di Gianluca Nicoletti
La Stampa, 23 agosto 2022
Quando in un Paese qualcuno comincia a indire crociate contro la “devianza” dovrebbe scattare un segnale d’allarme. Sarà forse perché a ogni elenco di devianti si accompagna sempre quel sentore di putridume che precede ogni gloriosa proclamazione della porzione eletta dell’umanità. Per questo ogni persona di buon senso ha per un attimo la tentazione di prepararsi a fare la valigia. Non solo perché chi si senta dalla parte del giusto sia obbligato a dire “viva i devianti”, piuttosto per timore che alla fine in ognuno di noi (e nelle persone a noi care) potrebbe essere scoperto il “segno” del deviante. Esattamente come gli inquisitori scovavano nelle streghe il segno del demonio.
Non è un’esagerazione, ognuno dovrebbe cominciare a riflettere su quanto potrebbe anche lui essere personalmente coinvolto in un possibile censimento dei devianti. Si dirà che m’importa, non bevo non mi drogo, non ho disturbi alimentari, non sono obeso, non passo le giornate chiuso in camera davanti a un computer. Alla fine sono fatti che non mi riguardano. È la scrollata di spalle di chi evita di essere sincero con se stesso, già nel primo elenco superficiale e raffazzonato di “devianze”, su cui si discute da ieri, è dissimulata la volontà di separare modi d’essere giudicati “malati”, dalla parte presunta sana della popolazione. Non basti dire che tutto ciò che richieda un intervento clinico sia patologico, quindi non c’è nulla di scandaloso nel classificare una serie di comportamenti “malati”.
È la scusa vigliacca che mi sono sentito opporre tutte le volte che me la sono pubblicamente presa con illustri maestri di pensiero, di ogni orientamento ideologico, che usavano categorie della neuro divergenza per insultare i loro antagonisti. Anche allora mi veniva indicata la voce dell’enciclopedia Treccani che definiva “autismo” o “mongolismo”, dicendomi con stizza: sono termini medici, basta con questa mania del politicamente corretto! Nessuno si poneva il problema che intere famiglie di persone in quello spettro venivano mortificate e caricate di uno stigma, solo per l’uso disinvolto della definizione di uno stato usato a guisa d’insulto.
È la leggerezza nell’accettare gradualmente come possibili le nette separazioni, tra gente sana e gente deviata, che a me fa paura. L’insistere apparentemente neutrale su un problema di “integrità”, è il lasciapassare a una società sempre più spietata verso la sua parte più fragile.
Nell’approssimazione con cui si definisce il “male” su cui intervenire, sembra quasi esserci un calcolo molto sottile. Il tossico o l’alcolista non è razionalmente categorizzabile con chi abbia un disturbo alimentare, eppure se messi tutti insieme nel calderone dei devianti possono rendere lecito che, in quel bollitore di umanità che fugge da uno standard aureo e definito, possano prima o poi entrarci anche i matti, i malati cronici, i disabili.
Fino a sconfinare senza fatica ai dissidenti, ai reprobi, agli empi, ai peccatori tutti. Puntare al consenso appellandosi a una parte della società da salvaguardare è la peggiore menzogna di ogni passato arruffapopoli. Sarebbe veramente di sollievo se lo scontro politico avvenisse su campi meno logorati dall’abuso, almeno per ciò che riguarda il proclamarsi, con uguale inconsistenza, difensori degli “eletti” come pure protettori (di maniera) dei reietti.









