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di Alessandra Ziniti

La Repubblica, 27 marzo 2024

L’appello del presidente del tribunale dei minori di Catania Roberto Di Bella che da 12 anni, insieme a don Luigi Ciotti, offre una vita alternativa ai figli dei boss. “È il nostro Erasmus della legalità”. Dodici anni tutti in salita, un percorso a ostacolo, portato avanti per buona parte in solitaria. Ma quello che Roberto Di Bella, giudice dei minori da 25 anni, oggi definisce “Erasmus della legalità” ha prodotto un risultato su cui forse neanche lui all’inizio avrebbe scommesso: “Abbiamo sottratto alle mafie 150 bambini e ragazzi, abbiamo aiutato 30 donne a salvare i loro figli e sé stesse, 7 poi sono anche diventate collaboratrici di giustizia. È un risultato che mi ripaga di sforzi e amarezze”.

Dottor Di Bella, all’inizio l’hanno presa per un visionario, l’hanno accusata quasi di abuso di potere e lei lo chiama Erasmus della legalità?

“Sì, quella contro le mafie è una battaglia innanzitutto culturale. Portandoli via da contesti nei quali sono condannati ad un unico destino, li dotiamo di strumenti culturali che li mettono in condizione di scegliere. Per anni ci hanno accusato di fare confische dei figli. Ma noi non abbiamo mai agito con pregiudizio, abbiamo degli obblighi di legge da rispettare”.

Prima, però, non lo faceva nessuno. È una strada che lei ha deciso di intraprendere nel 2012 da presidente del tribunale dei minori di Reggio Calabria...

“Sì, è vero. Le spiego. Ma non si poteva chiudere gli occhi davanti a un’evidenza. Ho processato diverse generazioni di mafiosi e ‘ndranghetisti delle stesse famiglie, padri e figli. Ho visto bambini di 8 anni portati a sparare, utilizzati come vivandieri dei latitanti, come postini di messaggi, pusher nelle piazze. Ho visto ragazzini uccidere le loro madri per punire, secondo un presunto codice d’onore un tradimento coniugale. Mi pare che in casi come questi non possa esserci alcun dubbio sulla responsabilità genitoriale dei boss. Se i giudici dei minori intervengono per sottrarre dei minori a genitori che li maltrattano o che non se ne curano, a maggior ragione hanno l’obbligo di intervenire per portarli via da contesti mafiosi. Non siamo certo avventurieri del diritto”.

Prima in Calabria e adesso in Sicilia, oltre ai figli state salvando anche tante donne che stanno trovando il coraggio di andar via...

“Sono sempre di più le madri che hanno capito che oltre ad un futuro diverso per i loro figli c’è una vita nuova anche per loro. Ci hanno chiesto di portarle via, alcune sono diventate collaboratrici di giustizia ma ci sono anche quelle che non hanno reati da confessare. E adesso sono anche loro che dobbiamo sostenere. Fino ad ora lo abbiamo fatto con il progetto “Liberi di scegliere” con il ruolo fondamentale di Libera di don Luigi Ciotti e della Cei ma c’è un vuoto legislativo che bisogna urgentemente colmare. Un protocollo, come quello che abbiamo rinnovato ieri al ministero di Grazia e giustizia non basta”.

Cosa serve?

“Serve un quadro normativo che dia delle risposte e consenta a queste donne e a questi bambini di ripartire con una nuova vita. Per tenere al sicuro una madre e un figlio ci vogliono almeno cento euro al giorno. Senza una nuova identità queste donne non possono lavorare, il loro sostegno, in questo momento, è assicurato solo dalla rete di assistenza di Libera e dai fondi dell’8 per mille della Cei”.

E alla fine persino dalle carceri vi arriva un “grazie”...

“È un meccanismo virtuoso da cui stanno persino nascendo collaborazioni: un boss a Catania, e tutta la sua famiglia, ha accettato di parlare per salvare i suoi nipotini. Riuscire a cambiare traiettorie di vita ineluttabili è quanto di più appagante per chi fa il mio lavoro”.