di Giancarlo Visitilli
Corriere del Mezzogiorno, 20 settembre 2025
Non solo perché la generazione da cui provengo mi ha insegnato il dissenso, ma conoscendo un po’ gli adolescenti e le loro disobbedienze quotidiane, protrattesi nel tempo, fa strano la continua e silenziosa obbedienza degli studenti (e degli insegnanti) a scuola. Pensavo che l’ennesimo divieto, quello dei cellulari, li avrebbe indignati. Manco ciò li ha smossi, un po’ perché nella maggior parte dei casi consegnano cellulari morti e senza scheda, avendo una collezione negli zaini e nelle tasche, pronti contro la proibizione. La psicologia, la psichiatria, la pedagogia narrano continuamente del disagio giovanile, ma con l’ennesimo divieto dall’alto, vige quello che ha sostenuto a chiare lettere Marco, 17 anni, istituto tecnico: “Noi obbediamo perché ci prendiamo a paura delle sospensioni e della bocciatura, da scuola ce ne vogliamo andare prima possibile”. Emblematico ciò che dice Marco, ma anche Lusilla, liceale classica: “obbedire, lasciare i cellulari per poche ore, poi siamo liberi di fare quello che vogliamo.
La scuola ormai è peggio di una caserma o di un collegio, fra state zitti, non vi muovete, guardate che vi guardiamo con il registro elettronico”, “siamo più controllati dei detenuti, anzi in carcere il cellulare i detenuti ce l’hanno, di nascosto, ma ce l’hanno”, ha continuato Alessio, liceale scientifico. La scuola della normalizzazione, dell’esclusione del difforme, per cui abbiamo “scienziati” politici con proposte di leggi contro la diversità di genere, sostenitori della “teoria gender”.
Non si educa più, si obbedisce e basta. Assistiamo sempre più alla militarizzazione degli spazi pubblici e anche della scuola, fra imposizioni, controlli elettronici e non, compreso l’annientamento di qualsiasi forma di dissenso. I ragazzi a scuola hanno paura: paura della nota, delle sospensioni, di perdere l’anno, paura della Valutazione, il dio della scuola-caserma-azienda, e agiscono come soldati. Obbediscono. E con loro i docenti, come negli eserciti dei potenti. Non c’è nessuno che dissente, si indigna, perché si ha paura.
Ci si conforma, la formazione è diventata conformazione. “La scuola è spazio di dialogo, confronto, sperimentazione, spazio critico, piattaforma di idee e costruzione del futuro - sostiene Daniela Dato, docente di Pedagogia generale a Foggia - credo che la politica dei divieti possa anche portare a risultati pratici ma non costruire teste ben fatte e identità responsabili capaci di agire poi proattivamente nella vita. Non so esattamente come insegnanti genitori e studenti stiano recependo tale indicazione. Mi giungono voci contrastanti. So solo cosa desidero, per i miei figli e tutti noi: che al rientro a scuola si sia dedicato del tempo a leggere, a capire, a interrogarsi sui pro e i contro di questa iniziativa del ministero”.
E lo ammette questa scienziata dell’educazione: “Mi piace pensare anche che qualcuno abbia avuto il coraggio di dissentire con rispetto e pensiero critico e che gli insegnanti abbiano ascoltato e promosso la discussione”. Era Freire che invitava ad accettare e accogliere la ‘giusta collera’, “che non è protesta violenta o devianza, ma coraggio delle proprie idee. Le regole non possono essere solo imposte ma devono essere parte attiva di un patto educativo più complesso e profondo”.











