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di Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 2 ottobre 2026

Barricati per una notte, denunciano mancate cure e scabbia. Benzoni (Azione) chiede che Nordio riferisca alla Camera. Un telefono che in cella non doveva esserci, una diretta su TikTok e alcune decine di detenuti barricati nel secondo reparto giudiziario del carcere Don Bosco di Pisa. Nella notte tra mercoledì e giovedì la protesta è durata ore, mentre fuori dai cancelli si radunavano familiari e amici dei reclusi. All’alba è rientrata. A chiuderla è stata una trattativa condotta dai negoziatori della polizia penitenziaria arrivati da Roma. Almeno quattro detenuti sono stati ritenuti responsabili di aver incitato la rivolta. E potrebbe scattare il nuovo reato di rivolta introdotto dal Governo Meloni.

La scintilla, stando al racconto dei reclusi, risale al giorno prima. La direzione li avrebbe fatti uscire dalle celle per un paio d’ore con la motivazione di una prova di evacuazione. Rientrati, avrebbero trovato dei dispositivi elettronici, probabili microspie, poi mostrati davanti alla telecamera dello smartphone. “Vogliamo il diritto di non essere spiati e di poter parlare liberamente mentre siamo in cella senza avere il timore di essere intercettati”, hanno detto in diretta. Chiedevano di parlare con la direttrice, Alice Lazzarotto. Hanno denunciato anche di essere stati colpiti con i manganelli. Nessuna fonte ufficiale, finora, ha confermato o smentito l’una o l’altra cosa. Se poi quegli apparecchi servivano davvero a un’indagine, si tratterebbe di intercettazioni disposte dall’autorità giudiziaria, che la legge consente anche dentro un istituto di pena.

Dall’altra parte del muro c’era la polizia penitenziaria. Gennarino De Fazio, segretario generale della Uil Fp Polizia penitenziaria, ha riferito di detenuti che avevano versato olio sui pavimenti per impedire agli agenti di entrare. E ha puntato il dito sul cellulare, introdotto e usato in barba ai divieti: “Mentre a Napoli Secondigliano si magnificano i risultati ottenuti con l’impiego di jammer, a Pisa si consumano tumulti in diretta TikTok”.

Quella diretta l’ha seguita anche Nadia Di Rocco, presidente dell’associazione Quei Bravi Ragazzi Family. Ha rivolto loro diversi appelli, perché la situazione non degenerasse. “Ho sentito il dovere di parlare ai detenuti e invitarli a non mettere a rischio la propria vita e quella degli altri”, racconta. Ma quei detenuti, aggiunge, hanno detto cose che non si possono archiviare. Nel corso delle dirette hanno parlato di igiene carente, di visite mediche difficili da ottenere, di farmaci che non arrivano, perfino di casi di scabbia. Sono parole dei detenuti, e la stessa Di Rocco chiede che vengano verificate dalle autorità competenti.

“Se una persona detenuta denuncia di non riuscire ad avere cure, farmaci o condizioni igieniche adeguate non possiamo limitarci ad ascoltare e poi voltare pagina”, dice. Da qui l’appello al ministro della Giustizia: “Ministro Nordio, ascolti ciò che sta accadendo prima che sia troppo tardi”. Sulla scabbia, un riscontro esterno esiste, ed è precedente alla rivolta. Il 18 settembre l’avvocata Laura Antonelli, della Camera penale di Pisa, aveva parlato di detenuti con patologie come la scabbia, raccontando la visita al Don Bosco del 31 agosto. In quella occasione i penalisti avevano contato, dall’inizio dell’anno, 68 atti di autolesionismo e 23 tentati suicidi, con 36 reclusi affetti da problemi psichiatrici e le cimici nei muri.

Il 17 luglio, durante la visita della senatrice Ilaria Cucchi, un ragazzo poco più che diciottenne aveva tentato di togliersi la vita ed era stato salvato dai compagni e dagli agenti. Niente di tutto questo è nuovo. Già nel lontano 2016 Rita Bernardini, uscendo dal Don Bosco, lo aveva descritto come “un carcere letteralmente dimenticato da tutti”, costruito negli anni Trenta e, a suo dire, mai interessato da opere edilizie.

Centodiciotto persone senza un posto - I numeri del Don Bosco li ha messi in fila Marco Dalla Stella, il giornalista che ogni giorno raccoglie le schede di trasparenza del ministero della Giustizia sul sito sovraffollamentocarcerario.it. Al 19 settembre l’istituto aveva 195 posti regolamentari, 10 dei quali inutilizzabili. Restano 185 posti veri per 303 detenuti: 118 persone in più dello spazio che esiste, un sovraffollamento reale del 163,8 per cento. Reale perché il calcolo non si ferma alla capienza scritta sulla carta, ma conta i letti che si possono davvero usare. Il 7 gennaio i reclusi erano 270. Il 10 settembre hanno toccato quota 309. Eppure Pisa non figura tra i casi limite: nella classifica nazionale è al cinquantaseiesimo posto su 190 istituti, e sono 81 le carceri che stanno pari o sopra il 150 per cento. In tutta Italia, sempre al 19 settembre, i detenuti erano 65.933 per 46.298 posti disponibili, con un tasso del 142,4 per cento. Dentro quelle mura le stanze di detenzione sono 153, ma soltanto 28 hanno la doccia. Gli educatori sono quattro. Quattro, per oltre trecento persone, in un istituto dove la Costituzione chiede che la pena tenda alla rieducazione, come ricorda anche Di Rocco. Gli agenti effettivi, aggiornati al 31 agosto, risultano 182 a fronte dei 219 previsti.

Una parte di questa crescita ha un’origine precisa. Il 28 maggio il gip di Firenze Alessandro Moneti ha firmato un decreto di sequestro preventivo per sette sezioni del carcere di Sollicciano, ritenute luoghi di lavoro insalubri tra infiltrazioni d’acqua, muffa e animali infestanti nelle celle, e ha disposto il trasferimento dei reclusi negli istituti indicati dal Dap. I dati di Dalla Stella mostrano l’effetto: Sollicciano è passato dai 628 detenuti del 2 giugno ai 453 del 19 settembre. Una ventina di loro, secondo quanto riferito in estate dalla Camera penale e dalla stampa locale, sono finiti proprio a Pisa.

È lo stesso filo che tira Fabrizio Benzoni, vicecapogruppo di Azione, intervenuto per chiedere un’informativa al ministro. “La scorsa notte è avvenuta l’ennesima rivolta in un carcere italiano, quello di Pisa”, ha detto. “Oltre ad esprimere la solidarietà agli agenti della Polizia Penitenziaria intervenuti, ricordo che quel carcere ha il 150% di sovraffollamento e sta subendo pesanti arrivi dalla casa circondariale di Sollicciano che ha ricevuto una sentenza di chiusura di parte dei padiglioni”. Il deputato ricorda le rivolte e le aggressioni agli agenti dell’estate, la mancanza di formazione e lavoro, e i 10 mila posti promessi dal governo “da quattro anni” senza che se ne veda “nessuno attuato”. Per questo chiede “l’ennesima informativa urgente al ministro Nordio”, perché il Guardasigilli “deve affrontare una discussione con il Parlamento sulla difficile situazione degli istituti penitenziari italiani”. Il provvedimento fiorentino, per la precisione, non è una sentenza ma un sequestro.

E il sovraffollamento reale del Don Bosco supera il 150 per cento citato in aula. Resta un paradosso che i fatti rendono evidente. Dal 2025 il codice penale prevede, con l’articolo 415 bis introdotto dal decreto sicurezza, il reato di rivolta in istituto penitenziario, punibile anche quando si traduce in sola resistenza passiva agli ordini. I detenuti che hanno occupato il piano potrebbe vederselo contestare. Chi è stato tolto dalle celle che un giudice ha ritenuto insalubri a Sollicciano, invece, è stato spostato qualche decina di chilometri più in là, in un carcere che era già pieno oltre ogni misura. Il problema non è stato risolto, ha solo cambiato indirizzo. E resta il fatto che, tramite una diretta, seppur illegale, tutte queste criticità sono riemerse. E non saranno risolte da nessun codice penale iper punitivo.