di Eleonora Martini
Il Manifesto, 17 aprile 2026
L’erosione dello Stato di diritto in Italia preoccupa gli organismi sovranazionali. Se nello scorso anno particolarmente insistente è stata l’attenzione del Comitato per la prevenzione della tortura (Cpt) europeo che ha chiesto e ottenuto incontri ad alto livello con il ministro Nordio soprattutto per sollecitare soluzioni strutturali ai problemi del sovraffollamento carcerario e dell’alto tasso di morti e suicidi in cella, ieri a Ginevra il governo Meloni ha dovuto rispondere alle domande poste dal Comitato Onu contro la tortura (Cat) che il giorno prima aveva acquisito le osservazioni delle ong italiane presentate - a porte chiuse - dall’associazione Antigone e da Medici senza frontiere.
L’osservazione a cui in questo caso è sottoposta l’Italia è periodica, ma i rilievi sollevati dal Cat sono stati pesanti e hanno impegnato non poco la ventina di funzionari ministeriali che componevano la delegazione di Palazzo Chigi, eccezionalmente folta per questa circostanza. Tra i tanti temi toccati, l’Onu ha insistito particolarmente sui tentativi legislativi delle destre nostrane di abrogare il reato di tortura e di inventare scudi penali; sulla scarsa formazione degli agenti alla prevenzione dei maltrattamenti; sulla mancanza dei codici identificativi; sui pochi dati statistici riguardanti i provvedimenti disciplinari e i procedimenti penali contro le divise accusate di violazione dei diritti umani.
Il Cat ha chiesto poi di depenalizzare il delitto di rivolta in carcere quando configurato con la resistenza passiva; ha voluto i numeri sulla custodia cautelare e sul fermo preventivo senza autorizzazione giurisdizionale; ha stigmatizzato il sovraffollamento crescente anche negli Istituti per minori, i troppi suicidi, le troppe morti e i troppi detenuti con disturbi mentali; ha chiesto conto dell’uso crescente dei metodi coercitivi e violenti da parte della polizia penitenziaria, delle deportazioni, del blocco navale e del contrasto ai giudici che si occupano di immigrazione. E infine ha preteso delucidazioni ulteriori sul caso Almasri, sulla lista dei Paesi considerati sicuri dal governo italiano e sull’esternalizzazione in Albania dei centri per migranti, e ha accusato l’Italia di ostacolare la Corte penale internazionale.
“Una bacchettata del Cat è stata riservata anche al Garante nazionale dei diritti dei detenuti per aver risposto una sola volta alle nostre sette sollecitazioni”, riferisce Antigone. Osservazioni, queste, probabilmente affini a quelle contenute nell’ultimo rapporto del Cpt del Consiglio d’Europa trasmesso un mese fa al ministero di via Arenula, il quale però non ha ancora dato l’autorizzazione a pubblicarlo né, come fanno gli altri Paesi Ue, ha attivato la pubblicazione automatica. L’ambasciatore a Ginevra e la delegazione inviata all’84esima sessione del Comitato Onu contro la tortura, in occasione del VII rapporto periodico sull’Italia, hanno risposto ovviamente minimizzando le problematiche e tranquillizzando il consesso internazionale riguardo la supposta ferrea vocazione democratica dei sovranisti italiani.
A cominciare dai ddl che propongono di abrogare il reato di tortura introdotto nell’ordinamento italiano solo nel 2017: “Sono ddl di iniziativa parlamentare e dal 2023 il loro iter è fermo, quindi è probabile che non si arriverà all’abolizione entro la fine della legislatura”, ha spiegato una funzionaria del gabinetto di Nordio.
Sui numeri dei procedimenti penali aperti a carico di presunti torturatori, la rappresentante ministeriale snocciola numeri che non hanno alcun senso in quel contesto, perché si riferiscono al reato commesso da cittadini comuni. Mentre accenna soltanto alle azioni giudiziarie per tortura a carico della polizia penitenziaria, spiegando che i dati sono stati comunicati per iscritto. “Ad oggi ci sono 34 agenti sospesi in connessione a procedimenti per tortura”, si limita a riferire la dirigente segnalando che “la sospensione dura al massimo 5 anni”. Sono invece importanti i numeri che i rappresentanti del governo snocciolano riguardo l’isolamento disciplinare riservato ai detenuti: se nel 2022 questo tipo di sanzioni applicate erano 1657, nel 2025 sono arrivate a 1869 e nei primi tre mesi del 2026 sono già 582.
Per quanto riguarda il sovraffollamento carcerario, è l’ambasciatore a ricordare che il governo Meloni è fermamente convinto del proprio piano di edilizia penitenziaria tramite il quale “realizzerà ben 10 mila posti entro il 2027”. Peccato che nonostante il mega progetto, “la capienza regolamentare dei nostri istituti continua a calare - ricorda Antigone: i posti regolamentari al 31 marzo erano 51.259, 9 in meno del mese scorso, 24 in meno di un anno fa, mentre i posti effettivamente disponibili sono 46.353, 262 in più del mese scorso, ma 460 in meno di un anno fa. Oggi, a fronte di un sovraffollamento medio del 138%, sono 66 gli istituti penitenziari in cui il tasso di affollamento è pari o superiore al 150%, mentre in 8 istituti è superiore al 190%”. Le osservazioni finali del Cat le conosceremo la prossima settimana.











