di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 13 gennaio 2025
Perché Nordio ha accelerato sui tempi. Per la prima volta il ministro firma personalmente. Il precedente di Uss e del conflitto tra Nordio e le toghe milanesi che lo avevano scarcerato. Venerdì pomeriggio la capo di Gabinetto del ministro della Giustizia, Giusi Bartolozzi, ha chiesto nuovamente all’ufficio che si occupa di estradizioni l’elenco delle precedenti revoche di arresti a fini estradizionali. Ce ne sono un paio, di cui già s’era già parlato molto nelle ultime settimane nelle stanze di via Arenula; una recentissima relativa all’italo francese Hervé Falciani, e un’altra del 2022, dell’ucraino Eugene Lavrenchuk reclamato dai russi.
Era il segno di una decisione politica ormai presa, alla quale bisognava trovare una veste giuridica più convincente possibile. Per accelerare i tempi di restituzione all’Iran dell’ingegnere Mohammad Abedini-Najafabani, in cambio della liberazione di Cecilia Sala avvenuta mercoledì scorso. Ottenute le informazioni che di fatto già aveva, Carlo Nordio ha firmato la richiesta di annullamento della misura cautelare nei confronti dell’iraniano lasciando all’oscuro l’ufficio addetto, un fatto del tutto inedito per la burocrazia ministeriale.
Versioni smentite - Poche ore dopo la liberazione della giornalista italiana, il Guardasigilli era andato a palazzo Chigi e tutti avevano ipotizzato che fosse lì per ricevere l’ordine di scarcerare l’iraniano reclamato da Teheran, ma Nordio smentì. La sera successiva, al Tg1, spiegò che prima di qualunque decisione avrebbe atteso il verdetto dei giudici di Milano sulla richiesta di arresti domiciliari per l’esperto dei droni detenuto da quasi un mese: “Ci affidiamo al giudizio della corte”. Invece non ha atteso. Significa che il patto tra Italia e Iran non poteva rischiare di saltare per un provvedimento giudiziario sul quale non c’era alcuna certezza dell’esito, e Abedini doveva uscire subito di galera. Non in contemporanea con Cecilia Sala, per non offrire all’opinione pubblica nazionale e mondiale l’immagine di uno scambio di prigionieri da tempo di guerra, ma in differita, a un centinaio di ore di distanza fra l’una e l’altro. Del resto, se la cattura dell’iraniano è stata l’inizio dell’intrigo internazionale nel quale è incappata la reporter de Il Foglio e Chora media, e con lei il governo guidato da Giorgia Meloni, la fine non poteva che arrivare con la sua scarcerazione.
Il giudizio della Corte d’appello di Milano sui domiciliari sarebbe stato autonomo e svincolato dalle esigenze di adeguarsi all’accordo siglato tra Roma e Teheran (con un visto ottenuto dalla premier a Mar-a-Lago, in Florida, dal prossimo presidente statunitense Donald Trump). I giudici avrebbero deciso solo sulla base delle carte giunte finora dagli Usa (il mandato d’arresto internazionale e i capi d’accusa, più le considerazioni sul pericolo di fuga, debitamente trasmesse a Milano proprio dagli uffici di Nordio) e di quelle prodotte dall’avvocato a sostegno della sua istanza.
Garanzie insufficienti - Niente, in quel fascicolo, faceva riferimento alla vicenda di Cecilia Sala, arrestata a Teheran senza alcuna accusa e senza alcun motivo che non fosse la ritorsione per la cattura di Abedini, né alla necessità di onorare un impegno preso dal governo italiano per riportarla a casa. Inoltre, a non fornire sufficienti garanzie c’era l’ormai stranoto precedente di Artem Uss. Quando nella primavera 2023 l’imprenditore russo arrestato in Italia su richiesta degli Usa che lo accusavano di spionaggio evase dagli arresti domiciliari (con tanto di braccialetto elettronico) concessigli proprio dalla Corte d’appello di Milano, Nordio scaricò la colpa sui giudici. Prima ordinò un’ispezione e poi aprì nei loro confronti un procedimento disciplinare per “grave e inescusabile” negligenza; iniziativa proditoria che provocò sconcerto tra le toghe, poiché si entrava nel merito di un provvedimento giurisdizionale che di norma non rientra nelle valutazioni ministeriali. Tanto che il successivo processo davanti alla sezione disciplinare del Csm si concluse con l’assoluzione degli incolpati, sollecitata dalla stessa Procura generale della Cassazione che rappresentava l’accusa.
Ferita aperta - Quella vicenda è rimasta una ferita aperta nei rapporti tra il ministro e i giudici, in particolare quelli della Corte d’appello milanese. E adesso che il governo aveva bisogno di una decisione delle stesse toghe uguale a quella contestata nel caso Uss, c’era il pericolo che tornasse a sanguinare. Così il ministro ha messo da parte gli indugi e intrapreso l’altra strada, già indicata nei primi giorni della detenzione di Cecilia Sala: lui può stabilire in ogni momento la revoca degli arresti a fini estradizionali in virtù della natura politica della decisione finale, che spetta sempre al potere esecutivo.
Nel provvedimento ministeriale, e nel comunicato che l’ha reso noto, Nordio ha spiegato che non c’erano i presupposti giuridici per la consegna di Abedini agli Usa, e che “nessun elemento risulta ad oggi addotto a fondamento delle accuse rivolte” all’iraniano di aver foraggiato i pasdaran della Guardia della rivoluzione islamica; terroristi solo per gli Stati Uniti, non per le Nazioni Unite né per l’Unione europea. Presupposti ed elementi che però mancavano anche quando il ministero della Giustizia ha chiesto la conferma dell’arresto di Abedini in carcere; e le prove non sono arrivate perché non è ancora scaduto il termine a disposizione degli Stati Uniti per trasmetterle in Italia a supporto della richiesta di estradizione. Ma non c’era più tempo a disposizione per rispettare il patto con l’Iran e liberare l’uomo di Teheran. Dunque porte aperte a lui e porte chiuse agli Usa, che in cambio avranno avuto (o avranno) qualcos’altro. Forse i segreti che Abedini custodiva nei telefoni, nei computer e nei dispositivi elettronici - connessi al suo lavoro di progettista e commerciante di droni - sequestratigli al momento dell’arresto. E che se pure gli saranno restituiti, non resteranno segreti solo suoi.









