sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Lucia Capuzzi

Avvenire, 21 luglio 2024

Wanda Marra nel libro “Cose che mi hanno salvato la vita” racconta l’approccio, fatto di domande scritte su dei fogli. “Lì dentro cadono tutte le maschere La reclusione rende tutto incredibilmente intenso”. sento il caos, le urla, pure le risate. L’energia compressa mi arriva senza rabbia. Sono chiusa dentro un carcere, ma paradossalmente la sensazione più forte è di libertà. Strana, estrema. Nuova. No. Forse antica. È la sospensione, uno spazio temporale in cui tutto è possibile, un altro dove l’esperienza si dilata”.

Sono trascorsi oltre sei anni dalla sua “prima volta” dietro le sbarre. Wanda Marra, però, ricorda in modo nitido, concreto, quasi palpabile la sensazione provata quel giorno di inizio 2018 quando ha varcato la soglia di Casal del Marmo nell’ambito di un progetto di giustizia riparativa. Nell’istituto penale per minorenni alla periferia di Roma, la cronista politica si è ritrovata immersa in un concentrato di vita, di emozioni. In quell’istante, il mondo esterno è receduto sullo sfondo. Contavano solo i ragazzi e le ragazze che le si accalcavano intorno. “A volte penso che l’inferno somigli a una gabbia, fatta di doveri, abitudini, autodisciplina, gestione ferrea del tempo occupato (e pure di quello teoricamente libero). Un insieme di frammenti che fanno una giornata, poi una settimana, poi un mese. Poi una vita. Esattamente il contrario di quello che accade dietro le sbarre”, scrive in “Cose che mi hanno salvato la vita”, un racconto al confine tra giornalismo narrativo, autobiografia e romanzo, appena pubblicato da People. A cucire insieme i frammenti di episodi, ricordi, riflessioni, è proprio il carcere. O, meglio, i carcerati e le carcerate. Gli adolescenti di Casal del Marmo prima e i giovani adulti di Campobasso poi che, con le loro domande spiazzanti e le cicliche provocazioni, costringono l’autrice a spogliarsi di ogni rivestimento per trovarsi di fronte alla pura essenza delle cose e delle persone.

“C’è un branco di ragazzi. Minacciosi di loro. Sono lì e mi guardano. E io devo parlare. Loro valuteranno quello che dirò. Sarò in grado di catturare il loro interesse? La domanda che mi rimbalza in testa è questa. Ho di certo più paura della mia inadeguatezza che di loro”. Per “cercare di tenere il gruppo”, allora, Wanda Marra distribuisce fogli di carta. “Faccio domande, cerco di non essere troppo diretta, ma neanche generica, di non comunicare curiosità, ma interesse e attenzione”.

Insieme, detenuti e reporter-volontaria costruiscono itinerari di scrittura in cui si inoltrano insieme, fianco a fianco, scoprendosi a vicenda e riscoprendo la realtà che li circonda. Da centro di reclusione di esistenze, il carcere diviene scuola di libertà. La libertà di andare oltre le maschere proprie e altrui, le categorie fisse e immutabili: omicida, truffatore, ricettatore, spacciatore, giornalista. Ci sono solo esseri umani, fragili e forti, resilienti e smarriti.

Come Lucia, finita in un reparto psichiatrico a 16 anni per un assassinio che non ricorda. O.C., un’asiatica apparentemente serafica condannata per un’aggressione che lei definisce autodifesa. B., reginetta della band e rapinatrice compulsiva. “La reclusione, che in quel momento condividiamo, rende tutto - scrive l’autrice - incredibilmente intenso e concentrato. È come se vedessi riflessa in uno specchio una parte di me che è rimasta solo in embrione, che non ha avuto né cittadinanza né spazio. È quello che non sono stata e non sono diventata, quell’energia oscura incanalata in altri percorsi e in altre esperienze”, conclude. Un mix di sensazioni difficile da dipanare. Di fronte al quale si può solo scrivere il grande racconto delle esistenze condivise: “L’unico modo per affrontare il caos. L’unica ragione per cui vale davvero la pena di affrontarlo e di attraversarlo”.