di Daniele Pifano*
Il Fatto Quotidiano, 13 novembre 2020
Sala colloqui di un carcere speciale. Qui hanno montato i vetri divisori antiproiettile cheti separano completamente dai familiari che vengono a trovarti. Non si può avere alcun contatto fisico diretto, per scambiare qualche parola, devi alzare il citofono e parlare lì.
La sala è insonorizzata. Il detenuto è un camorrista abbastanza giovane. Dall'altra parte del vetro c'è una giovane ragazza napoletana con accanto un bambino di 8-9 anni. Il colloquio dura un'ora. Io sono nella postazione accanto, a colloquio con la mia compagna. Passata l'ora ci chiudono in una cella, in attesa delle guardie carcerarie per ricondurci al braccio di assegnazione.
Non appena richiudono la porta blindata, il camorrista sbotta: "Appena posso uccido il figlio di qualche giudice, debbo far provare anche cloro cosa significa per un padre non poter abbracciare, baciare la propria creatura, i propri cari".
Parlatorio di altro carcere speciale, scena completamente diversa. Una volta al mese è consentito il colloquio famiglia in una sala in cui, invece del bancone divisorio, ci sono normali tavolini con le sedie. Puoi anche mangiare quello che hai cucinato in cella. I figli dei vari detenuti possono giuocare insieme, la guardia carceraria di servizio è rilassata, sta solo attenta che non si verifichino incidenti.
La sicurezza è demandata al dopo colloquio, in cui devi denudarti completamente ed essere sottoposto ad una minuziosissima perquisizione anche di tutti gli indumenti che indossi. Ebbene, ritornato poi al passeggio, in sezione, uno di questi detenuti, sempre per fatti di camorra, con cui avevo fatto il colloquio insieme, mi chiama in disparte e mi dice che il figlioletto, di una decina di anni, l'aveva messo in crisi: gli aveva fatto promettere che, una volta uscito di galera, si sarebbe cercato un lavoro onesto, perché lui, dai suoi compagni di scuola non voleva più essere chiamato "il figlio del camorrista".
Ecco, vista dall'interno del carcere, è questa la differenza che intercorre tra quanto ha auspicato il giudice Woodcock nella sua presa di posizione contro le vessazioni inutili ed umilianti del 41bis, che nulla c'entrano con la sicurezza, e le affermazioni ribadite successivamente dal giudice Caselli.
Per i carcerati non è la "ferocia dello Stato" ciò di cui hanno più timore e paura (se vogliono, loro, riescono ad esserlo molto di più), ma è la supremazia morale, la coerenza, la lealtà, l'umanità che sono in grado di dimostrare quelle persone che incarnano, ai loro occhi, le istituzioni.
Ciò che li fa andare in crisi, che gli fa perdere credibilità e potere agli occhi dei propri famigliari, dei propri "soldati" è la concretizzazione di un agire senza imboscate, corruzione e privilegi, con rispetto e soddisfazione reciproca.
Per uno Stato sano il carcere dovrebbe rappresentare quell'occasione "d'appello" che viene data al cittadino che non è riuscito a coinvolgere, convincere, con il suo funzionamento normale. Il vero pentito non è il delatore, bensì colui che col suo nuovo agire, impedisce che i suoi compagni continuino sulla strada sbagliata, li convince perché li spinge a fare delle scelte, per loro, più soddisfacenti della vita che conducevano prima.
Il 41bis non può essere il volto feroce dello Stato dietro cui nascondere le collusioni di molte sue alte cariche coni capi dei malavitosi. E bisogna dare atto, a voi del Fatto Quotidiano, di essere tra i pochissimi che continuano caparbiamente a smascherare queste connivenze.
*Ex detenuto











