di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 11 dicembre 2023
Nato oltre trent’anni fa sull’onda dell’orrore e dell’indignazione per le stragi di Capaci e via D’Amelio, il cosiddetto carcere duro è stato applicato quasi esclusivamente ai mafiosi (ancora oggi, su 730 solo quattro sono i condannati per reati non connessi a Cosa nostra, camorra e ‘ndrangheta). Più delle intercettazioni col loro potenziale infamante. Più dell’avviso di garanzia tramutato in lettera scarlatta. Più dell’abuso d’ufficio con annessa paura della firma. C’è una materia che meglio d’ogni altra rivela la torsione dialettica tra garantismo e massimalismo penale, anche in una maggioranza solida come quella che sostiene il governo. E mostra al tempo stesso le sensibilità reali del Paese, le sue opzioni più profonde sulla giustizia e l’espiazione, sulla riabilitazione e la sicurezza sociale. Si trova in un cono d’ombra, un po’ nascosta al dibattito pubblico, perché su di essa è scomodo per molti politici e opinionisti prendere una posizione franca: è il 41 bis, il regime di detenzione speciale dell’ordinamento penitenziario.
Il motivo di tale disagio è facile da capire e attiene alla natura stessa di questo istituto. Nato oltre trent’anni fa e cresciuto sull’onda dell’orrore e dell’indignazione per le stragi di Capaci e via D’Amelio, il cosiddetto carcere duro è stato applicato quasi esclusivamente ai mafiosi (ancora oggi, su 730 reclusi sottoposti ad esso, solo quattro sono i condannati per reati non connessi a Cosa nostra, camorra e ‘ndrangheta). Di fronte al sacrificio di Falcone e Borsellino, rispondeva a un desiderio forse non codificabile ma fortissimo nel Paese: “buttare via la chiave”, seppellire nel buco più profondo belve come Riina e Provenzano. E trovava (trova) la sua ratio giuridica in un’esigenza passata anche al vaglio della Corte costituzionale: impedire ai boss di dare ordini dal carcere, interromperne i contatti col mondo criminale. Solo in quest’ottica, e non certo come un quid di afflizione in più motivato dall’odiosità del reato, la detenzione speciale era (ed è) accettabile in un Paese liberale che ha l’illuminismo di Cesare Beccaria nel suo Dna.
Ma la sua applicazione pratica s’è spesso spinta oltre. Come illustra l’ultimo rapporto redatto a marzo scorso dall’ufficio del Garante, in alcune prigioni s’è tradotto in finestre schermate cinque volte fino alla rarefazione di aria e luce “senza alcuna ragionevole giustificazione”; in altre nella privazione visiva “come pena corporale” (non un cespuglio, non una piantina nel loculo di cemento del cortile); ovunque, in regole vessatorie e insensate, e reclusione emotiva senza riguardo nemmeno per i bambini dei reclusi. Emergenza trent’anni fa, il 41 bis è diventato normalità abnorme: era transitorio, e una legge del 2002 lo ha reso permanente; una del 2009 ne ha centralizzato i ricorsi a Roma, troncando il rapporto tra detenuto ricorrente e giudice naturale sul territorio. Entrato nel dibattito pubblico per lo sciopero della fame dell’anarchico Alfredo Cospito, è esploso in una battaglia parlamentare all’esito della quale è stato rinviato a giudizio il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, accusato di avere passato al collega di partito Donzelli notizie riservate sulla visita di una delegazione di deputati dem nel carcere di Cospito.
Al netto delle polemiche di fazione, il sospetto di voler “annacquare” il 41 bis vale ancora quale marchio d’infamia, se non di cripto-mafiosità; la sua difesa aprioristica può divenire una patente di moralità anche per politici dal discutibile profilo etico.
“Quando una norma ha più valore simbolico che fattuale diventa un elemento di consenso”, riflette Mauro Palma, che è stato per sette anni garante nazionale dei detenuti: “Un sistema che interrompa le connessioni nella criminalità organizzata è doveroso e chi parla di tortura non sa ciò che dice, ma il 41 bis va ridotto nella sua applicazione di circa una metà e sfrondato di parecchie… cavolate”.
Qualche settimana fa s’è consumato proprio su questo uno scontro sotterraneo in via Arenula, sede del ministero. Il capo del Dap, Giovanni Russo, un galantuomo garantista messo al vertice dell’amministrazione penitenziaria dal ministro Nordio, ha promesso in un dibattito pubblico la revisione di una circolare del 2017 passata con parere contrario del garante e accusata di inasprire con ridondanze burocratiche e durezze quotidiane non necessarie un regime già angusto di suo. E ha prefigurato la nascita di “un nuovo 41 bis”, “costituzionalmente ineccepibile, che elimini l’ipotesi di qualunque trattamento vessatorio al di là di ciò che serve per garantire che questi criminali speciali non proseguano la loro attività dannosa alla società intera”.
La sortita di Russo è stata silenziata in fretta, avendo provocato non pochi malumori nella componente giustizialista di via Arenula. Delmastro sostiene che il governo “non arretrerà di un millimetro sulla materia”, giurando che all’estero gliene chiedono notizie “quale normativa all’avanguardia contro il crimine organizzato”. Le elezioni europee ormai alle porte non aiutano un approccio pragmatico. Servirebbe, e molto. Ad eliminare, per esempio, la piaga delle “aree riservate”, una sorta di 41 bis rafforzato per una trentina di detenuti ai quali la socialità già ridottissima è azzerata fin quasi all’isolamento. Magari a creare nuove strutture idonee all’Alta Sicurezza 1 (il livello di detenzione appena meno afflittivo) evitando di spedire molti al circuito di detenzione speciale solo per mancanza di alternative.
È del tutto evidente che una spinta a modificare il 41 bis non troverebbe consenso nei sondaggi. Ma proprio perciò questa cartina di tornasole ci dice molto su quante probabilità abbia davvero di andare in porto un’autentica riforma della giustizia, quella su cui Carlo Nordio ha messo tutto il peso del suo prestigio. Per chi la propone, insieme con una visione di lungo periodo, i sondaggi dovrebbero pesare il giusto, ma non di più: così da non lasciare nel buio della rimozione gli angoli più tormentati di un sistema carcerario già dolente. Il paradosso di un ministro ultragarantista imbrigliato dal massimalismo penale potrebbe esplodere quando, passate le elezioni, i calcoli elettorali non faranno più da sordina.










