di Ornella Favero (direttrice di Ristretti Orizzonti)
Ristretti Orizzonti, 24 aprile 2015
Quello che vorrei chiedere alle Istituzioni, col cuore in mano.
Dirigo un giornale complesso, realizzato da detenuti e volontari, e occupandomi da quasi vent'anni di questioni che hanno a che fare con le pene e il carcere credo di essere una persona competente in materia e in grado di fare osservazioni degne di attenzione.
Faccio la giornalista, e anche se nessuno mi paga per fare un giornale in carcere ritengo di avere il diritto di fare il mio mestiere da volontaria e di informare su quello che fa la Pubblica Amministrazione nelle carceri, segnalare quello che non funziona, chiedere spiegazioni quando qualcosa non va. Se poi mi dimostrano che mi sono sbagliata, non ho difficoltà ad ammetterlo: se uno fa le cose seriamente, sa di poter fare anche degli errori. Ma quello che non ritengo sia un errore è che io faccio il mio lavoro anche con il cuore, e non perché sono una VOLONTARIA, ma perché non credo che si possa fare nessun lavoro solo con la testa quando si ha a che fare con gli esseri umani, e in questo caso con esseri umani che vivono senza libertà.
Quasi vent'anni di galera, vissuti non da persona detenuta certo, ma a stretto contatto con la sofferenza, non mi hanno ancora abituato alla poca umanità di questi luoghi. Qualche mattina fa sono arrivata in carcere per un incontro con una scuola, e mi hanno detto che Giuseppe Zagari, detenuto in Alta Sicurezza, ma anche redattore di Ristretti, non c'era più: trasferito, nonostante il "congelamento" dei trasferimenti operato in questi giorni dall'Amministrazione per "rivedere le posizioni di tutti i detenuti" in vista di una possibile declassificazione dopo le sollecitazioni di tanti, fra cui il nostro giornale.
So quello che mi diranno le Istituzioni: che Giuseppe sei anni fa ha tentato una evasione da Palmi e ha pure usato un'arma e sparato alle gambe dei poliziotti, che Giuseppe è indegno di una declassificazione. Può darsi. Io però so anche che, dopo anni di carceri poco a misura d'uomo, da Palmi a Nuoro, Reggio Calabria, Cosenza, Messina, Cagliari, Rebibbia, Poggioreale, Spoleto, Livorno, Voghera e altre ancora..., da quando quasi cinque anni fa Giuseppe è arrivato a Padova è uno dei pochi che ha cominciato a parlare delle sue responsabilità anche in pubblico e davanti a centinaia di studenti, e l'ha fatto con imbarazzo e pudore, dicendo che di fronte a certe domande avrebbe preferito sprofondare per non rispondere, e invece ha risposto, con vergogna, con responsabilità, con onestà. Nella sua richiesta di declassificazione ha scritto: "Per vent'anni non mi ero mai chiesto se le mie azioni fossero sbagliate, anzi perseveravo nel sentirmi più vittima che carnefice, per me la vendetta giustificava le mie azioni (...) Forse lo scrivente non merita di essere declassificato e con tutta sincerità, se non fosse che la sezione deve essere chiusa, non avrei neppure chiesto tale privilegio, non per arroganza, ma per consapevolezza". Mi domando allora in quei vent'anni in cosa è consistita la sua rieducazione? E soprattutto che cosa nelle sezioni di Alta Sicurezza è stato fatto per farlo riflettere e cambiare, prima che arrivasse a Padova?
Alle Istituzioni voglio solo fare qualche domanda, e però credo che dovrebbero rispondere, che sia parte delle loro funzioni, del loro ruolo rispondere ai cittadini che chiedono loro come fanno il loro lavoro:
- Negli ultimi due o tre anni, su sollecitazione dell'Europa, in Italia si è cominciato a parlare sempre più di frequente di "umanizzazione delle pene". Ma questa vicenda della chiusura delle sezioni di Alta Sicurezza di Padova è lontana da questa "umanizzazione". Qualcuno ha parlato con le persone detenute, ha pensato alle loro famiglie, si è ricordato che chi è trasferito, per esempio, da Padova a Parma parte da un luogo abbastanza umano, da un carcere dove si possono riallacciare i rapporti con le famiglie e essere impegnati in attività significative, per finire di nuovo in un carcere duro e poco "rieducativo"?
- Quando un paio di anni fa fu sollevato il piccolo "scandalo" del ministro Cancellieri che aveva in qualche modo "aiutato" una detenuta eccellente, la figlia di Ligresti, molti funzionari del DAP hanno affermato che il Ministro si occupava personalmente di centinaia di detenuti che le venivano segnalati da loro. Noi di Ristretti non ci siamo scandalizzati, né avventati contro un ministro in fondo più capace e competente di altri, abbiamo chiesto però che cominciassero a esserci per tutti quell'umanità e quell'attenzione che c'erano stati per la Ligresti. Allora si parlò addirittura di istituire una linea speciale di ascolto per i famigliari dei detenuti, e di segnalazione di persone detenute in stato di particolare difficoltà. È successo qualcosa? È successo che l'umanità fatica a farsi largo, e invece bisogna che un trattamento più umano riguardi tutti, anche le persone detenute nei circuiti di Alta Sicurezza, che dopo anni di permanenza in queste sezioni possono forse essere non trasferite in carceri decisamente peggiori, ma DECLASSIFICATE. Che poi non significa metterle in libertà, non significa regalargli chissà quali privilegi, significa solo trattarle un po' più da persone e un po' meno da merci da scaricare da un carcere all'altro. O pedine da spostare su una scacchiera per rendere più funzionali quei circuiti, nati nell'emergenza e fatti per durare il tempo dell'emergenza, e dilatati invece all'infinito come succede per tutte le emergenze nel nostro Paese.
- La figlia di un detenuto in Alta Sicurezza a rischio di essere trasferito a Opera, mi ha chiesto "Ma la declassificazione che cosa ci cambia, a noi famigliari?". Ecco, fatico a spiegare che cosa cambia a Padova, perché bene o male chi sta in Alta Sicurezza non è tagliato fuori dal mondo, ma oggi che stanno smantellando Padova mi viene da dire che è tutto molto chiaro: essere declassificati a detenuti "comuni" significa rischiare meno di essere trasferiti, significa non finire in carceri con circuiti di Alta Sicurezza che sono il deserto, come la maggior parte di queste sezioni, significa poter lavorare fuori dalla sezione, incontrare la società che entra, come le migliaia di studenti con cui la redazione di Ristretti si confronta ogni anno, significa cominciare a perdere quella etichetta di "mafiosi" e basta e a sentirsi persone. Sono cose da poco, potrebbe dire qualche funzionario, ma sono anche cose importanti, e lo testimoniano tanti famigliari disperati di dover seguire i loro cari a Parma, a Sulmona, a Opera, e dover tornare alle vecchie regole delle sezioni solo punitive.
- In queste richieste di declassificazione, è giusto e importante anche salvaguardare i percorsi delle persone, che non possono trovare in altre carceri quello che hanno trovato a Padova, perché Padova è un'Alta Sicurezza dove è possibile davvero per le persone crescere, costruire relazioni, uscire dalle logiche del passato. Mi piace allora in tal senso sottolineare l'esperienza di Ristretti Orizzonti, perché si può lavorare e fare teatro senza parlare troppo del proprio passato, ma a Ristretti è impossibile non affrontare il tema della responsabilità e del rapporto con le vittime e non cominciare a prendere le distanze da certi ambienti.
- Una domanda su tutte la vorrei fare all'Amministrazione: se vogliamo che le persone si stacchino davvero dalla "cultura" delle associazioni criminali a cui appartenevano, non è che dobbiamo anche tirarle fuori da quelle sezioni, dove uno ha per forza lo status di "delinquente tutto d'un pezzo", e cominciare a vedere queste persone dentro a contesti di relazioni "normali" e dignitose, per quel tanto di normalità e dignità che può e deve esserci in un carcere?
Poiché comunque ogni esperienza, anche negativa, ci aiuta a capire e a crescere, vorrei che da questa vicenda si cominciasse tutti insieme a lavorare su questo tema: "Durata della permanenza nei circuiti di Alta Sicurezza, percorsi di rieducazione, declassificazioni".









