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di Salvatore Fani

Ristretti Orizzonti, 16 ottobre 2026

È un periodo che per trovare un po’ di pace mi sono chiuso in me stesso, rinunciando anche a chiamare a casa. Le telefonate mi danno la sensazione di farmi sentire incapace di gestirmi gli affetti e la famiglia. Perché è anche vero che quando in una telefonata ricevo una bella notizia, ne ricevo almeno tre brutte. È un po’ quello che succede a chi come me vive in un contesto difficile. Mi fa sorridere quando in famiglia discutiamo dei nostri problemi, ce ne usciamo spesso dicendo “C’è sempre chi sta peggio”, ora mi fa piangere questa riflessione, mi sembra che la mia famiglia sia stata spazzata via da uno tsunami.

Dopo otto anni di ininterrotta carcerazione, mio fratello è uscito in semilibertà a Madrid. Gli manca poco per finire di scontare la pena, per questo gli hanno concesso un permesso premio di quattro giorni per andare a trovare la famiglia a Napoli.

A casa mia stanno tutti sulle spine, è tanto che non abbracciano mio fratello. Ad aspettarlo ci sono mia mamma, i figli di mia sorella e di mio fratello, e poi c’è mio figlio, che non l’ha mai conosciuto. Mio figlio è il più contento di tutti, io gli parlo sempre di suo zio Antonio perché so che a breve uscirà.

“Vedi Raffaele che quando arriva lo zio si occuperà di te, lui e un gigante buono e ti vuole bene”: gli dico questo perché avverto in mio figlio un senso di insicurezza, dovuto alla mia assenza.

Lui ha bisogno di una figura maschile che gli dia sicurezza.

Io e mio fratello parliamo spesso delle difficolta dei nostri figli e nipoti e siamo stanchi di avergli arrecato delle sofferenze, delle insicurezze e delle assenze, per questo oggi ci sta molto a cuore il loro futuro.

Mio fratello mi chiede se ho bisogno di qualcosa e se può venirmi a trovare.

“Antonio, per me ci sarà tempo, ora a casa hanno bisogno di te. Mio figlio ha bisogno di te.

Anzi un desiderio ce l’ho, ti prego vai a prendere mio figlio a scuola, voglio che Raffaele ti trovi fuori della scuola”.

Il martedì mattina alle 08:20 avevo la videochiamata a casa di mia mamma per salutare mio fratello che alle 12:30 aveva il volo di ritorno per Madrid.

Si apre lo schermo della video e c’era il mio bambino abbracciato a mio fratello, non riesco a dire niente, mio figlio mi dice “Babbo lo sai che lo zio mi è venuto a prendere a scuola?”.

Non avevo mai visto mio figlio così felice, mi sembrava un’altra persona, si abbracciava mio fratello, se lo baciava, lo accarezzava.

Poi ha iniziato a raccontarmi cosa hanno fatto insieme. “Babbo, lo sai che ho dormito qui? Ho dormito tutta la notte abbracciato con lo zio”.

In quel momento ho fatto fatica a trattenere le lacrime, e avrei voluto gridare “Sono io tuo padre”, ma sono stato zitto.

Mi sono sentito colpevole, mi sono sentito inutile.

Mi sentivo responsabile di aver tradito i valori della famiglia.

Mi sono reso conto di quanto mio figlio ha bisogno di me, di quanto gli pesa la mia assenza.

Dopo due settimane mio figlio compiva gli anni, hanno fatto una piccola festa dove mia mamma gli ha dato un regalo da parte mia, e mi sono emozionato quando mia mamma mi ha detto che si stringeva al petto il mio regalo dicendo a tutti “È del mio papà”.

Ma io stavo talmente male che non sono riuscito nemmeno a chiamare.

Mio fratello è ritornato in Spagna, ora si trova in semilibertà e può usare il telefono. Anche mio figlio ha un telefono. Mio fratello mi ha raccontato che trova sempre sul telefono dei cuoricini, dei baci che gli manda mio figlio, gli manda la buonanotte e al mattino trova il buon giorno, gli fa le video e lo presenta a tutti “Vedete, questo è mio zio, è lui che mi è venuto a prendere a scuola”. E io? Forse sto uscendo dalla sua vita? Tutta la sua felicità mi toglie il coraggio di guardarlo negli occhi.

Mi manca il coraggio di pretendere il mio ruolo di padre.

Vorrei gridagli forte “Io sono qua e voglio farti da padre!”.

Ma non lo faccio perché io non posso mandarti i cuoricini, le faccine con i baci, io non posso darti il buongiorno, me non mi puoi presentare ai tuoi amici, io non posso venirti a prendere a scuola.

Raffaele, mi fa troppo male non poterti fare da padre.

In passato questa mia sofferenza si sarebbe trasformata in rabbia. Mi sarei vendicato nell’unico modo che conoscevo per sopravvivere, fare reati.

Oggi ho troppa responsabilità, oggi ho consapevolezza, sono troppo stanco di non riuscire a gestirmi i sentimenti e non saper superare delle paure.

Per la prima volta mi sento come quando da piccolo avevo delle paure e non sapevo come comportarmi. La mia prima paura, e torno indietro di tanti anni, andavo alle elementari e dalla mia classe si vedeva il cortile dove c’era una statua della Madonna ad altezza d’uomo. 

Di notte facevo sempre lo stesso sogno, la Madonna si girava a guardami ma aveva la faccia di un mostro, era arrabbiata con me.

Per anni non ho guardato fuori dalla finestra, non l’ho mai detto a nessuno e non so nemmeno perché lo sto raccontando adesso, ma so che oggi mi sento come allora e non so cosa fare.

Oggi so solo che a volte scrivo, parlo e mi comporto in modo strano, forse sono solo tutto il disastro e la confusione che ho nel mio cervello, non lo so se questo è dovuto al cambiamento, forse in un percorso responsabile e interiore succede che si può andare in confusione prima di trovare la strada giusta, ma sono solo mie riflessioni, non sono sicuro che sia così.

Di sicuro in me tutti vedranno solo il delinquente o il personaggio che mi sono costruito in tanti anni. Un uomo che all’apparenza non si piegherà mai. Ed è in parte vero, ma è anche vero che sono incapace di vivere e sono stato solo tutto il disordine che ho avuto nella testa.  Mi sento in colpa a parlare di mio figlio, forse è solo il mio modo di chiedere aiuto.

A volte mi chiedo; come è possibile che una persona si blocchi su qualcosa che non riesce a superare?

Oggi grazie alla lettura ho scoperto che il nostro cervello ha la capacità di adattarsi, ma anche di rigenerarsi. In carcere il cervello si adatta alla routine che ci blocca la visione più ampia e la volontà di cambiamento, quindi ti stai adattando a un contesto di chiusura fisica e psicologica. Solo con la consapevolezza puoi superare tutto aprendo la mente a nuove esperienze, che ti permettono di rigenerare la mente e superare la difficoltà. Grazie alla lettura oggi posso dire che tutto questo dolore è solo il mio modo di punirmi e quando lo avrò superato potrò continuare questo bellissimo viaggio nella mia mente e forse migliorerò anche il viaggio della vita.