di Cecilia Ferrara e Angela Gennaro
Il Domani, 28 luglio 2025
Storie dei minori arrivati da soli in Italia dal Mediterraneo e passati dai centri di prima accoglienza. Fuggono appena possono. Iniziano così un calvario tra sostanze pesanti, spaccio e asservimento ai clan. Barak non ne può più, picchiato e abusato dal padre in un villaggio in Tunisia. A 11 anni non ha amici, a scuola ci va poco o nulla: la sua vita sono lavoro e botte. Ha una rabbia dentro che non sa controllare. E allora scappa, va a Tunisi e lì per strada trova altri ragazzini, stessa rabbia e stessa fame. “Vieni in Italia che ti troviamo lavoro noi”, gli dice a un certo punto una voce. A 11 anni Barak (nome di fantasia a sua tutela) non ha già più niente da perdere: prende la barca insieme ad altri adulti e bambini e arriva in Sicilia nell’agosto del 2023, un mese prima di compiere 12 anni.
È così piccolo che non entra nel circuito minori stranieri ma in quello per la tutela dei minori tout court. Ma Barak scappa anche da lì. Riappare a Firenze dove incontra Mario Landi, neuropsichiatra infantile, direttore dell’Unità Funzionale Complessa Salute Mentale Infanzia e Adolescenza di Firenze. “All’inizio eravamo riusciti a fare con lui un lavoro importante”, racconta il professore. “Era in un centro di tutela per minorenni sotto i 14 anni ed era diventato ‘il braccio destro’ dell’educatrice: parlava benissimo italiano e si stava integrando”.
Ma giunto il momento di trasferirsi in un centro di seconda accoglienza Barak non regge e scappa. Ancora. “Sappiamo che si è inserito in circuiti criminali. Dopo un po’ è riapparso a Firenze, ma totalmente regredito a un comportamento anti sociale e aggressivo. A un certo punto ha attaccato un’operatrice e, sicuramente per il senso di colpa, è fuggito di nuovo”.
Le ultime notizie lo danno a Milano, probabilmente sfruttato per spaccio o microcriminalità: a settembre compirà 14 anni e diventerà imputabile. Gli operatori e operatrici di Firenze hanno provato a chiamare la madre: “Diciamo che sapeva benissimo che il figlio era problematico e ci ha fatto capire che ce lo ‘mollava’ volentieri”.
Non è un caso isolato: famiglie che coscientemente mandano bambini con problemi in Italia. “Del resto in Tunisia la sua unica fine sarebbe stata il carcere”, chiosa Landi. Nè è l’unico paese di provenienza per questi ‘casi’: “Nell’ultimo decennio abbiamo visto un flusso analogo dall’Egitto: ci si ‘libera’ a volte di bambini e ragazzi con problematiche che non si sanno gestire”, dice Vincenzo Guidetti, docente di Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’Adolescenza all’Università La Sapienza di Roma.
E ricorre sempre più spesso una parola che finora non veniva usata per la migrazione dei minori: tratta. “Vengono portati a Firenze da una criminalità organizzata e immediatamente integrati nel circuito criminale”, spiega un operatore che vuole rimanere anonimo. “Quel che siamo riusciti a capire sul campo, senza mezzi e con un po’ di competenze, è che a volte i ragazzi con precedenti, principalmente di Tunisia e Marocco, vengono invitati caldamente a venire in Italia”. L’esca? “Vieni, tanto nel tuo paese non ci puoi più stare, se ti fermano un’altra volta finisci in galera, mentre in Italia ti troviamo lavoro noi”.
Il “lavoro” criminale, lo spaccio o altre attività, frutta di più e diventa “concorrenziale” rispetto all’offerta dell’accoglienza, dove “ci sono tappe da seguire ed è difficilissimo lavorare prima dei 18 anni”, dice Luca Scopetti, referente anti-tratta e assistente sociale della cooperativa Parsec di Roma. Mentre i 50 euro in palio per effettuare la consegna di uno zaino da un punto all’altro della città fanno gola - e il pagamento spesso è anche in vestiti e scarpe nuove: uno status symbol per ragazzi che non sono altro che adolescenti. “Solo i giovani musulmani, molto religiosi, non cadono in tentazione”.
“È stato arrestato per spaccio”, raccontano Laura e Carlo, due tutori che a Firenze seguono un ragazzo tunisino in messa alla prova. “Lo hanno messo in una comunità a Terni, ma appena può torna a Firenze: si vede che qui ha un giro. Questi ragazzi di strada vengono dagli stessi quartieri: lui in carcere ha trovato amici che conosceva già in Tunisia”.
L’Anci, associazione nazionale dei comuni, registra il rientro dell’emergenza dell’accoglienza per minorenni stranieri non accompagnati: il numero di presenze è stabilmente al di sotto delle 20mila unità (16.556 al 31 maggio), l’affanno per l’accoglienza - vera e propria “crisi” tra politica ed enti locali solo due estati fa - è diminuito. Il problema ora è “una maggiore complessità della presa in carico”.
I minori che arrivano sono più fragili dal punto di vista psico-sociale e sempre più spesso coinvolti in reti di tratta e sfruttamento. “Appaiono in significativa crescita episodi che espongono i minori soli a rischi di sfruttamento, tratta, violenza o coinvolgimento in percorsi di criminalità con ricadute sulla sicurezza” loro, dei loro coetanei “e in alcuni casi anche sulle condizioni di sicurezza e benessere dei territori in cui sono accolti, soprattutto nelle medie e grandi città”, dice l’Anci.
A Firenze “ci sono i minori male accompagnati, usati dalla criminalità perché in caso di condanna subiscono pene più lievi”, aggiunge Salvatore Calleri della Fondazione Caponnetto che da tempo denuncia l’aumento del fenomeno mafioso straniero. Il rischio sarebbe anche quello dell’arrivo della famigerata moccro-mafia (mafia marocchina) che in Olanda e Belgio domina lo spaccio di stupefacenti.
A Roma il fenomeno è gestito direttamente dalla ‘mala’ locale ma con effetti molto visibili sul territorio, tanto da spingere il governo guidato da Giorgia Meloni a portare il ‘modello Caivano’ in uno dei quartieri più ‘caldi’: il Quarticciolo. Un simbolo anche per la lotta dei comitati locali, che, sotto la sigla “Quarticciolo ribelle”, da anni fanno da supplente allo Stato con un ambulatorio di quartiere, la palestra popolare e il dopo scuola. “Lo spaccio di cocaina si è spostato su Telegram e per strada è arrivato il crack”, racconta un attivista.
“Un tipo di droga per consumatori più marginali, che restano in zona e con un ‘craving’ (desiderio incontenibile di assumere una sostanza, ndr) così veloce e potente da farli diventare violenti. La prima settimana hanno un aspetto normale. La seconda barcollano e la terza sono zombie”. Ma soprattutto sono cambiati gli spacciatori, gli ultimi anelli della catena: ora ci sono molti minorenni o neo maggiorenni del Maghreb. “C’è chi dice che il passaparola sul Quarticciolo arriva addirittura da Lampedusa”, chiosa sempre lo stesso attivista. Il problema è soprattutto di relazione con il territorio. “Con gli spacciatori locali si riusciva a fare mediazione: qualche parente in comune, qualcuno andato a scuola con qualcun altro lo si trovava sempre. Questi ragazzi invece arrivano, restano poche settimane e se ne vanno”.
Stazionano in gruppi da 10/15 su una via interna - e solo il fatto di essere gruppo intimidisce. “Chi comanda non è cambiato”, ma usare ragazzi stranieri costa molto meno: Non devi pagare la difesa legale se vanno in carcere né mantenere la famiglia. Prendono un decimo rispetto a un italiano e dopo due mesi se ne vanno. I ragazzi non usano tanto il crack ma gli psicofarmaci che ormai vengono venduti in piazza assieme al resto.
Anche a Roma dilagano Rivotril e Lyrica. Non solo tra i minori ma tra tutte le persone in strada, racconta chi lavora sul campo. Roba economica, di facile reperimento e con effetto immediato che risponde ai bisogni dei ragazzi, presa insieme ad alcol e altre sostanze. Come si trova? L’ipotesi è di persone psichiatriche e senza fissa dimora che riescono a reperirne in quantità cospicua. Lyrica, in particolare, è un medicinale con svariati usi, anche per i dolori cronici, quindi ancora più semplice da reperire. Sul fatto che la dipendenza parta già da prima del viaggio non ci sono certezze, ma il sospetto, in particolare sulla rotta balcanica, che siano i trafficanti stessi a somministrare psicofarmaci per velocizzare e attutire dolori e paure.
D’altro canto quella è una rotta in cui capita di essere percossi, e tanto, dalle forze dell’ordine. Né in Italia c’è una presa in carico di queste dipendenze: un po’ per lo stigma, un po’ perché sono ancora più difficili da riconoscere e manca la consapevolezza dei ragazzi, visto che non si tratta di droghe riconosciute. “Lyrica e Rivotril”, confermano dalle unità di strada della cooperativa Cat di Firenze. “Troviamo i blister per terra, nelle zone di spaccio”. Non sono classificati in maniera differenziata nei sequestri degli psicofarmaci quindi non si trovano nei report della polizia e della Dcsa (Direzione centrale dei servizi antidroga), ma scorrendo i titoli dei quotidiani locali i casi più frequenti di sequestri avvengono a Genova, in Veneto e ora anche in Emilia Romagna.
Resta per il momento ancora un fenomeno sottotraccia. “A molti ragazzi danno questi psicofarmaci per il viaggio. O in alcuni casi è più accettabile della droga classica”. Anna Paola Lacatena è dirigente del Dipartimento Dipendenze patologiche della Asl di Taranto, ma anche giornalista e sociologa e ha lavorato sul traffico degli psicofarmaci in Africa. La Libia è un hub, Marocco, Tunisia ed Egitto il mercato. E in Italia? Una pasticca di Rivotril da 2 milligrammi è il dosaggio più alto: si può trovare a 50 centesimi, un euro sul mercato nero. “Il nome generico è clonazepan, una benzodiazepina normalmente usata per curare crisi epilettiche ma che ha anche effetto ansiolitico”, spiega Lacatena. “In grosse quantità dà coraggio e disinibisce: viene chiamata la droga della rapina”.
Il Lyrica è l’altro farmaco molto diffuso tra minori stranieri non accompagnati. Mischiato con alcool e altre droghe come crack e cocaina. Il problema è che non ci sono competenze specifiche nei centri per minori e anche i pochi Servizi per le dipendenze (Serd) sono ingolfati dai controlli su alcol e altre sostanze. “Non si rendono conto di avere un problema” racconta David (nome di fantasia) operatore in centri per minori a Roma dal 2019.
“Abbiamo trovato un ragazzo con il Rivotril addosso: ci ha detto di averle avute ‘al mercato nero’ come se fosse la cosa più normale del mondo. Qualche giorno dopo ha persino chiesto la ricetta al medico della Asl da cui lo avevamo portato: pensava di essere andato lì per quello”.











