di Desi Bruno, Maria Grazia Tufariello, Stefania Pettinacci, Giuseppe Cherubino*
Ristretti Orizzonti, 5 agosto 2026
Chi pensava che dopo Garlasco avremmo avuto una pausa nella celebrazione di processi mediatici paralleli, in concorrenza tra emittenti tv e i vari social media, si sbagliava. Abbiamo assistito al processo di revisione mediatico-politico subito dopo la sentenza irrevocabile a carico di Mario Roggero invece che aprire un dibattito serio sulle pene espiate in carcere,in particolare in relazione all’età, la peculiarità della vicenda e l’assenza di pericolosità sociale ( e nel caso di specie forse anche scelte processuali diverse che avrebbero potuto ridurre verosimilmente una pena, che di fatto equivale ad un ergastolo per un uomo di 72 anni) ; un processo mediatico che ha dapprima introdotto la nuova figura della “revisione extraprocessuale” e poi quello della “grazia mediatica”, con la conseguenza di svilire un delicato meccanismo affidato dalla legge al solo presidente della Repubblica e, come se non bastasse, delegato alla estemporanea raccolta di firme nonché, per concludere la carrellata di pseudo rimedi, una inutile e pericolosa proposta di riforma della legittima difesa.
Insomma, i codici servono nella misura in cui soddisfano altre esigenze, soprattutto di ordine politico-elettorale, senza curarsi delle conseguenze di quel ne deriva sul piano del rispetto del principio di uguaglianza davanti alla legge, e della certezza delle regole che vanno rispettate, finché ci sono.
Nel frattempo, anche la tragica vicenda di Abderrahim Fakir, morto a Bologna a seguito di un intervento della polizia, ha già conosciuto plurime sentenze, sia di assoluzione che di condanna, da parte di coloro che sono intervenuti, Croce Rossa compresa. Si è scatenata una violenza di piazza incomprensibile, favorita da una lungimiranza di taluna politica, forse discutibile, che ha decretato: trattasi di omicidio di Stato. Può darsi, ma al momento sappiamo poco e quel poco è già più di quello che dovremmo sapere. Questa vicenda ha assunto toni inaccettabili, mentre altri fatti, come per esempio la morte del giornalista bruciato vivo, Luca Esposito, da un tunisino irregolare, non ha destato particolare interesse.
Ed il tema è questo. L’Italia ha recepito la Direttiva UE 2016/343 con Dlgs 188/2021 che rafforza il divieto per le pubbliche autorità di indicare l’indagato o l’imputato come colpevole quando la responsabilità non è accertata con sentenza passata in giudicato. Ma se questa attribuzione di colpevolezza diventa sentenza, con tanto di motivazione inappellabile, da parte di politici, giornalisti, ex magistrati, e persino alle battute iniziali di un procedimento, come si può arginare questa deriva?
Quale serenità si garantisce al giudice terzo, di cui oggi i detrattori del sì al referendum sembrano dubitare, se si sprecano comunicati del tutto inutili sulla necessità che la magistratura sia lasciata libera di operare? Il che appare oltre l’ovvio e, come tale, è affermazione superflua.
Del pari, l’avvocatura tutta, nella sua veste di sentinella dei diritti e delle garanzie del giusto processo, dovrà continuare a mantenere alta la guardia per dire basta a questa “ prassi in divenire”, di celebrare i processi fuori dalle aule di giustizia, caratterizzata da uno stile comunicativo fatto di slogan e luoghi comuni che, da un lato, alimenta pulsioni di qualsivoglia natura ed esalta la giustizia “fai da te” e dall’altra evoca la convinzione dell’esistenza di un clima para- militare .
E’ pertanto auspicabile, quanto necessario, ribadire con forza in ogni sede, dalle piazze ai social media, i principi del giusto processo, della presunzione di non colpevolezza nonchè della tutela di riservatezza e della reputazione delle persone indagate e imputate, nell’alveo delle garanzie costituzionali e nel pieno rispetto dell’ordinamento giuridico interno e sovranazionale.
*Avvocati penalisti del Foro di Bologna










