sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Enrica Landi

Ristretti Orizzonti, 2 aprile 2026

Cosi titolava nei giorni scorsi una popolare trasmissione televisiva nel presentare il proprio servizio intorno ad un tema che negli ultimi mesi è entrato con forza all’interno del dibattito pubblico, ma che è diventato un argomento di confronto anche all’interno delle nostre famiglie e tra i banchi di scuola. E laddove si attiva un confronto si incontra la possibilità di crescita. È tuttavia necessario andare oltre a quella che purtroppo è diventata un’etichetta generalizzante, che vuole inserire un fenomeno complesso all’interno di una parola-contenitore. E cosi il termine “maranza” evoca indistintamente disagio, devianza, criminalità e pericolosità sociale, diffondendo allarme collettivo e andando in cerca di consenso pubblico.

Da un punto di vista psicologico il primo rischio insito all’interno di tale processo è quello di creare stigma e pregiudizio intorno ad un gruppo sociale che viene rappresentato come una minaccia simbolica dell’ordine e della sicurezza e che per tale motivo sembra richiedere interventi immediati, prevalentemente a carattere repressivo. Raramente duraturi; perché poco focalizzati sulla comprensione della complessità di certi comportamenti; perché è più semplice demonizzare e inserire storie personali, familiari e sociali profondamente diverse all’interno di una categoria omogenea - non rilevante sul piano psicologico o criminologico - anziché tentare di comprendere - che non significa giustificare - la complessità nascosta dietro a certi fenomeni: dalla marginalità territoriale alla povertà educativa e sociale, dalla fragilità familiare all’assenza di ecosistemi relazionali supportanti e significativi, all’interno dei quali i ragazzi si sentano visti, riconosciuti, accolti ed ascoltati.

Dal punto di vista criminologico lo stigma ed il pregiudizio rafforzano processi di esclusione, assumendo la forma di una profezia che si autoavvera: l’etichetta di “soggetto deviante” “appiccicata” dagli occhi dell’altro ed interiorizzata, contribuisce alla costruzione dell’identità personale proprio in una fase evolutiva in cui il riconoscimento sociale, il bisogno di appartenenza e di sperimentazione del limite sono prioritari. Complice la comunicazione mediatica, si crea una narrazione tendenziosa che sovrappone comportamenti antisociali con fatti-reato o trasgressioni giovanili.

Non si può negare l’esistenza di condotte penalmente rilevanti, ma è assolutamente necessario riconoscere che la risposta non può essere solo e semplicemente securitaria. Occorre incidere sulle cause e non reprimere quando il danno è già avvenuto: in ambito penale minorile è più che mai evidente che interventi educativi e responsabilizzanti producono risultati migliori rispetto alla mera punizione. Dove ciò non avviene la probabilità di recidiva aumenta anziché diminuire.

Occorrono risposte che includano più aspetti: la scuola, i servizi territoriali, il lavoro con le famiglie e nei programmi di prevenzione precoce.

Occorre rispondere ad una domanda di esistere che ci proviene dal mondo giovanile; domanda simbolica che viene espressa attraverso un abbigliamento, un linguaggio e un atteggiamento provocatorio che non sono il reale problema. La provocazione ed il gruppo diventano richiesta di visibilità e riconoscimento. Spesso di aiuto. La vera sfida non è contenere e “mettere in sicurezza” un gruppo percepito come minaccioso, ma cocostruire relazioni, regole condivise e una cittadinanza attiva e partecipata. Questa è la possibilità - dal punto di vista giuridico e psicologico - che conduce verso la sicurezza e la giustizia, senza rafforzare una frattura sociale, ma contribuendo a ricomporla.

*Psicologa Psicoterapeuta