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di Dario del Porto

La Repubblica, 11 giugno 2022

Intervista al presidente della Corte costituzionale Giuliano Amato, in visita nel carcere di Nisida. “Sarà che alla mia età le emozioni si sentono più forti, sarà la forza dello spettacolo. Ma sono davvero molto scosso: i ragazzi e le ragazze sono veramente bravi, vivono la loro esperienza dentro la rappresentazione. Un conto è un attore che fa il suo lavoro, altra cosa sono quelli che, come voi, parlano di sé stessi”.

Appare profondamente coinvolto, il presidente della Corte Costituzionale Giuliano Amato, mentre parla ai giovani reclusi dell’Istituto penale minorile di Nisida dove torna a quasi quattro anni dalla visita del 19 ottobre 2018. “Te ne vai con qualcosa di struggente e con tanta amarezza dentro”, aveva detto allora. I ragazzi mettono in scena la piéce teatrale “Fioriture-fratelli”, nata dal progetto “Per Aspera ad Astra-Nisia 2022”, ispirata alla tragedia greca “Elettra”. Ad accogliere Amato, il direttore Gianluca Guida, la capodipartimento per la giustizia minorile Gemma Tuccillo, la procuratrice per i minorenni Maria de Luzenberger.

Dopo lo spettacolo, l’uomo delle Istituzioni che è stato premier, più volte ministro e oggi guida la Consulta, dialoga con questi ragazzi che stanno provando, nel carcere affacciato sul mare, a ripartire dai loro errori.Il mare fuori attira lo sguardo, ma dentro sono i volti e le storie a catturare l’attenzione. La violenza giovanile allarma, sottolinea il presidente Amato, e non possiamo che “punire chi ha commesso delitti”.

Ciò nonostante, questi ragazzi che hanno sbagliato e si sentono marchiati per tutta la vita non sono mostri da combattere. “Noi abbiamo la responsabilità di capire e ascoltare le loro richieste di aiuto, affinché possano cambiare e, dopo, non sbagliare più”, dice l’ex premier che rimane ottimista: “Al di là dei singoli episodi, nei giovani stanno crescendo una maggiore consapevolezza e una cultura di impegno contro le mafie e contro la criminalità”.

La preoccupa l’aumento dei reati commessi da giovanissimi, a Napoli come nel resto del Paese, presidente Amato?

“Assolutamente sì. In questa fase storica, la violenza giovanile è figlia da una parte, come tutti dicono e può essere ben vero, della pandemia, cioè della mancanza di rapporti che c’è stata in questi due anni e della difficoltà a riprenderli che spesso incontrano i ragazzi. E poi, dall’altra, dell’abbandono delle periferie, come si diceva una volta e oggi non saprei trovare un termine diverso per chiamarlo”.

I ragazzi reclusi a Nisida hanno lanciato una richiesta di aiuto. Fin dal loro ingresso in istituto, si sentono come dipinti di nero. Come si fa a togliere questo marchio?

“È un problema di cultura e non intendo, con questo termine, la lettura di tutti i romanzi francesi o russi”

A cosa si riferisce?

“Ai criteri con cui giudichiamo noi stessi e gli altri. Dobbiamo tutti imparare che, nel valutare gli altri, dobbiamo applicare i criteri che applichiamo a noi stessi. Non siamo tutti angeli. Ma quando commettiamo un’azione di cui non siamo orgogliosi, sappiamo trovare le ragioni, capire le situazioni di esasperazione che a volte ci hanno portato a quel punto. Se vale per noi, deve valere per gli altri. Chi commette una cattiva azione, non vuol dire che sia un mostro”.

Dunque il suo messaggio è: “Questi ragazzi non sono mostri, dobbiamo capirli”?

“Sì, però va fatta una premessa essenziale: non possiamo non punire, questo deve essere molto chiaro. Ci deve essere comunque la consapevolezza che chi sbaglia, paga. Al tempo stesso però bisogna sforzarsi di comprendere le ragioni poste alla base di questi errori”.

Quali possono essere, secondo la sua esperienza?

“Nel caso dei più giovani è dimostrato che, nella stragrande maggioranza dei casi, la propensione al delitto nasce da un eccesso di solitudine di cui hanno sofferto, da una mancanza di riconoscimento che hanno avuto, da una ricerca sbagliata di una identità sbagliata. Disagi che i figli dei ricchi risolvono con cattive azioni non sempre delittuose e che i figli dei poveracci risolvono spesso, e aggiungo purtroppo, commettendo reati”.

Una delle strade per uscire da questo clima di violenza è quello della giustizia “riparativa” e di un percorso che possa condurre, se non al perdono, almeno alla riconciliazione. A che punto è questo cammino?

“Direi abbastanza a buon punto. Sarò forse troppo fiducioso nell’umanità, ma vedo diminuire quella mancanza di cultura di cui parlavo prima e, nel contempo, crescere la consapevolezza degli altri. Inoltre, sto notando un fenomeno importante nei giovani del Sud”.

A cosa si riferisce?

“Può certamente ancora capitare che a Napoli o chissà dove, una sera, arrivi qualcuno in motorino che mi combina un guaio. Ma i ragazzi che si sentono lontani da questo mondo e si cominciamo a porsi chiaramente contro le mafie e contro la violenza stanno crescendo sempre di più. Mi pare un buon inizio”.