nella caccia alla criminalità organizzata. Si domanda se trovi posto nel nostro ordinamento giuridico l'idea di colpirne ogni volta uno, con il durissimo 41bis, per colpire tutti (l'interpretazione è mia, ma spero sia corretta).
All'intervento del magistrato, il direttore Marco Travaglio ha fatto seguire una nota in cui prevede un dibattito e mette a disposizione il giornale. Woodcock percorre una strada che non è la disputa sulla gravità della pena (isolamento assoluto e per sempre), che viene inflitta con automatismo amministrativo non appena l'accusa è di mafia, e non riguarda quel particolare imputato, male vicende tragiche della guerra Stato-mafia.
Dunque aggiungere il trattamento previsto dal 41bis a un imputato di mafia non è proporzionale al reato, ma risponde a una grave emergenza del Paese. Woodcock deve scegliere fra contrapposizione legge-persona, da un lato, e quella tra difesa dello Stato e lotta allo Stato del grande crimine organizzato, dall'altro.
Sceglie la persona. Osserva che oggi nelle carceri italiane ci sono 600 detenuti soggetti al regime del 41bis, dunque non solo all'isolamento assoluto e perenne, ma anche a tutti i caratteri, difficilmente costituzionali, del carcere duro non legato al crimine ma al tipo di crimine. Woodcock evita la pietà per la persona colpita dal 41bis e si occupa della contrapposizione frale due organizzazioni, Stato e mafia. Dice che, se così tanti sono soggetti al 41bis e alla sua durezza, allora si tratta di una forma diffusa e, paradossalmente normale, di carcerazione che perde il suo carattere di eccezione e diventa semplicemente "il carcere", sia pure in una versione estrema.
Woodcock non vuole lasciarsi coinvolgere da questioni morali come quelle proposte da chi vuole interessarsi del destino di certe persone che, allo scatto della sentenza e all'inizio della vita in cella (il tutto accertato e deciso dai giudici), vedono aggiungersi una gravissima pena automatica che non riguarda il loro processo, ma intende colpire l'organizzazione anti-Stato detta "mafia".
Il pm vede un pericolo in più. Dice: con un numero così alto di detenuti raggiunti dalle due pene sovrapposte, quella del Codice e quella di mafia, si va verso una forma diffusa di detenzione durissima immutabile, ma anche accettata come normale, un rimedio ovvio e dovuto a un male grave che riguarda noi tutti. Il pm Woodcock non chiude la sua riflessione, la propone.
Penso che intenda anche dire (ma non lo dice) questo: la pena durissima del 41bis non ha intaccato in nulla il tremendo fenomeno della mafia, ma tranquillizza coloro che la combattono. Però è un percorso che trasforma la figura del detenuto. È stato deciso che il condannato per mafia debba pagare di persona, da solo, ogni giorno, per sempre, il prezzo di tutto il crimine organizzato. Non c'è un vuoto pericoloso di diritto?











