di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 20 gennaio 2023
Applicata la “legge Cartabia”: la 50enne che perseguitava l’ex compagno potrà scontare 1 anno e 8 mesi con la detenzione domiciliare. Potrà uscire solo per psicologo, lavoro e visite alla madre.
Debutta all’Ufficio Gip del Tribunale a Milano, in un processo a una condannata a 1 anno e 8 mesi di reclusione per stalking ai danni di un uomo, la prima applicazione di uno dei capitoli qualificanti la cosiddetta riforma Cartabia della giustizia: le sanzioni sostitutive delle pene detentive brevi. E cioè la possibilità direttamente per il giudice del processo di merito, subito dopo aver emesso la condanna, di sostituire con la semilibertà o la detenzione domiciliare le pene fino a 4 anni; con i lavori di pubblica utilità le pene entro la soglia dei 3 anni; e con la pena pecuniaria i verdetti sotto l’anno. Tutto senza più il beneficio della sospensione condizionale della pena sotto i 2 anni, e solo se il giudice ritenga che queste sanzioni sostitutive contribuiscano alla risocializzazione del condannato e assicurino (attraverso prescrizioni) che non torni a delinquere.
Succede nel processo a una 50enne che era agli arresti domiciliari per avere violato in settembre un divieto di avvicinamento all’uomo perseguitato (dopo la non accettata fine della relazione) con 200 chiamate al giorno, appostamenti sotto casa (che l’uomo si era rassegnato a cambiare) e sotto il luogo di lavoro con tanto di manifesti con scritto “ladro”, danneggiamento dello specchietto dell’auto, e abbordaggi per strada come la volta in cui dalla borsetta le era caduta anche una preoccupante bottiglietta di acido muriatico.
In rito abbreviato (dunque con la riduzione di un terzo) viene condannata a 1 anno e 8 mesi di reclusione, e 7.500 euro di acconto sul futuro risarcimento danni in sede civile. Fin qui tutto normale, e prima della legge Cartabia l’imputata avrebbe atteso le motivazioni; fatto ricorso; atteso l’Appello; fatto di nuovo ricorso; atteso la Cassazione; attesa la messa in esecuzione della condanna (entrando nel mare delle molte decine di migliaia “liberi sospesi” perché condannati a pene sotto i 4 anni che consentono di chiedere l’affidamento in prova ai servizi sociali a Tribunali di Sorveglianza sommersi dai numeri e dunque gravati da tempi biblici); proposto questa istanza ai giudici di Sorveglianza; atteso l’esito; e finalmente iniziato a scontare la pena, ma a distanza ormai di molti anni dal fatto.
In questo caso, invece, iniziando ad applicare la legge Cartabia, e subito dopo aver emesso la condanna richiesta dalla pm Barbara Benzi, la giudice Ezia Maccora ha valutato dagli atti che sulla donna (che con l’avvocato Antonella Calcaterra aveva ad esempio già iniziato a sottoporsi a un programma di sostegno psicologico) si potesse scommettere una sanzione sostitutiva, quale la “detenzione domiciliare” al posto del carcere dei 20 mesi di pena: tutta una serie di prescrizioni da rispettare, il divieto di interagire in qualunque modo con l’uomo, l’obbligo di proseguire la terapia psicologica, la possibilità di lasciare casa tra le 10 e le 19 solo per le esigenze di vita, per andare a lavorare (laddove autorizzata) e per assistere la madre ricoverata.
In generale è chiaro sin d’ora che il nuovo sistema produrrà i voluti effetti di deflazione delle presenze in carcere, di risocializzazione dei condannati e di abbattimento dei tassi di recidiva solo se gli Uepe-Uffici per l’esecuzione penale esterna (ad oggi largamente sguarniti) saranno rafforzati per poter di ogni vicenda processuale predisporre le prescrizioni e i progetti trattamentali. Ma proprio per non gravare ulteriormente in partenza sugli Uepe, si profila determinante il ruolo attivo dei difensori, che, come nel caso della stalker, si facciano carico di anticipare le condizioni valutabili dal giudice.









