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di Eleonora Martini

Alias - Il Manifesto, 14 dicembre 2024

A Napoli, dall’isola-carcere per minori e giovani adulti: specchio delle mutazioni sociali in atto. “E pistolette so’ giocattule, e cu’ ‘e giocattule se joca”. Lo dice con l’aria sbarazzina, un po’ contrita e un po’ sbruffona, e non sa se con i suoi sedici anni è il caso di preoccuparsi per quell’accusa di detenzione d’armi che lo ha portato da un mese “al gabbio”, o sperare in un giudice clemente che gli faccia riconquistare presto l’agognata libertà. Per fare cosa non è del tutto chiaro, perché di ipotetici progetti futuri ce ne sono al contempo un’infinità e nessuno per ciascuno dei 70 ragazzi che in questo periodo (il trend è abbastanza stabile negli ultimi mesi) sono detenuti, con gradi diversi di restrizione della libertà, nell’Istituto penale per minorenni (Ipm) di Nisida: 35 maggiorenni e 35 minorenni, una decina gli over 21.

A differenza che in altri Ipm, la maggioranza (57) qui proviene dai territori limitrofi, quelli collegati con un sottile istmo all’isola-carcere. Solo 13 sono stranieri, quasi tutti magrebini supportati da un’unica mediatrice culturale arrivata da poche settimane. Ma il “mare fuori”, la maestosa bellezza del luogo, al di là della rappresentazione iconografica dell’isolotto amplificata dalla popolare serie televisiva, probabilmente sfugge completamente ai loro interessi e crucci quotidiani. L’orizzonte di cui si gode dall’”isola delle capre”, secondo l’antica definizione di Omero, non è di alcun aiuto a certi sguardi rannicchiati in se stessi.

Li incontri per strada, durante il turno d’aria, in questo Istituto che somiglia più ad un piccolo villaggio che ad una istituzione totale, seduti sulle panchine insieme agli agenti o agli operatori, come fosse una piazza qualunque di quella Napoli nella quale con tanta facilità è possibile comprare una pistola. “Basta avere i soldi, da 500 euro in su, a seconda dell’arma”, spiegano dall’alto della loro “competenza” che lascia “disorientato” perfino un direttore di lungo corso come Gianluca Guida, a Nisida dal 1996. Un veterano della giustizia minorile che ha vissuto tutta l’evoluzione del sistema, dai tempi in cui non c’era alcuna differenziazione con quello degli adulti fino ai giorni nostri in cui il Dipartimento per i minorenni, divenuto autonomo, comprende anche l’organizzazione delle Comunità. Il sistema è complesso: basti pensare che degli ormai 15 mila minorenni denunciati solo 570 sono i reclusi nei 17 Ipm italiani (altri 4 sarebbero in arrivo, secondo un recente decreto ministeriale). Ed è in crisi, perché alle prese con un’utenza molto diversa dal passato, che sia italiana o straniera.

Specchio sociale - Nisida è uno spaccato. Da un lato i giovani migranti, soprattutto provenienti da istituti stracolmi come il Beccaria di Milano, “ragazzi che spesso per noi sono un grande punto interrogativo: di loro non sappiamo nulla realmente, né la loro vera età, né il vero nome, né la provenienza, né la storia familiare e giudiziaria - se ne rammarica il direttore - e questa opacità permette loro di mantenere una strategia difensiva che non aiuta ad instaurare una relazione sincera con noi educatori, unica e sola base per il trattamento”. E poi ci sono i ragazzi provenienti da Napoli e dalla Campania, “sempre più giovani, sempre più esperti di armi, spesso con un’educazione affettiva e un approccio alla sessualità insano, avviato in rapporti con donne molto più grandi di loro”, chiarisce ancora Gianluca Guida. In poche parole, abituati all’abuso, si potrebbe dedurre.

Uno spaccato che è lo specchio della disgregazione delle famiglie di camorra, della frammentazione dei clan e della conseguente trasformazione del controllo del territorio napoletano e campano. “I ragazzi delle faide di Secondigliano erano criminali veri, più adulti, violenti e anche consapevoli dei loro obiettivi. E quando in istituto creavano problemi, erano problemi seri”, ricostruisce Eleonora Ascione, da 15 anni Comandante della polizia penitenziaria e da 6 a capo degli agenti di Nisida. Oggi invece, sostiene, “sono meno strategici, più impulsivi”. In strada, dove il numero di giovani vittime occupa ultimamente i casi di cronaca locale, e pure dietro le sbarre, dove le scorribande mettono alla prova la capacità di intervento dell’ultima generazione di poliziotti.

Mal d’animo - “Sembra che giri un’epidemia di ansia”, constata con amarezza la Comandante riferendosi al gran numero di agenti assenti per malattia. Dei 92 agenti della pianta organica, a Nisida sarebbero disponibili in 87 ma ben 21 risultano “fuori servizio da lungo tempo per stato ansioso-depressivo e altri motivi”. “Il passaggio di esperienze dagli anziani ai giovani è mancato, negli ultimi 30 anni, a causa di input che non hanno favorito il radicamento delle competenze proprie della giustizia minorile. Perché si è voluto guardare a un modello di polizia penitenziaria adatto agli adulti ma non ai minorenni”, precisa Gianluca Guida che ammette un problema di selezione dei poliziotti: “Se hanno tentato di scegliere gli agenti migliori evidentemente non li hanno trovati, perché chi arriva negli Ipm non è preparato per questo lavoro, non è motivato. Noi - puntualizza il direttore - lavoriamo su una fetta residuale della devianza che richiede di operare con accortezza sulla persona. Lo deve fare il poliziotto come l’operatore”.

Far fare questo lavoro di cesello sulle singole personalità, su ragazzi che in larga parte soffrono l’up and down tipico dei poliassuntori, a Nisida ci sono solo una decina di educatori, un servizio psichiatrico una volta a settimana (anche se, afferma il direttore, “qui abbiamo adottato le buone prassi dell’Emilia Romagna che ha abolito l’uso di psicofarmaci, peraltro poco richiesti dai napoletani che ne stigmatizzano l’assunzione”), e due psicologi per qualche ora al giorno. L’organizzazione dell’istituto, invece, è di tipo “premiale”: appena arrivati i ragazzi vengono collocati al II° Reparto dove le celle sono chiuse e le giornate scadenzate da impegni precisi ineludibili. Poi, “via via che si prende contatto con i propri errori, concediamo spazi di autonomia maggiori in funzione dei processi di responsabilizzazione”. Un modello “previsto dal decreto legislativo 121/2018”, precisa Guida. In un successivo step i giovani passano al III° reparto e poi al I°, con spazi di libertà sempre maggiori, fino al reparto a custodia attenuata dove “si coltivano relazioni di reciproca fiducia”. Scuole, laboratori di ceramica, di cucina e di pasticceria (che produce, tra l’altro, ottimi panettoni acquistati a centinaia anche dalla nazionale italiana di calcio), e il cantiere di restauro con il quale si sta completando il recupero degli splendidi sotterranei dell’area conventuale di origine pre medioevale, sono in linea di massima aperti a tutti e frequentati senza distinzione.

Dopo Caivano - “Il tempo di permanenza media dei ragazzi in istituto è aumentato perché la tipologia di reati commessi è tendenzialmente più grave di qualche anno fa, mentre il numero di ingressi non è molto cresciuto”, sostiene il direttore dal suo particolare osservatorio (mentre a livello nazionale, secondo i dati di Antigone, le presenze sono “aumentate di quasi il 50%”). Gianluca Guida analizza così la trasformazione della criminalità locale e l’impatto che ha avuto su di essa il Decreto Caivano, datato settembre 2023: “Le piazze di spaccio non sono più le stesse di qualche anno fa, da tempo le sostanze si vendono porta a porta e perciò è molto più difficile perseguire gli spacciatori. Sicché in istituto non abbiamo visto grandi effetti del decreto legge, almeno per ora, se non per il fatto che il provvedimento in alcuni casi revoca l’affidamento alle comunità per chi si è macchiato di reati connessi alle droghe con l’uso delle armi”.

Ma il decreto Caivano è intervenuto anche per agevolare il trasferimento dei maggiorenni dall’Ipm al carcere per adulti, almeno questa era l’intenzione governativa sbandierata per assecondare i desiderata di taluni sindacati di polizia penitenziaria. Secondo Guida, invece, il decreto ha reso semmai “più restrittiva la legge con l’introduzione di tre presupposti senza i quali il direttore non può nemmeno richiedere al magistrato il trasferimento del giovane recluso maggiorenne”. Fatto sta che, malgrado qualche rifiuto ricevuto dal tribunale di sorveglianza di Napoli, da Nisida nell’ultimo anno sono stati “trasferiti al carcere per adulti una decina di giovani over 18”, come ammette lo stesso dirigente. “A volte - spiega - siamo costretti a farlo, perché le azioni di alcuni mettono a repentaglio il percorso intrapreso da tutti gli altri”.

Divisa e identità - Eppure la dirigenza di questo Ipm non è ascrivibile al partito dei manettari. Sul reato di rivolta, per esempio, Gianluca Guida tentenna: “Non sono sicuro che lo strumento repressivo sia il più efficace. Come tutti gli adulti, quando non sappiamo trovare altri mezzi alziamo la voce”. E le divise, imposte agli agenti delle carceri minorili da una circolare emessa circa un mese fa dal Dipartimento, non sono viste di buon occhio: “Non sono necessarie”, conviene anche la Comandante Eleonora Ascione: “Il nostro tipo di approccio è basato sull’autorevolezza, non sull’autorità”. E che funzioni lo confermano le operatrici volontarie dell’associazione Orsa maggiore che frequentano Nisida da anni: “La cosa importante è cercare il bambino in questi ragazzi. È facile? No. Ma se trovi il bambino hai fatto tombola”. Che a Napoli è tutto dire.