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di Girolamo Monaco*

Avvenire, 3 gennaio 2026

A chi serve il Giubileo dei detenuti? Me lo sono chiesto dopo aver visto in televisione le celebrazioni del 14 dicembre scorso. Non ho potuto recarmi a Roma quel giorno; non ero quindi in Piazza San Pietro ad accompagnare qualche detenuto, insieme al cappellano, un responsabile degli agenti di Polizia penitenziaria e un educatore. Ho vissuto tuttavia l’esperienza del Giubileo da cattolico e da operatore sociale, e l’ho vissuta nel modo e nel luogo dove era giusto viverla: all’interno della struttura carceraria che dirigo, con i miei uomini e i miei utenti, nello spirito della Porta santa aperta da papa Francesco a Rebibbia, che ha reso ogni carcere una “Porta santa”.

Il carcere è uno dei tanti luoghi che questa nostra umanità abita, come l’ospedale dei malati, l’esercito dei soldati, i porti dei migranti, i mercati degli scambi, i tribunali delle condanne. E allora mi ritorna questa domanda: a chi è servito il Giubileo dei detenuti? Pongo questa domanda come cittadino e operatore penitenziario, e, in modo più personale: a cosa mi serve questo Giubileo? Serve al cambiamento. Cambiare le logiche e le condizioni, cambiare le persone e le strutture. E mi chiedo: quanti dei tanti cappellani, che sono il segno della Chiesa dentro le carceri italiane e hanno partecipato alla bella Messa con papa Leone, hanno celebrato i funerali dei detenuti che si sono suicidati nelle nostre carceri?

Io da qui, da tutte queste morti per suicidio, voglio cominciare a parlare per il cambiamento. La morte di un detenuto suicida ci interessa e ce ne dobbiamo far carico, in modo cristiano, umanamente degno. Quel corpo - segno di una vita maledetta e mai guardata - a chi appartiene? Chi ne deve avere cura? La cura che non abbiamo saputo dare alla persona viva, potremo (forse) darla al corpo morto, con il coraggio di chi conosce i propri limiti e ha paura di attraversare le contraddizioni, le ingiustizie e le perversioni, ma poi le affronta e lotta per superarle.

In carcere non riusciamo oggi a dare dignità alla vita vita fisica, che è umiliata da condizioni indecenti di sovraffollamento; cominciamo (io chiedo) con il dare dignità a chi è morto. Manca tutto, mai la dignità. Non ho altre parole per dare giustizia a chi ha portato su di sé, fino a rimanerne schiacciato, fino ad uccidersi, i mali e le mancanze della struttura nella quale io lavoro (e ci lavoro come uomo che vive i suoi valori, non come burocrate servile e banale).

Non ho altre parole per dare dignità al mio sforzo di cambiamento, che è comune a quello di tanti colleghi, servitori puliti e coerenti dello Stato, cittadini attivi e parte viva di questa società in evoluzione. Voglio che tutti questi morti non restino notizia inutile, ma siano pietra d’inciampo. Le nostre preghiere non bastano più.

*Direttore Istituto Penale per i Minorenni - Acireale (Ct)