di David Allegranti
Il Giorno, 11 gennaio 2024
Il 2024 è appena cominciato e si sono già suicidate due persone private della libertà personale. L’anno scorso erano 68, dicono le statistiche di Ristretti Orizzonti, e l’anno prima - orribile cifra record - 84. Il primo, Matteo Concetti, 25 anni, si è ammazzato con un lenzuolo nel carcere di Ancona. Il secondo, Stefano Voltolina, 26 anni, si è impiccato nel carcere di Padova. Concetti aveva un disturbo bipolare, poi è arrivata la droga: “È stato due anni in comunità, poi gli avevano dato una pena alternativa a casa che gli consentiva di lavorare per scontare pochi mesi per una condanna, ma ha sgarrato di un’ora e lo hanno buttato in carcere”, ha detto la madre a Repubblica.
Il giovane era affetto da patologia psichiatrica. Che cosa ci faceva in prigione? Niente. Per accanimento o sciatteria di chi dovrebbe proteggere persone fragili e bisognose di cure, si è trovato senza aiuto. In un posto che non era per lui. La storia di Voltolina l’ha raccontata in una commovente lettera Manuela Mezzacasa, volontaria in carcere e insegnante, che per due anni alle scuole medie lo aveva avuto come alunno.
Due donne che sentono di non aver protetto a sufficienza i loro ragazzi che, sopraffatti, si sono tolti la vita. Ma non è loro la colpa. Le cause di un suicidio sono imponderabili, è vero, ma il carcere, ha detto una volta Tocqueville, è l’università del crimine. Ed è anche la scuola del suicidio. Una “scuola” sovraffollata - 60.166 detenuti presenti al 31 dicembre 2023, parecchio oltre la capienza regolamentare del sistema carcerario, che è di 51.179 posti - e priva di strumenti per affrontare la salute mentale, che è già un problema per la società dei liberi, figuriamoci per chi prova a sopravvivere in carcere. Secondo una ricerca di Antigone, il 77,6 per cento degli istituti penitenziari non ha un’articolazione per la salute mentale. Il governo Meloni dice di voler aumentare le carceri. Ma non serve a niente.










