di Roberto Maggioni
Il Manifesto, 25 novembre 2025
Fiaccolata ieri sera per ricordarlo: il corteo ha raggiungo il luogo dello schianto dopo l’inseguimento da parte dell’auto dei carabinieri. Un anno fa il Corvetto si risvegliava con i segni di una rivolta. Dalle periferie di Milano gruppi di giovani si erano dati appuntamento per chiedere giustizia per un ragazzo come loro, morto al termine di un inseguimento dei carabinieri. Chiedevano di non insabbiare quel caso e di non bollare quel ragazzo come un “maranza”, un ladro, un balordo. Quel ragazzo di chiamava Ramy Elgaml, aveva 19 anni, era un giovane lavoratore del Corvetto di Milano. In quelle ore i giornali stavano liquidando il caso come uno dei tanti di cronaca finiti male, la rivolta del Corvetto e la reazione composta dei genitori di Ramy cambiarono il corso degli eventi e la narrazione di quei fatti.
Il caso divenne nazionale e l’attenzione sociale e mediatica portò la procura ad aprire le indagini. A un anno da quella tragica notte però il processo è ancora lontano, le indagini rischiano di finire archiviate, verità e giustizia per Ramy è ancora solo una scritta sui muri delle città. “Si sono schiantati da soli contro un palo del semaforo” era la vulgata in quelle ore. In quell’angolo di strada tra via Quaranta e via Ripamonti però c’erano alcuni testimoni che da subito agli amici di Ramy avevano raccontato un’altra storia. L’auto dei carabinieri, alla fine i un inseguimento lungo 24 minuti e 8 chilometri, secondo quei testimoni aveva spinto la moto sulla quale viaggiava Ramy contro il marciapiede e il semaforo. Erano le 4 di notte del 24 novembre 2024 quando lo scooter T-Max guidato da Fares Bouzidi, l’amico di Ramy alla guida della moto, finiva a terra.
Fares uscirà dall’ospedale dieci giorni dopo, Ramy Elgaml verrà dichiarato morto alle 4:58 di quella notte a causa di una lesione dell’aorta. Gli indagati per concorso di colpa in omicidio stradale sono Fares Bouzidi e Antonio Lenoci, il militare di 37 anni che guidava l’auto dei carabinieri. Le indagini preliminari si sono chiuse lo scorso luglio, ma c’è ancora molta incertezza e una battaglia di perizie e contro-perizie sulla dinamica dell’incidente. La procura non ha ancora chiesto il rinvio a giudizio. Il punto centrale dell’inchiesta è stabilire se al termine dell’inseguimento l’auto dei carabinieri abbia urtato lo scooter causandone la caduta, oppure no.
C’è poi una seconda inchiesta avviata per falso in atto pubblico e depistaggio e che vede indagati quattro carabinieri, accusati di aver cancellato dal telefono di un testimone le immagini che ritraevano il momento dello schianto e aver sostanzialmente depistato l’inizio delle indagini. Le perizie avrebbero accertato che ci sarebbero tracce di filmati cancellati nello smartphone del testimone. Ramy era figlio di questa città che fatica a considerare suoi figli i ragazzi come Ramy: le seconde generazioni proletarie che abitano le periferie. Ieri alla fiaccolata con la famiglia c’erano alcune centinaia di persone, la famiglia, gli amici, i giovani che la stampa etichetta come maranza, i centri sociali, alcuni politici del centrosinistra. Non c’era il sindaco Sala, assente nonostante il papà di Ramy gli avesse chiesto di partecipare.
Ieri sera la fiaccolata per ricordarlo con un corteo diretto al luogo dello schianto: il padre era in testa alla manifestazione con il presidente della comunità egiziana di Milano, Aly Harhash. Nelle prime file sono stati esposti alcuni cartelloni con le foto del giovane, su uno la scritta “Ramy vive”.










