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di Francesco Veneziano

Il Manifesto, 4 aprile 2026

Il carcere raccontato attraverso un podcast che dà voce all’umanità nascosta dietro le sbarre, tra errori, amicizie e riscatto. In uno dei miei film preferiti si racconta di un uomo che precipita da un palazzo di cinquanta piani. E mentre cade continua a ripetersi: “Fino a qui tutto bene… fino a qui tutto bene”. Ma il problema non è la caduta. È l’atterraggio. Quell’uomo ero io. Lo sono stato per anni. E alla fine mi sono schiantato. Per molto tempo ho vissuto come se le conseguenze delle mie azioni non esistessero davvero. Mio padre era un contrabbandiere e sono cresciuto ascoltando le sue storie come fossero avventure. Forse è lì che ho iniziato a deformare la realtà, a costruirmi una lente che rendeva tutto meno grave. Con quella lente davanti agli occhi ho fatto molte scelte sbagliate. Non le ho pagate tutte. Ma quelle che ho pagato, le ho pagate care. Sono stato arrestato. Ero colpevolissimo, dico sempre io. Ho passato anni in carcere.

Oggi sono libero. Lavoro e conduco una vita come tanti. Dire ‘normale’ non mi piace. La parola “normale” è diversa per me. Soprattutto da quando sono uscito. Perché una delle fasi più dure non è entrare, ma uscire. Quando esci hai forse strumenti diversi, ma non hai ancora imparato ad usarli e hai gli stessi problemi che non sei riuscito ad affrontare in passato. In carcere ho trovato dei veri amici. Ognuno oggi con il suo percorso. Nel tentativo di restare in piedi dopo lo schianto. Lì ho conosciuto Paolo. Non un detenuto. Un giornalista che entrava come volontario per dirigere il giornale radio del carcere. Ci ha proposto di fare un podcast. Mi ha spiegato lui cosa fosse, mi ha fatto ascoltare del materiale e qualcosa si è acceso. Da lì è nato 7 Cancelli.

“Sette cancelli” è un modo di dire che si usa in carcere. Separano la tua branda dall’uscita. La porta della cella, il piano, il reparto, la rotonda, la matricola e, infine, quell’enorme doppio cancello che affaccia sulla libertà. Ho iniziato a scrivere e a un certo punto abbiamo iniziato a lavorarci insieme. Io e Giacomo. Omar ha composto la colonna sonora nella sala musica del reparto. Abbiamo coinvolto più di venti persone. Uomini con storie molto diverse, alcune difficili, che fanno male anche solo a raccontarle. Eppure tutti si sono messi a lavorare insieme per costruire qualcosa. Abbiamo portato a tutti qualcosa di abbastanza forte da tenerci uniti.

All’inizio sembrava impossibile. Un podcast radio-teatro in un posto dove tutto è vietato, limitato e controllato. E invece è successo. Io sono uscito poco prima di riuscire a finire la puntata pilota. Il progetto è andato avanti grazie a Giacomo e agli altri. Abbiamo realizzato la puntata pilota e questa è piaciuta ad un programma radio che avrebbe dovuto mandarlo in onda. Da lì la motivazione di finire di scriverlo e portare a termine il progetto. Una volta fuori, ho finito di scrivere la sceneggiatura e sono riuscito a tornare dentro come volontario per completarlo. Abbiamo dovuto formare un nuovo gruppo, perché molti erano stati trasferiti o erano usciti. E abbiamo registrato tutto da capo.

Due anni di lavoro. Prima di riuscire a dare armonia a quelle voci perché potessero trovare spazio sulle piattaforme di ascolto. Quello che ne è venuto fuori non è solo un racconto. È un viaggio. 7 Cancelli funziona come un varco, come un cancello. Come il blindo di una cella: ti porta dentro e ti costringe a stare lì, ad ascoltare. Non spiega il carcere. Te lo fa sentire. E questo, forse, è il punto. Perché il carcere viene spesso raccontato da fuori. Con categorie, pregiudizi e distanze. Ma in realtà è un luogo pieno di umanità, contraddizioni, errori e possibilità.

Non è un mondo a parte. È una parte del nostro mondo. Io oggi vado spesso a raccontare questa esperienza nelle università e nelle scuole. Non per giustificare quello che ho fatto, ma per restituire qualcosa e per portare fuori le voci di chi resta dentro. Credo che l’arte, quando nasce in un posto come un carcere abbia una funzione molto semplice, non serve a renderti migliore, ma a permetterti di restare. Restare dentro quello che sei, senza scappare, senza anestetizzarti, senza raccontarti bugie.

Ma non basta. Perché quello che succede lì dentro riguarda anche chi è fuori. E se il carcere resta invisibile continuerà a essere raccontato solo attraverso discriminazione, paura e pregiudizio. E non cambierà mai, perché se non si conosce fa paura e se fa paura non vale la pena fare nulla di buono per cambiarlo. Un lavoro come 7 Cancelli non serve a spiegare. Serve a far sentire. Un carcere cattivo ti rende più cattivo. Non penso sia una frase mia, credo di averlo sentito da qualche parte. Ma è la verità. E non parlo solo dei detenuti. Rende più cattiva tutta la società. Riflette il male come uno specchio oscuro che parla di vendetta e punizione. Un suono cupo che parla a chi sta dentro come a chi sta fuori. E come un blindo che sbatte alle tue spalle toglie ogni speranza.