di Francesca Spasiano
Il Dubbio, 28 agosto 2026
Fino al 1978, quando l’aborto in Italia era ancora illegale, le donne abortivano lo stesso, di nascosto, mettendo a rischio la propria vita. Ora che in Italia morire per scelta è legale solo un po’, cioè non sempre è punibile per chi ti aiuta, le persone scelgono di morire lo stesso. Ma spesso devono andarsene altrove, oppure ci riescono qui, ma ci mettono molto più tempo, passando per tribunali e sofferenze di troppo. Questo non vuol dire che dovremmo abolire ogni divieto, anche se i divieti non aiutano quasi mai. Ma vuol dire che i diritti sono fatti così: spesso si affermano nella società prima che la politica riesca a sancirli. A dimostrarlo sono i casi, le storie di vita vera che anticipano o negano le leggi scritte. Sul fine vita non si è mai riusciti a farne una, ma le regole ormai sono abbastanza chiare: le ha stabilite la Consulta nel 2020 con la sentenza 242 Cappato/Dj Fabo, secondo la quale può richiedere il suicidio assistito il paziente che sia affetto da una patologia irreversibile, che sia in grado di autodeterminarsi, che reputi le proprie sofferenze fisiche e psicologiche intollerabili, che dipenda da “trattamenti di sostegno vitali”.
Da qui non si torna indietro. Anzi, ogni storia è un passettino in avanti verso l’applicazione di questi criteri, che da principi astratti si trasformano in procedure possibili. L’ultimo passetto lo ha fatto Domenico il 25 agosto a Milano: affetto da sclerosi multipla secondariamente progressiva, il 59enne è morto tramite suicidio assistito dopo aver ottenuto l’assistenza del Servizio sanitario regionale lombardo, che ne ha gestito interamente il percorso. Questo significa che l’ASST gli ha fornito il farmaco letale, la strumentazione e il personale necessari. Ma vuol dire anche che Domenico, a differenza di tutti gli altri prima di lui, non è morto a casa sua, ma nella stanza di un ospedale. E il dettaglio non è di poco conto, nella cornice di un dibattito parlamentare che si aggroviglia puntualmente sul nodo della sanità pubblica.
Sul punto ci torniamo tra poco, ma prima bisogna ricordare che il caso di Domenico è anche il primo dopo l’emanazione delle linee guida firmate lo scorso maggio dall’assessore al Welfare Guido Bertolaso, che prevedono un iter di 145 giorni, anche se Domenico ne ha impiegati 290. Dunque la Lombardia non ha una legge sua, come ce l’hanno la Toscana, la Sardegna e l’Emilia Romagna, ma ha una prassi. E presto potrebbe lavorare anche a una norma, quando la proposta di iniziativa popolare dell’Associazione Coscioni tornerà sul tavolo dopo la prima bocciatura nel 2024. Di sicuro, la settimana prossima, ci proverà il Veneto. Che pure tenterà il bis dopo aver affossato l’iniziativa dell’allora governatore Luca Zaia.
Insomma, se fino ad oggi per la maggioranza si è trattato di tenere d’occhio le “Regioni di sinistra”, ora l’incognita del Nord inchioda il centrodestra alla realtà: quanto si potrà ancora rimandare un dossier che procede lo stesso? Difficilmente il Parlamento riuscirà a dotare l’Italia di una norma nazionale entro la legislatura. E chi ha seguito i faticosi lavori svolti negli ultimi due anni al Senato, ormai conosce bene gli ostacoli. Tra cui uno su tutti: chi non vuole una legge, nel centrodestra, non vuole che si affermi l’idea di un diritto a morire. Né l’idea che l’ospedale che cura sia anche l’ospedale che “serve” la morte. È un po’ il tabù che i francesi, che ora una legge ce l’hanno, chiamano “rottura antropologica”, cioè il rischio di arrendersi alla malattia e abbandonare i più fragili alla morte. Come l’hanno superato? Con una forte volontà politica.









